La lotta di classe, grande motore politico del Novecento, aleggia nuovamente in molte delle recenti discussioni sullo stato delle cose. Se ne riparla. È uno spettro inquieto? Una minaccia? Una moda di ritorno (vintage)? Un conto mai saldato? Un conflitto rimosso che, insegna la psicanalisi, inevitabilmente ritorna?
Per Giacomo Papi la lotta di classe è il maggiordomo. È l’assassino. È la chiave e la soluzione di un giallo (La piscina, Feltrinelli) che l’autore ha scritto per suo evidente piacere “politico”, nonché narrativo. Non essendo un giallista, ha usato il genere come pretesto per mettere in scena un tragicomico apologo sociale che, pagina dopo pagina, ha come solo vero filo conduttore il conflitto servo/padrone come insostituibile interpretazione del mondo. A uno dei fantasmi che popolano il teatro degli eventi, un castello in Umbria, l’autore mette in bocca queste parole: «Se le mura dell’Amore si sono un poco abbassate, et al sesso di nascita si sono aggiunti i generi et gli orientamenti, lo stesso non è accaduto tra padroni e villani, poveri e ricchi, come dimostrano gli ospiti et i servi oggi presenti al castello, che sono ancor divisi tra loro da altissime, invisibilissime, invalicabili mura, simili a quelle che separano i vivi dai morti».
In quel castello un ricco, eccentrico artista, Klaus Signori, convoca parenti e sodali per il suo ottantesimo compleanno. Una piccola schiera di fannulloni e parassiti, di nipoti smidollati, di collaboratori interessati, converge al maniero con evidenti mire sull’eredità di Klaus. Una schiera altrettanto consistente di servitori, quasi tutti immigrati come accade non solo nelle opere di fantasia, li accoglie. La misteriosa morte del vecchio sconvolge la riunione e innesca la ribellione dei servitori. È quanto posso e voglio dirvi sulla trama, che come in tutti i gialli che si rispettano va consegnata al lettore ancora incartata. Posso solo dire agli amanti del genere che la macchina narrativa ha tutti i suoi pezzi messi nel giusto ordine, e ben funzionanti; e dunque davvero il lettore non vede l’ora di arrivare alle ultime pagine per sapere come sono andate veramente le cose. Per i lettori non giallisti (come il sottoscritto) prevale invece il divertimento per l’uso strumentale, quasi parodistico, dei meccanismi classici del thriller. La parodia di un giallo deve comunque, per reggere, rispettare le regole; ma che ci sia un’intenzione canzonatoria, nel fingersi “giallista” di Papi, è evidente fino dalle prime pagine del libro.
Che si apre con l’arrivo degli ospiti al castello, descritti uno per uno con una certa spietatezza. Un omaggio diretto al capolavoro di Neil Simon Invito a cena con delitto (Murder by Death, 1976), insuperabile parodia del genere (ci sono Miss Marple, Poirot, un detective hard boiled, tutti i luoghi comuni del poliziesco), con uno dei cast più favolosi della storia del cinema. Papi fa anche una citazione diretta di quel grande film – il dialogo tra David Niven e il maggiordomo Alec Guinness – e soprattutto adopera, cinquant’anni dopo, quasi lo stesso libero cinismo nel racconto dei caratteri dei personaggi, delle diverse nazionalità, perfino dell’aspetto fisico. Nessun regista o sceneggiatore, negli Stati Uniti, oggi oserebbe riproporre un film così allegramente scorretto, e sicuramente Papi, scrivendo questo libro, si sarà fatto qualche domanda sulle Nuove Buone Maniere Letterarie che i tempi suggeriscono. Ma avendo già alle spalle Il censimento dei radical chic, romanzo breve nel quale la verve satirica non è mai sedata, fa benissimo a insistere.
Diversi aspetti della contemporaneità (a partire dall’attività artistica del morto, specializzato in disinstallazioni) sono inquadrati dall’autore con zoomate troppo precise, e troppo divertite, per essere casuali. Così l’avidità dei padroni, e quella dei servi, e l’esposizione di tutti al bisogno e alla vanità, e il gioco delle maschere sociali, della rispettabilità formale, che culmina, dopo la piccola rivoluzione nel castello, con uno scambio di vestiti tra ricchi e poveri: e l’abito, eccome, fa il monaco.
Giacomo Papi è troppo serio, per formazione e scrittura, per essere definito esplicitamente uno scrittore di satira. Ma i suoi sconfinamenti nella descrizione ilare e feroce della società cominciano a essere parecchi. E siccome di giallisti italiani ce ne sono molti, di ogni livello e per tutti i gusti – c’è solo l’imbarazzo della scelta – e di scrittori satirici molto pochi, leggere un giallo satirico, o la satira di un giallo, è una bella novità.
Il libro
"La piscina” di Giacomo Papi (Feltrinelli, pagg. 240, euro 18)