Nell’intermezzo tra una seduta e l’altra spesso vado a leggere le notizie dal mondo: è uno stacco necessario, uno sguardo che si apre. A volte un titolo fa intuire il contenuto dell’articolo: è successo con la tristissima vicenda di Andrea Robin Skinner, la figlia della scrittrice premio Nobel Alice Munro, a lungo molestata dal patrigno e abbandonata a se stessa in età adulta dalla madre che scelse di ignorare i suoi racconti.
Qualsiasi titolo trovassi sottolineava in modo più o meno esplicito la responsabilità della Munro nella scelta di restare con il marito, seppure con il peso tremendo della violenza sessuale nei confronti della figlia.Una passeggiata nell’ambiente dei social network ha poi spalancato le porte all’indignazione delle donne: c’è chi teme di perdere la passione per le opere di Alice Munro, chi descrive il proprio cuore spezzato, chi sottolinea che in nessuna maniera si possa giustificare la scelta della Munro anche se è sempre necessario separare le capacità artistiche dalla vita quotidiana.
Nessuno, a mia conoscenza, ha detto l’unica cosa vera: l’omertà e la decisione di fingere che nulla sia accaduto sono le reazioni più frequenti in tutte le famiglie, soprattutto se il livello socio-culturale è alto. La maggioranza dei reati sessuali familiari è coperta, nascosta, insabbiata: il danno nei confronti delle vittime è quindi più pesante.
Mi stupisco per lo stupore: perdonatemi, ma è così. Nella duplice veste di medico e psicoterapeuta vorrei che fosse etico fare assistere la gente ad alcuni dei miei incontri con i pazienti: in ambito oncologico alcune tragedie servirebbero per risistemare le priorità della vita, nella psicoterapia per rendere evidente la realtà, le tante verità che nessuno vuole ascoltare. Comprendere non significa giustificare: una psicoterapeuta (per di più medico) non può e non deve esprimere giudizi sui comportamenti delle persone, ha scelto di osservarli e fare tutto il possibile per riportare la luce dove si sta manifestando il buio.
Fingere che ognuna delle donne che urlano scandalo in pubblico sia eventualmente pronta a lasciare il proprio compagno in un caso analogo a quello della Munro è ipocrisia: è ovvio che nessuna si aspetti un comportamento deviante e patologico dall’uomo che ha accanto, scatenarsi contro chi non ha saputo prendere la “posizione giusta” appare facilissimo.
Ma proviamo a metterci nei panni di una donna, anzi di una moglie (o compagna), che scopre di avere in famiglia il peggiore dei delitti sessuali da parte dell’uomo che ha scelto come partner, e proviamo a visualizzarci in una condizione sociale, pubblica, lavorativa di estrema esposizione mediatica: quanto dilaniante coraggio serve per fare saltare tutto, per perdere il marito, l’immagine certa del nucleo familiare, la sicurezza lavorativa e magari anche la fama se è ormai consolidata?
“Niente è paragonabile a una violenza sessuale su una minorenne”: sono così tanto d’accordo da spendermi per fare crescere la consapevolezza e il coraggio nelle donne che non osano denunciare e lasciare chi maltratta loro o i figli e le figlie. Però non posso fare a meno di dire che la tragica debolezza di chi non agisce per modificare una situazione patologica va compresa, anche se non accettata. Altrimenti restiamo nel limbo dell’utopia e non guardiamo la realtà delle violenze domestiche: sono subdole, nascoste, difficilissime da identificare perché generano una paralisi dell’agire quando tentano di emergere alla coscienza.
L’invito a tacere, a perdonare, a fare finta di niente è la reazione più frequente delle mamme, zie, nonne che scoprono di avere l’orrore in famiglia: possiamo scegliere di ululare contro queste donne oppure possiamo comprenderle e fare il massimo per modificare la cultura sociale e familiare, fornire tanto aiuto e tanto supporto da rendere la paura sottesa un vago ricordo remoto. Non si combatte l’orrore rifiutando i suoi aspetti più subdoli, anche quando ci mettono nella più acuta crisi di coscienza: cosa farei io se…?
Il libro
Parlami d'amore. Le parole e i silenzi per dirlo
di MariaGiovanna Gatti Luini
Vanda Edizioni
Pagg. 140, euro 16.50
L’autrice
Giovanna M. Gatti è medico psicoterapeuta e scrittrice. E’ specialista in Psicoterapia, Chirurgia Generale e Radioterapia, con un Master in Senologia. Ha approfondito numerose tecniche di medicina integrata e si occupa da anni della salute psicofisica delle donne; affianca la lunga esperienza in oncologia femminile in un centro di eccellenza internazionale (IEO a Milano) a un interesse psicoterapeutico profondo verso l’affermazione, le relazioni, la realizzazione, l’identità femminili. Con lo pseudonimo di Maria Giovanna Luini è autrice di numerosi libri e consulente di sceneggiatura cinematografica. Nel libro “La Via della cura” (Mondadori) ha delineato il proprio peculiare metodo terapeutico che integra corpo e mente, ne “Il Grande Lucernario” (Mondadori) ha raccontato il percorso di vita e di lavoro al fianco di Umberto Veronesi e la scoperta della medicina olistica integrata. “Parla come ami” (Mondadori) si concentra sul potere delle parole nella cura e autocura. Sulla via dell’esplorazione del sé ha pubblicato “I Tarocchi ti raccontano” (TEA), e da psicoterapeuta ha realizzato “I Tarocchi Genziana dell’Inconscio” (VandA.edizioni), 55 carte per l’esplorazione dell’inconscio adottate da terapeute e terapeuti in contesti di cura. Consulente di sceneggiatura, la sua collaborazione più recente è con Ferzan Ozpetek e Gianni Romoli nel film “Allacciate le cinture”. Ha un podcast molto seguito: “Terapie olistiche”.