Sono sempre di più i giovani giapponesi che preferiscono farsi mordere dall’insidioso ragno dei cunicoli, uno dei più pericolosi al mondo, mentre raccolgono cetrioli nelle campagne australiane, piuttosto che partecipare alla competitività della vita professionale di Tokyo. Sempre di più anche i giovani sudcoreani che s’iscrivono ai sindacati, più fiduciosi di genitori e nonni che la militanza organizzata possa tutelare i diritti dei lavoratori. Difatti, il 7 giugno scorso, la Samsung Electronics ha affrontato il primo sciopero nella sua storia: l’inizio del cambiamento di un’era.
Il fenomeno della decelerazione della produttività e della scelta del “piano B” che attraversa il continente asiatico da quattro anni non accenna a fermarsi: dalla Corea del Sud a Singapore, da Shanghai a Hong Kong, i giovani ceti produttivi stanno dicendo «basta, rallentiamo, fermiamoci». Sembra di ascoltare l’eco, nelle canzoni virali dello sdraiatismo asiatico, di quell’inno di protesta che nel 1974 invit…
Sono sempre di più i giovani giapponesi che preferiscono farsi mordere dall’insidioso ragno dei cunicoli, uno dei più pericolosi al mondo, mentre raccolgono cetrioli nelle campagne australiane, piuttosto che partecipare alla competitività della vita professionale di Tokyo. Sempre di più anche i giovani sudcoreani che s’iscrivono ai sindacati, più fiduciosi di genitori e nonni che la militanza organizzata possa tutelare i diritti dei lavoratori. Difatti, il 7 giugno scorso, la Samsung Electronics ha affrontato il primo sciopero nella sua storia: l’inizio del cambiamento di un’era.
Il fenomeno della decelerazione della produttività e della scelta del “piano B” che attraversa il continente asiatico da quattro anni non accenna a fermarsi: dalla Corea del Sud a Singapore, da Shanghai a Hong Kong, i giovani ceti produttivi stanno dicendo «basta, rallentiamo, fermiamoci». Sembra di ascoltare l’eco, nelle canzoni virali dello sdraiatismo asiatico, di quell’inno di protesta che nel 1974 invitava gli operai italiani a «lavorare con lentezza, senza fare alcuno sforzo. Chi è veloce si fa male e finisce in ospedale. In ospedale non c’è posto e si può morire presto». Secondo il sondaggio annuale Gallup, appena il 18 % degli under 35 dell’Asia orientale dichiara di lavorare con impegno, sotto la media globale del 23%. È un sintomo mondiale della Generazione Z che rivede valori fondamentali, ponendosi questioni cruciali sull’utilizzo del proprio tempo per riscrivere i parametri fondanti della società, rifiutando una vita di sacrificio estremo per pagare il mutuo della casa e dell’auto. Fenomeno accelerato dagli scricchiolii dell’economia cinese in questi mesi. I giovani calcolano che, a fronte degli stessi sacrifici, otterranno ancor meno dei loro genitori. Il balzo di crescita sarà inevitabilmente più contenuto. Perché sforzarsi fino allo stremo, allora?
Il presidente cinese Xi Jinping. (Photo by Xuan GAO and Jade Gao / POOL / AFP)
Questa tendenza in Asia trova un fronte agguerrito. Parliamo di uno yuppismo al contrario che pone in conflitto quei cinquantenni e sessantenni cresciuti nel mito dell’ambizione rampante, rinfocolata dall’“edonismo reaganiano”, e giovani che a volte emulano la ribellione estetica dei punk britannici che si rasavano i capelli in un mohawk colorato per non essere assunti e continuare così a percepire il reddito di disoccupazione.
Difatti, tra alcuni GenZ cinesi oggi fa tendenza recarsi al lavoro vestiti nel modo più irritante possibile: per protesta. C’è chi arriva spettinato con il golfetto con i tarli e chi arriva in pigiama con l’infradito. La voglia di fuggire dagli schemi della produttività, di dichiarare con gli abiti che gli esseri umani non sono soltanto strumenti di produzione, si fa più intensa. La conclusione che questo fenomeno sembra suggerire è che l’unico modo di vincere è quello di non partecipare. Il che, in un circolo vizioso, rallenta ancor di più la crescita economica, ovviamente.
