Storie di Storia / 58. Khomeini, mio padre

Storie di Storia / 58. Khomeini, mio padre

Newsletter quindicinale – 20 giugno 2024

13 minuti di lettura

Sei milioni di persone in festa accolsero l’Imam Khomeini il 1° febbraio del 1979 al suo ritorno in Iran dall’esilio di Parigi. Quel viaggio fu da alcuni paragonato all’egira di Maometto dalla Mecca a Medina nel 622. Dieci anni più tardi una folla oceanica lo accompagnò nel suo ultimo viaggio, tanto che i funerali furono interrotti e la sua salma portata via in elicottero. Per la prima volta nell’era moderna, con la rivoluzione sciita, la religione si impose quale fattore determinante nella storia delle rivolte dei popoli. Male assoluto per i suoi nemici, padre di una rivoluzione che pose le basi di un ordine sociale e politico fondato sulla Legge di Dio, per chi lo venera, Khomeini è ricordato da sua figlia Zahra Mostafavi, in una conversazione realizzata a Teheran qualche anno fa. Quarantacinque anni dopo la rivoluzione, il prossimo 28 giugno, si voterà in Iran per il nuovo presidente della Repubblica Islamica. Questo numero di Storie di Storia vi racconta attraverso i ricordi della figlia l’uomo da cui tutto è cominciato. Buona lettura!

Zahra Mostafavi

“Vi racconto mio padre”

LA CONVERSAZIONE

Teheran (Repubblica Islamica d’Iran).

Avevo preparato quest’incontro come fosse l’appuntamento con la Storia. Tantissime telefonate ad Antonia, l’interprete iraniana, per rassicurarmi che tutto fosse stato definito precisamente. Avrei incontrato la figlia dell’Imam, il padre della rivoluzione islamica che, oltre a sovvertire la monarchia dello Scià di Persia, poneva le basi di un ordine sociale e politico fondato sulla Legge di Dio. Per la prima volta nell’era moderna, con la rivoluzione sciita, la religione si imponeva quale fattore determinante nella storia delle rivolte dei popoli.

