La scuola senza smartphone si rifiuta di capire il mondo
di Paolo Di PaoloIl dettaglio più eloquente – e più sintomatico – è l’applauso. Arriva a un adulto da una platea di adulti. L’adulto è il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara. Parla in una sala romana, nell’ambito di un convegno su istruzione e tecnologia digitale. Annuncia a chi gli è seduto davanti che, a partire dal prossimo anno scolastico, sarà interdetto l’uso dello smartphone in classe. È lì che scatta l’applauso. Ed è un applauso che emana sollievo, adesione, se non addirittura entusiasmo.
Un severo e paternalistico entusiasmo: finalmente! Era ora! Immagino gli sguardi, le occhiate assertive, complici: di adulti fra adulti, educatori presunti – pronti, un istante dopo il batt…
Il dettaglio più eloquente – e più sintomatico – è l’applauso. Arriva a un adulto da una platea di adulti. L’adulto è il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara. Parla in una sala romana, nell’ambito di un convegno su istruzione e tecnologia digitale. Annuncia a chi gli è seduto davanti che, a partire dal prossimo anno scolastico, sarà interdetto l’uso dello smartphone in classe. È lì che scatta l’applauso. Ed è un applauso che emana sollievo, adesione, se non addirittura entusiasmo.
Un severo e paternalistico entusiasmo: finalmente! Era ora! Immagino gli sguardi, le occhiate assertive, complici: di adulti fra adulti, educatori presunti – pronti, un istante dopo il battimani, a tornare chini sul loro smartphone. È curiosa, ovvero schizofrenica, questa ossessione degli over 50 per il rapporto che i figli hanno con il telefono, o meglio con ciò che negli ultimi tre lustri è diventato il telefono.
È curiosa e schizofrenica perché le intemerate pubbliche e private sembrano originare da una differenza che non c’è più: c’è, tra i vostri conoscenti attempati, qualcuno che non passi ore con il collo piegato su uno schermo tattile? Dunque il paradosso logico: gli sbarcati da un’altra era, i novecenteschi che hanno scoperto tardi computer, telefonini e social, diventano i censori (inattendibili) presso la popolazione nata ieri e con la tecnologia in mano.
A differenza dei figli, che praticamente non usano la suoneria, madri e padri e nonni sono quelli che fanno squillare il telefono al teatro e al cinema, per dire. E sono quelli che hanno reso Facebook e Twitter luoghi inabitabili per gli under 25. Tant’è. Condividono a ogni modo la convinzione – per molti aspetti fondata ma imprecisa – che grossi rischi vengano da lì.
Ma forse il modo più incongruo per evitare un rischio è fingere che non esista. Sospendere la realtà. Fare in particolare dell’aula scolastica un limbo solo apparente, e comunque ambiguo, in cui si ignora ciò che fa paura. Il sesso. La politica. L’uso dello smartphone.
Valditara ha altresì annunciato, munificamente, che si potranno usare computer e tablet; e che sarà in via di sperimentazione un progetto basato sull’intelligenza artificiale: purché l’IA non sia usata come «strumento di deresponsabilizzazione». Bene. Ma l’intelligenza umana come strumento di responsabilità? Un minimo di fiducia appaltata a chi entra in classe e non in carcere? Dare per assunto che durante una lezione il telefono non si usa se non per scopi didattici, e provare però a pensare che si può allenare uno studente e una studentessa a una maggior coscienza?
Anzi, mi verrebbe da dire che, sulla questione, si può immaginare di allenarsi a vicenda: adulti e giovanissimi in dialettica anziché in contrapposizione. Producendo un tipico e persuasivo “effetto nostalgia” il ministro ha parlato di ritorno al caro vecchio diario di carta, mostrando insofferenza per il registro elettronico.
Ma chi l’ha detto che ci sia una impossibilità di coesistenza? Nei fatti, la coesistenza c’è. E comunque non è tornando genericamente al caro vecchio diario che si affrontano le pur marcate difficoltà nella scrittura a mano. La scuola non è un’alternativa al mondo reale. È nel mondo reale; è il mondo reale. Non funziona il moralismo, non funziona il paternalismo, non funziona in molti casi nemmeno il divieto proclamato con occhi truci.
D’altra parte, sfido parecchi genitori a dirmi quanto riescano a impedire che i loro figli arrivino a tavola col telefono fra le mani. Alla scuola, come al solito, si appaltano compiti in eccesso. E soprattutto le si chiede di risolvere problemi come se fossero di natura matematica. Non è così. Siamo contenti e compiaciuti che lo smartphone sia vietato in classe? Che solenne e infruttifera illusione!
Intanto, siamo indietro su milioni di fronti: seria alfabetizzazione digitale, per dirne una. Si esce da una scuola superiore senza sapere impostare decentemente un documento scritto su Word. In una riflessione datata 2021 sul “Post”, Alessandro Baricco metteva in gioco due verbi: domare e abitare. Mi pare che facciano al caso. Siamo sicuri che il punto sia domare e non abitare? Abitare, cioè, con intelligenza il presente. Se il mondo intorno cambia drasticamente – scriveva Baricco – un sistema poco flessibile non ha modo di reagire: «La cosa più sensata è chiudersi a riccio». Eccoci qua.