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Orizzonti di gloria con droni

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La tecnologia ha cambiato le strategie della guerra contemporanea. Lo vediamo ormai da tempo in Ucraina. Ce lo raccontano adesso nuovi volumi che offrono chiavi di lettura inedite
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L’arte della guerra cambia faccia. Come ha scritto Gianluca Di Feo su queste pagine, nasce ora una nuova branca militare: la “Forza dei sistemi senza umani”, ovvero i droni. Gli ucraini saranno i primi a mettere in campo questa nuova Forza, anche se i droni si impiegano in guerra ormai da tempo. Il nome deriva da un verbo inglese, to drone, ronzare, per quanto si usino vari acronimi per nominarlo, a partire da RPA che sta per Remotely Piloted Aircraft (ma anche ROA e UAV); in italiano è APM, Aeromobile a pilotaggio remoto. Militari o civili che siano, i droni li conosciamo tutti e molti tra noi li usano per vari scopi anche di divertimento.

Tutto comincia nel 1964. Un ingegnere, John W. Clark, realizza il primo studio sulle “metodologie dell’ambiente ostile”. Pensa di far o…

L’arte della guerra cambia faccia. Come ha scritto Gianluca Di Feo su queste pagine, nasce ora una nuova branca militare: la “Forza dei sistemi senza umani”, ovvero i droni. Gli ucraini saranno i primi a mettere in campo questa nuova Forza, anche se i droni si impiegano in guerra ormai da tempo. Il nome deriva da un verbo inglese, to drone, ronzare, per quanto si usino vari acronimi per nominarlo, a partire da RPA che sta per Remotely Piloted Aircraft (ma anche ROA e UAV); in italiano è APM, Aeromobile a pilotaggio remoto. Militari o civili che siano, i droni li conosciamo tutti e molti tra noi li usano per vari scopi anche di divertimento.

Tutto comincia nel 1964. Un ingegnere, John W. Clark, realizza il primo studio sulle “metodologie dell’ambiente ostile”. Pensa di far operare delle macchine che chiama telechiriche: tecnologie di manipolazione a distanza, con lo scopo di agire in situazioni che possono mettere in pericolo gli operatori umani. La fantascienza americana aveva già aperto la strada a queste ipotesi presentando storie in cui i robot combattono al posto degli uomini. Secondo lo storico e filosofo francese Grégoire Chamayou, autore di Teoria del drone. Principi filosofici del diritto di uccidere (DeriveApprodi), il drone nascerebbe proprio dall’industria cinematografica americana, da Hollywood. Venti anni prima di Clark, nel 1944, un ex attore del muto si mette a produrre aeromodelli teleguidati che sono i prototipi del futuro drone. Per Chamayou questo nuovo strumento nascerebbe dunque sotto il segno della finzione.

Nel corso della Seconda guerra mondiale gli aeromodelli erano stati usati per l’addestramento militare. Il legame con l’industria dello spettacolo è diretto, se è vero che Larry James, già direttore del settore informazioni, sorveglianza e riconoscimento della Air Force, pochi anni fa ha dichiarato che, per quanto riguarda la raccolta di dati e la realizzazione di multivisioni, le televisioni sportive erano più avanti dei militari. Intendeva riferirsi alla ricostruzione virtuale dei movimenti di atleti, alle registrazioni del campo di gioco compiute attraverso sistemi raffinati di telecamere, e ai software per seguire eventi sportivi dal basket al football. Si può ricordare che negli anni Trenta del Novecento Walter Benjamin in un suo scritto, Teorie del fascismo tedesco, aveva previsto che le categorie militari sarebbero state sostituite da quelle sportive: «Toglierà alle azioni ogni carattere militare e le porrà tutte all’insegna del record».

E il recente libro di Stefano Bartezzaghi, Chi vince non sa cosa si perde. Agonismo gioco guerra (Bompiani) approfondisce alcuni di questi temi, offrendo interessanti chiavi di lettura. Non è forse vero che i droni sono entrati nel nostro campo di azione attraverso il progresso dei giochi virtuali? E non è forse un joystick lo strumento più comune per “pilotarli”?

Manuel De Landa, un film-maker ex artista e performer, in un libro pubblicato negli anni Novanta, La guerra nell’era delle macchine intelligenti (Feltrinelli), ha osservato come i nuovi strumenti bellici stavano incamerando nelle macchine intelligenti le strutture cognitive degli esseri umani. Da allora le cose sono andate molto avanti. Secondo De Landa dietro alle applicazioni belliche ci sono le teorie dei giochi e quelle del caos, e le riflessioni di filosofi come Deleuze e Guattari e Michel Foucault. I droni introducono una tecnica di verticalizzazione del potere, come ha spiegato Eyal Weizman, un architetto israeliano, in Architettura dell’occupazione (Bruno Mondadori), riguardo al conflitto mediorientale, altro punto caldo dell’attuale situazione internazionale. Da tempo nelle teorie belliche contemporanee il potere aereo non è più pensato come lo spazio omogeneo e continuo delle geometrie tradizionali, ma come un patchwork, casella in cui funzionano regole diverse.

Peter Sloterdijk ha scritto che a partire dalla Prima guerra mondiale l’aria è diventata lo spazio principale. Oggi nei cieli dell’Ucraina, e non solo, volano gli «occhi meccanici senza palpebre» (Chamayou). Se noi dal finestrino di un aeroplano guardiamo la terra sottostante, essa ci apparirà alla stregua di una forma orografica, una mappa piatta di fiumi, pianure, valli, montagne, mentre per i droni, grazie ai diagrammi cronogeografici del geografo Torsten Hägerstrand elaborati negli anni Sessanta, il mondo appare in tre dimensioni: cosa, dove, quando.

Due sono le principali conseguenze della introduzione di questi velivoli: la guerra non è più pensata come un duello, secondo lo sviluppo delle idee di Clausewitz, ma come una vera e propria caccia: «Il paradigma non è più quello di due lottatori che si scontano, ma quello del cacciatore che bracca una preda che si nasconde» (Chamayou, Le cacce all’uomo, Manifestolibri). Un modello che è già presente nei film hollywoodiani come la saga di Guerre stellari.

L’altro aspetto è che le nuove macchine volanti, come anche i “droni acquatici” oggi usati dagli ucraini, ampliano enormemente gli aspetti tattici dei conflitti – peraltro spesso le guerre non sono più dichiarate. I droni non sono armi strategiche, come invece quelle nucleari, ma piuttosto tattiche. Il che è forse un bene da un lato, ma come scrivono gli studiosi di problemi militari, dall’altro l’uso del computer e delle tecnologie collegate porta alla diminuzione dell’importanza della politica nel governo degli eventi bellici.

La tattica è diventata la vera strategia, e a questo si conforma la maggior parte dei dirigenti politici mondiali. Davvero le piccole macchine, frutto della incredibile creatività umana, come i computer e i nuovi oggetti volanti, hanno cambiato non solo i nostri modi di vivere e di pensare, ma sembrano in grado di determinare, in forme più o meno dirette, il futuro degli Stati, delle Nazioni e dei Continenti.

I libri

Teoria del drone. Principi filosofici del diritto di uccidere di Grégoire Chamayou (Derive Approdi, pagg. 219, euro 17)
Chi vince non sa cosa si perde. Agonismo gioco guerra di Stefano Bartezzaghi (Bompiani, pagg. 272, euro 19)
La guerra nell’era delle macchine intelligenti di Manuel De Landa (Feltrinelli, pagg. 360, euro 21)

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