Storie di Storia / 59. Gerusalemme nell'Ottocento
di Francesco De LeoDa oltre tre millenni Gerusalemme è un concentrato di passioni ed emozioni unico al mondo. Per nessun luogo come questo pugno di terra l’uomo è stato capace di amare e odiare, santificare e mortificare. Storie di Storia, newsletter di Repubblica, ve la racconta attraverso le esperienze di tre illustri visitatori del passato: Alexander William Kinglake (1809-1891), scrittore e storico di viaggi inglese, David Roberts (1796-1864), celebre pittore, anche lui inglese e Alexandre Bida (1813-1895), pittore, incisore e disegnatore francese del periodo romantico. Le loro esperienze sono narrate nel libro Viaggi a Gerusalemme. La città santa raccontata e disegnata dal 1835 al 2024 (ed. Storie) – nelle librerie dal prossimo 20 luglio – dal quale anticipiamo, per gentile concessione dell’editore, alcuni brani. Nel testo anche una testimonianza sulla Gerusalemme di oggi, prima e dopo gli attacchi terroristici del 7 ottobre, a firma del giornalista Adam Smulevich. Buona lettura.
LA STORIA
RICORDI DELL’ANTICA GERUSALEMME
Le suggestive illustrazioni sono di David Roberts (1796-1864), celebre pittore inglese. Le sue abilità gli permisero di entrare in qualsiasi moschea, privilegio fino ad allora mai concesso a un cristiano, con la condizione di non profanare i luoghi sacri usando pennelli fatti di setola di maiale.
Dalla festa alla tragedia
Di Alexander William Kinglake (Scrittore e storico di viaggi inglese).
Gerusalemme, 1835.
Sebbene i pellegrini compiano le loro devozioni presso i diversi santuari con così poco apparente entusiasmo, essi son sospinti all’orlo della follia dal miracolo dispiegato innanzi ai loro occhi il Sabato Santo. È allora che il fuoco inviato dal cielo esce fuori dal Santo Sepolcro. I pellegrini si adunano nella grande chiesa, e ancor assai prima che si compia il miracolo, l’attesa del segno di Dio, e le loro dispute per aver posto e spazio da respirare lì montano in uno stato terribile di eccitazione. Finalmente il Patriarca greco, accompagnato, di fra tutta la gente del mondo, dal Governatore turco, entra nella tomba.
Dopo ciò c’è una lunga pausa, ma infine e d’un tratto, di dentro le piccole aperture da ambo i lati del sepolcro, escono fuori lunghe fiamme ardenti. Qui i pellegrini si precipitano innanzi, lottando come pazzi per accendere le loro candele al fuoco sacro. È questo il momento pericoloso, e spesso ci va perduta più di una vita.
L’anno prima di quello in cui io andai a Gerusalemme, Ibrahim Pascià, per qualche capriccio o motivo politico, volle assistere al miracolo. L’ampia chiesa era naturalmente piena zeppa, come sempre accade in quel giorno solenne. Pare che l’apparizione del fuoco sia stata molto a lungo ritardata, e che la progressiva frenetica eccitazione della gente sia stata ancor accresciuta dall’attesa. Parecchi per di più eran già venuti meno, sotto l’effetto del caldo e dell’atmosfera soffocante, quando finalmente il fuoco si levò guizzando dal Sepolcro. Ne seguì un terribile parapiglia, molti caddero e furono schiacciati. Ibrahim aveva preso posto in una delle gallerie, ma a questo punto, sentendo forse il suo sangue animoso scaldarsi alla vista e al rumore di una tal zuffa, si assunse l’ufficio di calmare il popolo con la sua personale presenza, e scese nella navata della chiesa seguito solo da poche guardie. Si era aperta la via sino al più fitto della densa folla, quando disgraziatamente perdette i sensi; le guardie gettarono un grido, e il fatto fu risaputo all’istante. Un corpo di soldati si fece strada alla cieca in mezzo alla folla, calpestando ogni ostacolo per salvare la vita al loro generale. Quasi duecento persone furono uccise nel tumulto.