Mentre entriamo da un piccolo portoncino in un grande spiazzo, mi tornano alla mente le parole di Zohreh Sefati su Khomeini, una donna ayatollah incontrata a Qom, il suo carisma aveva dell’incredibile…con la sola forza delle idee riusciva a trasmettere un’energia incredibile a quanti lo seguivano. In lontananza un semplice edificio alla strada, di fianco a noi un gabbiotto con un custode che ci indica l’ingresso degli uffici di Zahra Mostafavi, teologa, docente all’Università di Tehran, fondatrice e animatrice della Associazione ‘The Women’s Commitee of the Islamic Republic of Iran’, ma prima di tutto figlia dell’Imam, Sayyd Ruhullah Musawi Mostafavi Khomeini. Gli uffici sono lì, ci indica con gentilezza quell’uomo, vestito in borghese e dall’aria serafica. Lei non c’è…ora. Forse arriverà…, ci dice, alzandosi dalla sedia in legno e accompagnandoci per qualche passo verso l’ingresso. Ammiro un grande mosaico sulla pavimentazione. Proviamo a suonare, mi dice Antonia. Siamo in orario, aspetteremo all’interno. Ci apre una giovanissima donna, coperta da uno chador grigio chiaro, molto cortese e tanto sorridente. Scambia due parole con l’interprete, mi saluta con un cenno del capo e richiude la porta d’ingresso. Mi ha detto che l’appuntamento è fissato per domani, ribadisce Antonia interdetta. Sulle prime comincio a preoccuparmi, poi subentra un po’ di delusione. Non preoccuparti, tra ventiquattr’ore la vedrai. Si rivelerà un semplice errore logistico dovuto all’accavallarsi degli appuntamenti. Che fare ora? Chiedo ad Antonia di accompagnarmi a visitare quella che era la casa di Khomeini, allora museo, che sarebbe stata bruciato anni dopo durante le proteste per la morte della giovane Mahsa Amini, deceduta dopo l’arresto perché aveva mal indossato il velo. Scendiamo nei pressi di un posto di guardia al quale Antonia mostra il permesso rilasciatomi dal Ministero della Guida Islamica, vero e proprio lasciapassare, che mi identifica, togliendomi da qualsiasi possibile impiccio. Due pasdaran armati di mitra ci fanno cenno di proseguire, percorriamo un lungo viale i cui alti muri sono decorati da murales raffiguranti scene della vita dell’Imam e dei suoi figli. Eccoci all’ingresso del complesso, ci viene chiesto di lasciare le borse, riceviamo un pass di riconoscimento e ci dividono perché gli ingressi sono separati in base al sesso. Domina sul muro, di quello che sembra più un corpo di guardia che la stanza di guardiani di un museo, un calendario a colori degli hezbollah libanesi, raffigurante il leader sciita Nasrallah. Rincontrerò Antonia all’interno di un salone in cui sono esposte fotografie della vita di Khomeini, alcune ritratte proprio in quegli ambienti. Sono presenti religiosi sciiti provenienti dall’Iraq, visiteranno il complesso, fotograferanno quei luoghi così importanti per l’Islam, pregheranno in quella sala coperta di tappeti, dove anni prima l’Imam teneva i suoi celebri discorsi. Il movimento religioso rivoluzionario che, alla fine degli anni settanta provocherà la caduta dello Shah, riconoscerà subito in lui un Imam, ovvero una guida illuminata da Dio. Ebbi modo di vederlo, proprio qui, con la scuola, mi dice Antonia. Appariva da quella porticina, vedi, proprio sul soppalco e tutti…tantissimi…si accalcavano per ascoltarlo bene ed essergli più vicini. La sala era pienissima…ma l’Imam parlava in un religioso silenzio. Ricordo la sua barba bianca.

Sul successo della rivoluzione islamica ebbe un peso rilevante il carisma dell’Ayatollah Khomeini, un personaggio sottovalutato prima della sua presa di potere. Né i suoi oppositori, né i diplomatici stranieri ebbero infatti una chiara percezione delle doti organizzative e mediatiche di Khomeini e dei suoi seguaci. Guarda dove viveva, Antonia mi invita con lo sguardo a seguirla.