Non è un sintomo che nasce dal nulla. Nel 2020, il caso della giovane Wang sconvolse una generazione: la dipendente dell’e-commerce cinese Ping Duo crollò sul marciapiede mentre rientrava a casa a piedi dal lavoro all’1 e 30 di notte. Morì di stanchezza al pronto soccorso. Poche settimane dopo, un’altra ambulanza ricoverò un dipendente collassato di stanchezza. Fu licenziato per questo. Una settimana dopo, si suicidò un ingegnere ventenne impiegato nella stessa sede. Il fondatore della società, all’epoca, era il secondo uomo più ricco della Cina. Ma a che prezzo?
Lì nacque la protesta contro il sistema “996”, lavorare dalle 9 alle 6 di sera, 6 giorni la settimana. E sbucarono i guru della rinuncia. Sul social Weibo, sotto lo pseudonimo di Orso Massaggio, una dipendente spiegava: «Se lavori sodo, danneggi i colleghi. Il capo vedrà che fai il lavoro di tre persone, ma non avrai l’aumento. Non prendere troppo sul serio il lavoro!». Spuntarono altri fenomeni. Uno è il mo yu, cioè “prendere il pesce” ispirato al proverbio cinese: «Le acque torbide aiutano a prendere pesci». Bisogna approfittare di una crisi per il proprio tornaconto. Addio collettivismo taoista, in altre parole.
Alcuni giovani in Asia, partendo dalla Cina, hanno cominciato, allora, a rifiutare gli straordinari, a far male il lavoro, a leggere romanzi al computer nelle ore d’ufficio, andando spesso in bagno. La reazione delle aziende asiatiche è stata di obbligare i dipendenti a timbrare il “cartellino pausa bagno”, o far pagare 2,5 euro per la seconda visita alla toilette, offrire un bonus a chi dorme in branda in ufficio e una multa se perdi una telefonata. Un’azienda ha istallato uno smart cushion con bluetooth sulle sedie dei dipendenti: serve a calcolare quanto tempo si passa nella postazione, un metodo ispirato al peggior fordismo che fa pensare all’antico film di Charlie Chaplin Tempi moderni. «Qui al lavoro è come essere in prigione. Sei sempre osservato. Come si fa a essere produttivi ogni secondo?» s’è lamentato un dipendente, scoprendo lo smart cushion sulla sedia.
Tutti metodi inefficaci. Molti GenZ hanno una vita meno consumistica. Si accontentano. Gli basta YouTube, SnapChat, TikTok e Netflix per riempire il tempo. Non c’è lo stesso bisogno delle generazioni precedenti di spendere per oggetti che diventano fuori moda in qualche mese e bisogna comprarne di più in voga. Il tempo si investe diversamente. Guardando uno schermo. Su un divano.
Così dal mo yu si è passati al Tangping, “sdraiarsi”. In Cina, il fenomeno inizia con “il viaggiatore dal cuor gentile”, pseudonimo di Luo Huazhong che in un forum raccontò che nel 2016, a 26 anni, si licenziò per viaggiare 2100 km in bicicletta dal Sichuan al Tibet. Tornato a casa, si mise a leggere libri di filosofia, facendo lavoretti, mangiando due volte al giorno. «Sdraiarmi è la mia forma di saggezza», annunciò, scatenando eserciti di emuli ritratti anche loro sul letto con le tende tirate. Sono forme di ribellione contro il Neijuan, la concorrenza sociale involutiva, l’ossessione logorante per dare il massimo. Ne è nato anche l’inno virale “Sdraiarsi è la via”, cantata da un autore che strimpella la chitarra sul divano, presto censurato dal governo di Pechino.
Oggi, aziende e politica non si scagliano più a muso duro per soffocare queste scelte. Stanno invertendo la rotta. Il portavoce del gigante tech Baidu ha chiesto scusa per aver ordinato ai dipendenti di essere sempre raggiungibili, 24/7. «Non sono la vostra mamma», ha dichiarato. Il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol ha rinunciato ad allungare la settimana lavorativa da 52 a 69 ore. Entrambi i premier del Giappone e di Singapore stanno promuovendo leggi per un capitalismo “dal volto più umano”. Anche il presidente Xi Jinping è intervenuto, più cauto, sul tema: «Se è giusto evitare il Neijuan ossessivo non lo è scivolare nel Tangping improduttivo». La storia sembra cambiare, il conflitto generazionale si affievolisce. E le richieste dei GenZ cominciano, lentamente, a trovare qualche risposta anche in Asia.