L’anno seguente, peraltro, il governo prese migliori misure per prevenire simili disastri. Non mi trovai presente alla cerimonia, essendo partito da Gerusalemme qualche tempo prima, ma più tardi feci ritorno in Palestina, e seppi che la giornata era trascorsa senza alcun incidente fatale. D’altra parte è quasi eccessivo l’attendersi che tanti ministri di pace possano adunarsi insieme senza trovar l’occasione di venire alle mani, e quell’anno una tribù di rozzi Beduini divenne l’oggetto della discordia. Costoro, a quanto pare, menavano vita all’araba in una di quelle zone desertiche confinanti con le vicinanze di Gerusalemme, ma non eran connessi con alcuna delle grandi tribù dominanti. Qualche capriccio o qualche idea di politica li aveva indotti ad abbracciare il Cristianesimo, ma erano in una crassa ignoranza dei rudimenti stessi della fede adottata; e non avendo con sé alcun prete nel loro deserto, avevano così scarsa conoscenza di cerimonie religiose come della religione medesima: essi non eran neanche idonei a condursi con l’ordinario decoro in un luogo di culto, ma solevano interrompere il servizio divino con grida scandalose e urla guerriere. Tale è almeno il racconto che ne danno i Latini, né io ho mai sentito l’altra campana sull’argomento.
Direbbesi una città morta…
Di Alexandre Bida (Pittore, incisore e disegnatore francese).
Gerusalemme, 1856.
8 luglio 1856. Arriviamo a Giaffa. Lascio il battello a vapore con piacere. Mi reco dall’agente consolare per il quale ho una lettera. Mi procura dei cavalli e un dragomanno chiamato Costantino, e alle ore tre parto per Ramlé. Vi arrivo alle sei. Scendo al convento, ove sono benissimo accolto dai monaci; il priore, per altro garbato, ha quella benevolenza monotona di una persona abituata a veder soltanto gente che va e viene. Un Polacco, un Inglese e alcuni ebrei che vanno in pellegrinaggio si uniscono meco che ho un dragomanno ed armi, e ci mettiamo in cammino in una notte oscurissima. L’aria è pesante e bassa; fortunatamente, le quattr’ore di pianura che abbiamo a percorrere si fanno con buona strada.
Verso le ore tre del mattino, ci interniamo nelle rupi che precedono le montagne della Giudea. Camminiamo l’uno dietro l’altro, stante l’esiguità della strada; sono cessate le conversazioni poliglotte, non odesi che il rumore dei ferri dei nostri cavalli sugli scogli. È un’ora penosa. Quasi dormo a cavallo. Allo spuntar del giorno, noi siamo affatto nelle gole per un sentiero scabrosissimo. Due soli villaggi sono da notare tra Ramlé e Gerusalemme: l’uno chiamato Abugoch, e un altro di cui ho dimenticato il nome, ove facciamo bere i nostri cavalli in una cisterna. Che aridità, che tristezza su quelle montagne! Stupisco sentire cantare degli uccelli in quella orrenda solitudine! E tuttavia vi sono esseri umani che non temono vivervi coi loro figli.
9 luglio 1856. Finalmente, alle otto vedo le muraglie di Gerusalemme. Il sole ci scotta e crepola sulle pietre che pare si muovano. Non anima viva attorno della città: al di dentro nessun rumore. Direbbesi una città morta. Entro per la porta di Damasco. Le strade sono sucide, quasi solitarie, affogate nell’ombra a causa delle volte numerose che le coprono. Ovunque ruine e stracci. Un cenciaiuolo qui farebbe la sua fortuna. In quanto agli abitanti, essi sono scarsi e sembrano divorati dalla noia e dalla miseria. Quelli che passano rasentano lentamente le case; non hanno l’aria di essere affaccendati. Camminano per camminare. I mercanti aspettano un avventore che non viene. Tutta questa gente è disoccupata, sparuta e di un aspetto straziante. Tuttavia ciò mi va a versi più degli schiamazzi e del tumulto delle altre città d’Oriente.