Protetta e conservata da una vetrata la sua camera, su per giù larga tre metri per cinque. Un divano blu che utilizzava per riposare, due piccoli poggiapiedi, alcuni libri, delle pantofole sottili, un tappeto che copriva l’intero perimetro della stanza. Una semplicità, un pauperismo sconvolgenti se rapportati alla leadership di Khomeini. Non è possibile spiegare l’emergere, la diffusione e la conservazione di quella idea rivoluzionaria, senza sottolinearne la sua forte presenza nel sociale. La sua spiritualità non può essere isolata dall’impegno nella lotta civile. Da tante parti del mondo gli sciiti raggiungono questi luoghi in un pellegrinaggio politico-religioso, vogliono scoprire e respirare l’aria di quella dimora, quel posto da cui il Dottore della Legge diede origine al primo governo islamico della storia dell’Islam. Khomeini trentenne sposò la figlia di un noto teologo, ebbe da lei cinque figli, due maschi e tre femmine, tra cui Zohreh. La mattina dopo stessa scena del giorno precedente, riconosciuti dal gentile custode e accompagnati all’ingresso degli uffici della teologa. La stessa ragazza del giorno prima ci accoglie, tranquillizzandoci con un sorriso della presenza di Mostafavi. Da un piccolo corridoietto facciamo ingresso in quella che ci diranno essere la sede dell’associazione diretta dalla figlia di Khomeini. Una grande sala conferenze, pedane con pile di libri, tante porte chiuse con altrettante stanze. Qualche minuto di pazienza e sarà subito da voi, ci dice la ragazza, facendoci accomodare nel suo studio. Due poltroncine, due divanetti, un tavolinetto basso, una scrivania, la sua. La foto dell’Imam, la bandierina e il marchio della sua associazione. Chi è? Chiedo ad Antonia, indicandole un quadro che ritrae un giovane con la barba. È Ahmad, uno dei due figli maschi dell’Imam. Molto venerato in Iran, morì per un infarto dopo la morte del padre. Una porta che si apre, ecco Zahra Mostafavi. Ha gli occhiali, veste un maglione bianco ottico e un foulard bianco e nero. Mi invita a cominciare, pulendo le lenti con un fazzoletto. Le chiedo di presentarsi. In nome del Dio Misericordioso e Clemente, ho un dottorato di filosofia dall’Università di Tehran, insegno filosofia e logica. Anche suo padre conosceva la filosofia. Si era specializzato nello studio della logica aristotelica. Khomeini era partito dal concetto dell’unicità dell’esistenza, il “wahdat al-wujud”, che fu esposto filosoficamente dallo gnostico Ibn Arabi ed ebbe notevole influenza sui pensatori musulmani. Secondo tale visione l’Assoluto, Dio, è reale e realmente esistente e per questo non vi è null’altro di reale. Questo non vuol dire che il mondo differenziato sia un vuoto, un niente, una illusione, ma semplicemente che è reale finché lo vediamo partecipe dell’Esistenza che è il principio di tutto, e irreale nella misura in cui percepiamo unicamente la sua esistenza condizionata e transitoria.

Faccio altre attività, mi dice sua figlia, tra le quali, per esempio presiedere questo comitato delle donne. È un’associazione politica, ma anche culturale e sociale. Non ci occupiamo solo di donne iraniane, ma anche di quelle del resto del mondo. Sono anche presidente dell’Associazione Internazionale delle Ong a difesa dei diritti del popolo palestinese. Abbiamo rappresentanti in 24 paesi distribuiti in quattro continenti, America, Asia, Africa ed Europa. Sono anche direttrice di un periodico trimestrale, …, e… piccola pausa, un sorriso… sono anche casalinga. Il primo ricordo di suo padre. Mio padre era molto presente in casa. Era una persona che leggeva e studiava tanto, per cui molte delle ore della giornata