Così il governo mette le mani sulla lirica
di Giovanna VitaleIl Teatro di San Carlo di Napoli
Il primo a finanziare un teatro fu Camillo Benso conte di Cavour, il quale fra i tanti meriti ebbe anche quello di disporre una dotazione a carico dell’erario per consentire al Regio di Torino di mettere in scena il meglio del repertorio operistico dell’epoca. Ebbene, in oltre 150 anni, dacché in varie forme esiste il finanziamento pubblico dello spettacolo, a nessuno mai — neppure sotto il fascismo — è venuto in mente di aggiustarsi le norme in modo tale da assegnare al governo il potere di pilotare le nomine al vertice delle più prestigiose fondazioni lirico-sinfoniche del Paese. Fino a oggi. All’avvento del ministro Gennaro Sangiuliano nei saloni del Collegio Romano.
Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano
È sempre stato un pallino dell’ex direttore del Tg2: impadronirsi dell’intero scibile culturale, a colpi di emendamenti e decreti, per cambiare l’immaginario tricolore in un se…
Il primo a finanziare un teatro fu Camillo Benso conte di Cavour, il quale fra i tanti meriti ebbe anche quello di disporre una dotazione a carico dell’erario per consentire al Regio di Torino di mettere in scena il meglio del repertorio operistico dell’epoca. Ebbene, in oltre 150 anni, dacché in varie forme esiste il finanziamento pubblico dello spettacolo, a nessuno mai — neppure sotto il fascismo — è venuto in mente di aggiustarsi le norme in modo tale da assegnare al governo il potere di pilotare le nomine al vertice delle più prestigiose fondazioni lirico-sinfoniche del Paese. Fino a oggi. All’avvento del ministro Gennaro Sangiuliano nei saloni del Collegio Romano.
Il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano
È sempre stato un pallino dell’ex direttore del Tg2: impadronirsi dell’intero scibile culturale, a colpi di emendamenti e decreti, per cambiare l’immaginario tricolore in un settore a suo giudizio troppo sbilanciato a sinistra. Lo ha fatto nel cinema, nei musei, nei libri e adesso tocca pure all’Opera. Che sin qui, a regole vigenti, ha invano tentato di addomesticare, provando a imporre assetti e sovrintendenti a lui graditi, riuscendoci però a fatica, a prezzo di infinite polemiche.
Vedi, da ultimo, l’accordo con il sindaco di Milano Beppe Sala per portare alla Scala Fortunato Ortombina. Manovra centrata, ma strada tortuosa: ecco perché adesso c’è bisogno di una legge che sposti gli equilibri a vantaggio della maggioranza, eliminando ogni spazio di discrezionalità dei sindaci (quasi tutti progressisti) e degli eventuali soci privati.
E così, alla vigilia del grande risiko che attende i templi della lirica italiana, metà dei quali dovranno rinnovare la governance entro il 2025 — dalla Fenice di Venezia all’Opera di Roma, passando per il Massimo di Palermo, il San Carlo di Napoli e il Petruzzelli di Bari — Sangiuliano ha pensato bene di confezionare un decreto legislativo all’interno del nuovo Codice dello spettacolo che stravolge gli organismi di gestione, depotenzia i sovrintendenti e consente agli incaricati ministeriali di pesare molto di più: di mettere becco in maniera decisiva nella programmazione e persino nelle scelte artistiche. Sottraendo autonomia e indipendenza agli stabili di antica tradizione. La cui libertà è sempre stata sinonimo di qualità e innovazione.
E dire che dal 1985, anno in cui venne istituito il Fondo unico dello Spettacolo (Fus), di riforme in questo campo ce ne son state diverse. Tuttavia nessuna aveva mai messo in dubbio il ruolo del sindaco, che delle fondazioni liriche è presidente, né quello dominante del sovrintendente, individuato su proposta del Consiglio d’indirizzo. Soppresso e sostituito, nel disegno sangiulianesco, da un Consiglio di amministrazione (abolito negli anni ’90 per manifesta inefficienza) che decide tutto in maniera collegiale.
E siccome il governo raddoppia i delegati, a scapito dell’amministrazione comunale, ecco che influenzare la vita del teatro sarà più facile grazie alla golden share attribuita al dicastero della Cultura. Mentre il sovrintendente, sin qui organo unico di gestione, perde le sue prerogative principali, diventando una sorta di passacarte del Cda. Un ritorno al passato capace di spazzare via gli immani sforzi fatti negli ultimi trent’anni per risanare i conti e rendere più attrattivi i teatri.
A parte rare eccezioni, i Consigli di indirizzo sono difatti composti, per la parte politica, da due delegati del primo cittadino, uno del ministero, uno della Regione. Con la riforma in cantiere, nei Cda composti da 5 a 7 membri (variabili in base al numero dei soci privati), gli equilibri di potere si spostano sul governo centrale. A decidere chi sarà il sovrintendente o il direttore generale, quali opere cantare o il direttore d’orchestra da chiamare, sarà dunque il titolare della Cultura per interposti consiglieri d’amministrazione, dal medesimo nominati.
Il sottosegretario Gianmarco Mazzi
A tenere in mano il dossier è il sottosegretario Gianmarco Mazzi, che nei giorni scorsi lo ha illustrato alle varie associazioni di settore, da quella nazionale dei sovrintendenti all’Agis, ricevendo parecchie critiche. Terrorizzati dalla fuga di notizie, il testo del decreto tuttora in via di definizione non è stato consegnato a nessuno e a tutti è stata imposta la massima riservatezza.
Ma è difficile che le perplessità manifestate in sede di consultazione ne possano rallentare il varo, previsto all’ultimo Cdm prima della pausa estiva o al primo della ripresa. Tant’è che giovedì la Commissione cultura della Camera ha in calendario la proroga per un altro anno della delega, in scadenza il 18 agosto, che offre la cornice legislativa al nuovo Codice. Il tempo necessario a Sangiuliano per completare l’opera. E mettere le mani sulle liriche.
Antipasto di una trama ancor più ampia e pervasiva, dal momento che a seguire si sta già pensando di cambiare, con un altro decreto, i criteri di erogazione del Fondo dello spettacolo relativi alla composizione dei Cda nei teatri di prosa, i nazionali e quelli di interesse regionale. Motori, dopo il cinema e la Rai, della narrazione sovranista che si intende imporre al Paese.