Scendo alla locanda Inglese nella via Dolorosa. Mi faccio condurre al bagno che è ributtante; ma sono talmente stanco, che non temo lavarmivi ed anche dormirvi. A mezzogiorno, Costantino viene a cavarmi fuori da quest’antro; mi vesto e vado al consolato di Francia. Rimetto al console una lettera di uno dei miei amici di Costantinopoli. L’ambasciatore aveva avuto la bontà di dare avviso del mio arrivo, in guisa che sono ricevuto con la più perfetta cortesia. Ritorno per desinare alla locanda.
Le prime ore del mio arrivo in una città sono sempre accompagnate da una tristezza invincibile, e che non si può spiegare. Mi corico di buon’ora.
La filastrocca fantastica delle antiche nazioni
Di Anonimo
Gerusalemme, 1859.
Il troppo rapido soggiorno che fanno ordinariamente i viaggiatori in Terra Santa non basta per autorizzare a formare un esatto criterio sull’istoria, i costumi, la topografia di quelle celebri contrade.
Al mio ritorno da un primo viaggio, intrapreso secondo il programma tradizionale, allorquando mi prese vaghezza di coordinare le mie note, vi osservai numerose lacune; così, padrone del mio tempo, risolvetti partire di nuovo per la Palestina, e di prendervi stanza parecchi anni e studiare praticamente i costumi, le tradizioni, gli usi di quei popoli che, fino ad ora estranei al movimento della civiltà, hanno conservato quasi senz’alterazione la loro impronta biblica.
A tale effetto, mi imbarcai il 2 febbraio 1859 a Marsiglia sul vapore delle Messaggerie Imperiali Il Louqsor. Preoccupato dalla idea fissa di studiare la Palestina, gettai appena un colpo d’occhio su Malta e sopra Alessandria; solamente lasciando quest’ultima città cominciava credermi partito realmente per l’Oriente.
La coverta mutò di aspetto; imbarcammo gente di ogni nazione, di ogni lingua, di ogni costume; e dalla maggior parte dei gruppi che si formano poco a poco e a tastoni, escono varie voci: quella dell’Arabo, che rassomiglia a un rauco gargarismo, l'iotacismo effeminato dei Greci, il fischio degli ebrei del Moghreb, lo starnuto dell’Armeno, il barbugliamento armonioso del Turco. Col francese, l’inglese, l’italiano e un poco d’arabo, mi lusingo di essere sufficientemente poliglotta: dimenticavo che ogni rivoluzione della ruota del timone mi avvicinava alla torre di Babele.
Ventiquattro ore passate a terra bastano per far perdere lo stomaco marino; quando uno si rimarca, le prime ore della navigazione sono poco gradite; la testa soffre al movimento ondulatorio del bastimento, e lo spirito ha il mal di mare; non si sta bene, o almeno passabilmente, che all’aria aperta o in una posizione orizzontale. Cosa fare in un vapore a meno di sognare? E mi misi a sognare, a evocare per la centesima volta nel mio pensiero l’istoria del celebre paese che doveva toccare l’indomani.
Mi rappresentai all’istante i mercanti d’Egitto, la razza di Chanaan che va a colonizzare la terra siriana, ove non errano che deboli tribù semitiche, di nomadi seguiti da immense greggi. Li installai sulla costa e nei cantoni favorevoli all’agricoltura. Vidi svilupparsi, mercé la cattività o lo sterminio degli indigini, le repubbliche i cui nomi mi avevano fatto impressione in mezzo alle mie lunghe letture.
Tutte queste nazioni, che la lontananza ci abitua a considerare come potenti, e i cui nomi hanno più lettere forse che esse non avevano villaggi, suscitarono nella mia mente resa grave dal frastuono del vapore una filastrocca fantastica e interminabile; tentai di noverarle, ma la rassomiglianza di tutte quelle finali mi confuse la memoria, e i primi conquistatori della Palestina furono, nel mio cervello, come quei dieci o dodici soldati che servono di trastullo ai fanciulli i quali, girando attorno ad un cilindro, formano un esercito che sfido poter numerare.
Qualcosa di speciale nell’aria
Di Adam Smulevich (Giornalista).
Gerusalemme, 2022.