le trascorreva in casa. Durante l’insegnamento usciva due volte al giorno per le lezioni, poi pregava molto e lo faceva in casa. Khomeini non esitava a interrompere qualsiasi attività per pregare, come quando bloccò la conferenza stampa con tanti giornalisti venuti da tutte le parti del mondo per partecipare alla sua ultima intervista prima che lasciasse Nofel le Chateau alla volta dell’Iran. Due volte al giorno giocava con noi, una volta dopo la lezione della mattina, prima del canto del muezzin per la preghiera, un’altra volta prima del canto al tramonto. Per circa un quarto d’ora era sempre con noi a divertirsi con i nostri giochi preferiti. Fino al momento in cui l’hanno arrestato ed esiliato in Turchia e a Najaf, in Iraq, noi non eravamo mai lontani da lui, anche quando viaggiavamo eravamo sempre insieme. Entra nella stanza una donna con dei vassoi pieni di bellissima frutta colorata. Arance, uva, banane, kiwi. Qualche minuto dopo ritorna con del tè fumante e una zuccheriera con delle zollette. È giusto in quell’attimo, nel momento in cui spostando energicamente le pupille degli occhi da sinistra a destra per invitare con decisione la signora ad uscire, che rivedo in lei quanto letto sull’autoritarismo del padre. Se pensiamo che la divulgazione dei suoi discorsi, delle sue lezioni, che facevano il giro dell’Iran in cassette o fascicoli stampati clandestinamente, avveniva senza l’apporto delle televisioni o di internet, comprendiamo quanto debba essere stato decisivo il suo carisma. Fu l’assoluta autorità del Dottore della Legge la teoria fondante della Repubblica Islamica. Durante la sua permanenza a Najaf, in Iraq, Khomeini tenne una serie di lezioni sul governo islamico che furono oggetto di una pubblicazione dal titolo “Vilayat-e Faqih ya Hukumat-e Islami”. Esplicò la teoria che prevedeva l’assunzione da parte degli ulama più qualificati delle funzioni politiche e giuridiche del dodicesimo Imam, conseguenza della dottrina sciita dell’imamato. Il 6 gennaio del 1988 in una lettera all’attuale Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, Khomeini definì “assoluta” la figura del Vilayat-e Faqih, del giureconsulto, che rende teoricamente possibile per la Guida prevalere su tutte le eventuali obiezioni alle sue politiche. Sono molto orgogliosa di lui, prosegue Zohreh Sefati. Ne io, né i suoi familiari più stretti, abbiamo mai sentito il peso della sua ombra, della sua grandezza. Mio padre era amico di tutti, era affabile, si adeguava facilmente al carattere e all’età di chi incontrava. In nessun periodo della mia vita mi sono sentita distante o lontana da lui. Riteneva di essere al servizio della società, della sua gente, che fosse quella la sua missione. Intendo dire che non pensava di far favori alla gente, di donare il suo tempo, portava semplicemente avanti il suo compito, la sua missione e riteneva che questo fosse il suo dovere. E questo ce lo ha trasmesso, è l’insegnamento con cui ci ha formato. Questa è la mia vita. Anche con lei, ho accettato di incontrarla, di parlare con lei. Nessuno l’ha controllata quando è arrivato qui. Questo lo devo a mio padre, ai suoi insegnamenti. Ci ha sempre educato ad essere semplici e a non vantarci di quello che siamo. Il 1° gennaio 1979, mentre era sull’aereo che lo riportava in Patria dall’esilio, rispose “niente…” a un giornalista che gli chiese cosa provasse a rientrare a casa sapendo che dieci milioni di persone erano pronte ad accoglierlo all’aeroporto. Il giornalista pensava all’eccitazione per quel bagno di folla, lui volle dimostrargli che le sue azioni erano solo adempimento di doveri che sentiva di avere verso Dio.