È da poco passata la mezzanotte quando il cellulare trilla. Il Wi-Fi va a rilento, ma per fortuna questo è uno dei rari istanti in cui fa il suo dovere. Se aveva un compito stanotte, d’altronde, era proprio quello di intercettare questo messaggio. La tensione sale, il corpo suda. L’ora della verità è arrivata: o sarà l’inizio di una settimana intrigante, oppure di una quarantena che cerco di non contemplare nemmeno come ipotesi. Per fortuna, una volta tanto, la sorte è benevola. Tampone negativo.
Il frigobar è vuoto, neanche una bottiglia nei paraggi. Se ce ne fosse una di vino, magari di quell’ottimo bianco che si produce nei vigneti conquistati al deserto appena oltre questi monti, sarebbe l’occasione giusta per aprirla, versarne il contenuto e alzare il calice scandendo l’augurio “LeChaim!”, “Alla vita!”.
Ripenso alla trafila aeroportuale: controllo del passaporto con occhio attento a eventuali timbri sospetti, domande di rito sul perché e percome di questo viaggio, ritiro del bagaglio. E poi, dazio purtroppo inevitabile nella primavera del 2022, il simpatico bastoncino che già si era insinuato nel mio naso e nella mia bocca in Italia. Da lì di corsa all’imbarco del treno in partenza. Fuori già buio pesto e quindi niente cognizione del panorama, visibile tra una galleria e l’altra, che si inerpica fino agli ottocento metri d’altezza su cui sorge Gerusalemme. Mi consolo pensando che per una settimana la “città della pace” sarà la mia casa, il mio luogo di lavoro, uno spazio in cui porre domande e cercare risposte.
Di Gerusalemme ce n’è una, ma in realtà ce ne sono molteplici. È concretezza nella sua dimensione terrena che mi prefiggo di calpestare consumando le suole delle scarpe, ma è anche proiezione dell’anima in quella sua dimensione celeste cui miliardi di persone guardano con sentimenti contrastanti. Nel Tanakh, l’insieme dei testi sacri ebraici, il suo nome appare 667 volte. Innumerevoli sono i modi di chiamarla ed evocarla anche in altre tradizioni e culture. A Gerusalemme, comunque la si declini, c’è qualcosa di speciale nell’aria. Ed è un cocktail di sensazioni che, se non si è preparati, può far danno.
Esiste infatti una sindrome che colpisce persone più predisposte di altre sul piano emotivo. A tradirla sono volti tirati, espressione di un malessere che morde da dentro e divora ogni barlume di lucidità. Persone “normali” fino a un minuto prima vagano in preda al delirio profetizzando apocalissi e sventure. Sono dei casi limite. Però, ci dicono le statistiche, non così infrequenti. Ma c’è anche una sindrome per la quale non c’è cura. Ed è quella di chi, davanti alle sue pietre, è stordito dal peso della Storia.
Questa sindrome di cui mi dichiaro vittima la conosco in molte forme. Mi emoziona insieme al suono dell’Hatikvah, l’inno dello Stato di Israele. Mi emoziona anche il suo messaggio di speranza. Sono un ebreo della Diaspora, ma mi è chiaro che questo legame, indissolubile, sarà per sempre. Fatta questa premessa, mi riconosco uno spirito critico e una capacità d’ascolto che spero di saper coltivare anche guardando alla Gerusalemme degli “altri”.
Intanto il treno è partito: esattamente ventisei minuti dopo, come da programma, sarò alla stazione Yitzhak Navon. All’interno del vagone un primo assaggio della città. Un gruppo di haredim, i cosiddetti “ultraortodossi”, ma la definizione non mi piace, spacca il capello in quattro su un passo di Torah; al lato opposto un gruppo di giovani soldati li osserva tra fascino e distanza; incurante avanza una coppia di ebrei “modern orthodox”, con un bambino in fasce che si trastulla con la kippah del padre; nelle vicinanze anche due arabi nella loro terza età: lui guarda spesso l’orologio, lei invece sgrana un rosario. Completa il quadro un pastore evangelico americano che sta guidando in pellegrinaggio due suoi connazionali. Al quinto “Really?” proferito con teatralità dalla signora uno dei haredim implora (o per meglio dire impone) il silenzio con l’equivalente ebraico di un “chetati”. Ridono sia il religioso, che compassionevolmente però non traduce, sia i due arabi.