Non potrò mai dimenticare, durante la rivoluzione… il giorno in cui crollò la radiotelevisione dello Shah, conquistata dai ragazzi rivoluzionari. La radio era accesa in casa, eravamo in camera di mio padre, io accanto a lui. Una voce in diretta proclamò: “Questa è la radio della Repubblica Islamica d’Iran” …lui batté le mani per qualche secondo e…guardandomi… sospirò: “È finito…tutto è finito…”.

Il suo viso si contrae. Prima un sorriso, ora sempre più cupa si rivolge ad Antonia: Ora un ricordo triste…Erano gli ultimi giorni della guerra con l’Iraq, papà era disteso su una panchina, io ero lì e lo guardavo. Presi uno sgabello per sedermi accanto a lui. Un feroce conflitto, quasi un milione di morti, otto anni di odio, guerra di trincee, armi chimiche, battaglie di carri, bombardamenti di civili, la volontà di Saddam di far saltare il fragile governo rivoluzionario iraniano, guerra tra due paesi con tanti altri stati che volevano l’Iran rivoluzionario distrutto, guerra tra sciiti e sunniti. Lo vedevo particolarmente triste, aveva una mano sul viso con cui si copriva gli occhi che aveva completamente chiusi. Gli dissi: “Papà ho sentito che ha deciso di accettare la risoluzione per il cessate il fuoco?”. Lui non mi rispose, sollevò il braccio e lo ripiegò proteggendosi il viso. Visibilmente commossa si asciuga una lacrima, …mi capita ogni volta che ripenso a quell’episodio. Nelle antiche famiglie iraniane, in quelle più tradizionali, mi dirà in seguito Antonia, al papà ci si rivolgeva dandogli del lei. Il suo racconto si riferiva a quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approvò la risoluzione 598 che sancì la tregua tra Iran e Iraq. Il 20 luglio 1988 ci fu il messaggio dell’accettazione della risoluzione, Khomeini presentandolo disse di aver dovuto bere “un calice amaro”. “Dio sa che se non ci fosse stato un motivo per cui le nostre vite, la nostra stima e credibilità devono essere sacrificati sulla via di ciò che è meglio per l’Islam e i musulmani, mai avrei accettato questo atto”, scrisse nel suo comunicato. “La morte e il martirio sarebbero stati per me più piacevoli. Però che scelta c’è? Tutti dobbiamo essere sottomessi al piacere di Dio l’Altissimo, e sicuramente il coraggioso ed eroico popolo dell’Iran lo era e lo rimarrà”. I basiji, le milizie islamiche di volontari istituite dopo la Rivoluzione, videro chiudersi “le porte del giardino del martirio”. L’Ayatollah mandava a morire sui campi minati iracheni quegli adolescenti che si sacrificavano portando al collo la chiave verde che gli avrebbe aperto il cancello del Paradiso di Allah. Ne morirono un milione, una intera generazione fu ridotta a brandelli sul fronte di Bassora e di Abadan. Khomeini il martirio lo aveva conosciuto in tenera età. Quando aveva appena cinque mesi suo padre prese posizione contro i soprusi degli agenti governativi e venne assassinato mentre era in viaggio tra Khomein e Arak. I suoi parenti si recarono a Tehran per chiedere la promulgazione di un editto religioso di condanna e persistettero finché l’assassino non venne giustiziato. Durante la guerra scrisse “che i martiri erano andati verso la contemplazione di Dio per mezzo della propria morte, penetrando i veli di luce per raggiungere la fonte della Magnificenza”.

Che età aveva in quei momenti? Com’era il suo rapporto con il Khomeini politico? Avevo trentotto anni quando scoppiò la rivoluzione, ero già adulta. Quando sono cominciate le prime fasi ne avevo ventuno, un’età molto importante della mia vita. Ho sempre detto a mio padre: “amo la Rivoluzione non perché sei mio padre”. Si arresta e prosegue con convinzione. Gli dicevo: Papà…voglio bene alla Rivoluzione più che a qualsiasi altra cosa... Guardo alla sua immagine come icona della Rivoluzione più che come guida paterna”.

Il tempo ha condannato lo spirito rivoluzionario? È ovvio che dopo tutti questi anni l’impeto rivoluzionario è ormai un po’ spento…è passato del tempo non c’è più l’emozione di allora. Però io che insegno all’Università, e lo faccio a numerosi studenti, tra i venti e i venticinque anni, vedo che conservano un profondo affetto per l’Imam. Trovo che abbiano ben compreso ed interiorizzato il senso della sua missione. E questo lo tramandano, lo trasmettono anche se non è possibile paragonare l’epoca attuale a quel periodo. La rivoluzione islamica non nacque dal nulla, secondo Khomeini, ma fu il risultato di una rivoluzione interiore, una piena assimilazione dell’Islam, della sottomissione a Dio e alla sua visione del mondo. Una visione del mondo che in sostanza è una visione geocentrica dell’esistenza, ove la legge è sia dovere sociale che norma religiosa. Una legge divina nella sua origine, che regola tutta la vita, sia esteriore che interiore, dell’individuo e dell’intera comunità. Il diritto, la morale, la filosofia, la teologia, le discipline sociali, tutto è strettamente unito intorno a un unico centro che è Dio. Nel pensiero dell’Imam la politica diviene insomma metapolitica, una via di salvezza e un mezzo per la realizzazione delle più alte possibilità dell’essere umano. L’uomo occidentale secondo lui sembrava aver perso specularmene ogni contatto con la realtà metafisica. La centralità dell’umanesimo in Occidente, l’essere legati solo all’uomo nella vita, nella vittoria, nel desiderio, nel sogno, nell’azione, nella morte sarebbe stato il segno più evidente del nostro declino. La difficile situazione del mondo islamico e dell’umanità intera per l’Imam erano conseguenza del fatto che gli uomini sono impegnati nel “sollevarsi a causa dei desideri delle loro anime”, mentre è solo per mezzo del “sollevarsi per Dio” che tutti i problemi del mondo possono essere risolti. Il “sollevarsi per Dio” è quindi tanto un atto di redenzione personale quanto un impegno per cambiare e riformare il mondo. La politica per Khomeini è una parte della religione e la separazione della religione dalla politica è stata un’operazione portata avanti negli ultimi secoli dall’imperialismo.

Al momento della rivoluzione islamica, il sogno degli iraniani era trovare una via alternativa alla modernità occidentale. Uno stato fondato sulla religione non poteva che assicurare giustizia e solidarietà. Chiedo a Sefati se quel sogno è stato raggiunto o se c’è ancora della strada da fare? Se lei fosse stato più anziano, mi risponde, e avesse visto il regime dello Shah prima della rivoluzione avrebbe visto che dipendeva completamente dall’Occidente. Oggi invece i tre obiettivi principali dell’Imam e della Rivoluzione - esteqlal (l’indipendenza), azadi (la libertà), jomhuri – è eslami (la Repubblica Islamica) - sono realizzati. La Repubblica Islamica è ogni quattro anni riconfermata dalla gente con un referendum, la libertà è ben visibile a tutti se si paragona l’Iran di oggi con quello dello Shah. L’indipendenza, l’autonomia, anche economica, dell’Iran è ben evidente. Ci sono ovviamente ancora legami con paesi esteri, ma siamo nella normalità dei rapporti economici tra stati. Se poi lei intende riferirsi al raggiungimento dell’utopia rivoluzionaria come concetto filosofico, è evidente… quanto questo sia difficile. Da un punto di vista pratico, credo di poter dire che ogni cosa a cui mirava l’Imam sia stata ottenuta e conquistata. Mi permetta di dirle ancora qualcosa sulla giustizia. Prima della rivoluzione i ceti sociali più bassi erano totalmente trascurati. C’era grande sperequazione sociale. Una minoranza viveva nel lusso, consumava tantissimo, partecipava a feste e banchetti, disponeva di ingenti capitali. La parte povera della società era totalmente dimenticata. Dopo la Rivoluzione c’è stato un grande riequilibrio, un fiorire di progetti, per esempio per portare acqua ed elettricità in tutte le zone di Tehran, sino ai villaggi più poveri e lontani. Trent’anni per raggiungere questi miglioramenti, agli osservatori esterni potrebbero sembrare tanti, ma non bisogna dimenticare che abbiamo avuto otto anni di guerra, sanzioni ed embarghi, ed è per questo che ritengo i progressi nella giustizia sociale uno tra i traguardi più importanti raggiunti dalla Rivoluzione.

Tornando all’oggi, le chiedo se negli ultimi tempi ci siano mai stati dei momenti in cui abbia pensato che se ci fosse stato ancora in vita suo padre le cose sarebbero potute andare diversamente. Sì…certamente. E con uno sguardo deciso blocca qualsiasi ulteriore approfondimento in merito. Comincia ad essere tardi, incombe una lezione all’Università. Guarda l’ora, è sufficiente? Soddisfatto? Le chiedo qualche altro minuto del suo tempo. Il 1° febbraio del 1979, il ritorno di Khomeini in Iran, dall’esilio di Parigi, accolto da sei milioni di iraniani in festa. Quel viaggio dell’Imam fu paragonato all’egira di Maometto dalla Mecca a Medina nel 622. I presenti si mossero dall’aeroporto al cimitero dei martiri della Rivoluzione di Behesht-e-Zahra, per ascoltare le prime storiche parole dell’Imam Khomeini, dopo quattordici anni di esilio. Ritengo le mie impressioni, i miei ricordi personali irrilevanti nella memoria di momenti così importanti. Si ferma e comincia ad aggiustarsi l’hijab. Posso dirle, comunque… che quando mio padre tornò in Iran da Parigi, ero in aeroporto. La gioia era grandissima, ma ricordo anche un senso di angoscia, di paura. Temevamo per eventuali attentati…