Di nuovo a Gerusalemme, dopo il 7 ottobre
Di Adam Smulevich (Giornalista).
Gerusalemme, 2024.
Il disbrigo delle pratiche di sicurezza, una volta atterrati al Ben Gurion, può richiedere un certo lasso di tempo. Questa volta, in fila davanti a me, non c’è nessuno. E non è un eufemismo: il turismo si è come liquefatto a causa della guerra e oggi vola quasi solo El Al, la compagnia di bandiera. Ho il cuore gonfio di emozione: non c’è giorno, dal 7 ottobre, in cui non abbia pensato a quella orrenda carneficina e alle sue conseguenze.
Il trauma di un paese è subito davanti agli occhi. E ha gli occhi di Kfir Bibas di neanche un anno, il più piccolo dei bambini sequestrati da Hamas, il cui volto campeggia in uno dei cartelli disposti ai lati del tratto che porta al controllo del passaporto.
Il treno per Gerusalemme è puntuale. Il sole sta tramontando, ma fa ancora in tempo a illuminare l’area di Latrun col suo monastero trappista. Un simbolo nazionale. Ai suoi piedi, tra il maggio e il luglio del 1948, si svolse una delle battaglie decisive della Guerra d’Indipendenza. Erano giorni di grande fragilità e incertezza per il giovanissimo stato ebraico. Lo sono di nuovo oggi, in un modo diverso da allora, ma comunque impensabile fino alla mattina del 7 ottobre.
Osservo con attenzione gli altri passeggeri. Un paio hanno al collo una catenina d’argento con sopra quattro parole, “Bring them home now”, lo slogan lanciato dal forum delle famiglie per tenere alta l’attenzione sulla sorte degli ostaggi. Un messaggio senza frontiere: fate di tutto per riportarli a casa. “Bring them home now” è anche la prima frase che leggo scendendo alla stazione Navon, su un poster gigantesco. Musica in sottofondo: un uomo suona al pianoforte “Let it be”. Vorrei fermarmi ad ascoltarlo, ma la scala mobile mi porta al piano superiore e ho fretta di arrivare in hotel. Bei tempi quando la “guerra” era contro il Covid e la si poteva combattere con vaccini e mascherine. Oggi tutto è cambiato e non si sa come andrà a finire. Molte migliaia sono anche le vittime tra i civili palestinesi, ostaggio di un regime sanguinario che li usa come scudi umani, esponendoli al fuoco.
È inizio gennaio, ma sembra primavera. C’è tanta gente per strada.
Mi sono dato la regola di non prendere mezzi di trasporto, almeno per gli spostamenti dentro la città. Pedibus calcantibus mi dirigo verso l’hotel. L’atmosfera è familiare e al tempo stesso internazionale, movimentata da alcuni gruppi giovanili che da Usa ed Europa sono venuti in Israele per dare una mano.
Copyright © 2024 Storie, La piccola casa editrice di Giovanni Santarossa
LA FRASE
«Come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia».
(Salmi, Antico Testamento)
SEGNALAZIONI
Libro: Gerusalemme. Biografia di una città, Simon Sebag Montefiore, Mondadori, Milano 2020.
Museo: David’s Tower - the Jerusalem History Museum.
Prenotazione delle visite guidate per telefono: +972-2-6265347 o per email: education@tod.org.il
È situato nella cittadella medievale conosciuta come “Torre di Davide”, accanto alla Porta di Giaffa, la storica porta d’ingresso della città vecchia. Il museo presenta la storia di Gerusalemme, ripercorrendo gli eventi più rilevanti che si sono succeduti, dalle prime testimonianze dell’esistenza della città, nel secondo millennio a.C., fino al momento in cui è diventata capitale dello Stato d’Israele, importante per le tre grandi religioni monoteistiche. La cittadella stessa è un incredibile sito archeologico. Le rovine che si trovano al suo interno testimoniano il passato ricco di sconvolgimenti della città e costituiscono una rappresentazione in scala ridotta di Gerusalemme nelle varie epoche. Dalle torri della cittadella si può ammirare uno spettacolare panorama a 360° sia della città vecchia di Gerusalemme, sia di quella nuova. In questo sito si svolge uno spettacolo notturno unico al mondo.