Poi il 4 novembre, sempre del ’79. Un gruppo di studenti entra nell’Ambasciata Americana di Tehran, cattura 66 ostaggi e dà inizio a quei 444 giorni di crisi con l’America. In ultimo il 4 giugno 1989, i suoi funerali. Lo salutarono per l’ultima volta undici milioni di persone. Io non partecipai personalmente alla conquista dell’Ambasciata americana, non ero nel gruppo che vi fece irruzione, ma ricordo le parole di mio padre: “È stata una seconda rivoluzione, più gloriosa della prima”. Quando fece ritorno in Iran, tra le sue prime parole, ci fu un deciso ammonimento agli Stati Uniti d’America a non interferire assolutamente con quanto avveniva in Iran in quei giorni. Quella pagina storica dimostrò che la superpotenza americana non aveva quel grande potere che minacciava di utilizzare contro di noi e gli ultimi ventotto anni sono stati la dimostrazione di questo. In ultimo il 4 giugno 1989, i suoi funerali. Sui giorni della sua morte… mi perdoni…preferisco davvero non aggiungere nulla di più. Alle 22:20 di sabato 3 giugno 1989 il padre della Rivoluzione islamica spirò, dopo undici giorni di degenza in ospedale. Attraverso una videocamera installata nella sua camera furono registrati gli ultimi istanti della sua vita. Il corteo funebre si mosse dalla musalla di Tehran per dirigersi verso il cimitero dei martiri della Rivoluzione. Si avvertiva una grande tensione emotiva, la gente non riusciva a controllarsi, il suo corpo fu portato via da un elicottero. Appena atterrato al cimitero ci fu ancora un assembramento incredibile, nonostante i grandi sforzi della Guardia Nazionale. La folla facendo un’enorme pressione pur di toccare la bara di legno o per strappare lembi del sudario, fece saltare fuori il cadavere dal feretro. Fu allora che ci si rese conto che il funerale non poteva aver luogo e con diversi comunicati letti alla radio la gente fui invitata a tornare a casa. Il funerale si tenne due giorni più tardi, con imponenti misure di sicurezza e con una bara in acciaio.

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LA FRASE

“Non vi è in fondo alcuna ragione per processare un criminale;

una volta stabilita la sua identità,

egli dovrebbe essere subito ucciso.

È deplorevole constatare fino a che punto

l’occidentalismo imperversa ancora tra noi”

(Ruḥollāh Moṣṭafāvī Mōsavī Khomeynī)

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SEGNALAZIONI

Libri: Khomeini: Il rivoluzionario di Dio, di Alberto Zanconato, Castelvecchi, 2018

La Repubblica islamica dell'Iran. Il pensiero politico dell'Ayatollah Khomeini, di Pejman Abdolmohammadi, De Ferrari, 2009

I Luoghi: Mausoleum of Ruhollah Khomeini, Tehran Province, Tehran, Hasan Abad-e-Baqerof, Allameh Asgari, Iran

Ospita le tombe dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini, di sua moglie Khadijeh Saqafi e del suo secondo figlio Ahmad Khomeini

Imam Khomeini historical House, Qom Province, Qom, Rohollah Sq., JVPH+JVC, Iran

Mausoleum of Ruhollah Khomeini
Mausoleum of Ruhollah Khomeini 

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