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Hitler, Machiavelli e il tirannicidio

Mussolini e Hitler sul luogo del fallito attentato al Führer

 
A ottant’anni dall’Operazione Valchiria per uccidere il Führer ecco perché le congiure senza il consenso del popolo sono peggiori del male
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«Li omini mutano volentieri signore credendo migliorare, e questa credenza li fa pigliare l’arme contro a quello; di che s’ingannano, perché veggono poi per experienza avere peggiorato». Così scriveva Niccolò Machiavelli, che della tirannia aveva fatto l’oggetto delle sue riflessioni nel De Principatibus.

E quindi, nella ricorrenza degli ottant’anni dall’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, l’Operazione Valchiria che in molti hanno conosciuto grazie al film di cui è protagonista Tom Cruise, dobbiamo chiederci: i congiurati agirono invano?

Prima di tutto ricostruiamo i fatti. A partire dal gennaio 1944, con la liberazione dall’assedio di Leningrado, mentre la Germania era quasi quotidianamente bombardata e devastata dagli aerei alleati, e…

«Li omini mutano volentieri signore credendo migliorare, e questa credenza li fa pigliare l’arme contro a quello; di che s’ingannano, perché veggono poi per experienza avere peggiorato». Così scriveva Niccolò Machiavelli, che della tirannia aveva fatto l’oggetto delle sue riflessioni nel De Principatibus.

E quindi, nella ricorrenza degli ottant’anni dall’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, l’Operazione Valchiria che in molti hanno conosciuto grazie al film di cui è protagonista Tom Cruise, dobbiamo chiederci: i congiurati agirono invano?

Prima di tutto ricostruiamo i fatti. A partire dal gennaio 1944, con la liberazione dall’assedio di Leningrado, mentre la Germania era quasi quotidianamente bombardata e devastata dagli aerei alleati, era ormai diventato chiaro anche ai più illusi (che non fossero dei completi fanatici ottenebrati nel loro giudizio) che Berlino si avviava a una sconfitta militare che sarebbe stata ben più catastrofica e dolorosa di quella patita nel novembre 1918. Tale consapevolezza era ovviamente ancor più chiara tra i vertici militari che di persona constatavano la situazione al fronte.

Si coagulò quindi un gruppo abbastanza esteso di congiurati, civili e militari, alcuni dei quali avevano nel passato confuso il nazionalismo con il nazismo, ma che ora per convinzione morale, per senso dell’onore, per pragmatismo, per pentimento, per amor di patria o per una combinazione di tutti questi elementi, si ritrovavano uniti dal desiderio di abbattere il nazismo e il demonio che lo incarnava per salvare la patria.

Dopo vari tentativi fu deciso di agire tramite il colonnello Claus von Stauffenberg, pluridecorato aristocratico che aveva perso un occhio e una mano in Tunisia mentre serviva nell’Afrika Korps. Entrato nello Stato maggiore della Wehrmacht per le sue indubbie doti strategiche, era uno dei pochi che aveva accesso ad Hitler e così si ideò il piano: portare una bomba a orologeria nella sala riunioni del quartier generale, il Wolfsschanze, la tana del lupo situata in Prussia Orientale dove il Führer faceva il punto della situazione con gli alti gradi militari, innescarla, uscire e rientrare a Berlino. Nella capitale i congiurati, guidati dal generale Friedrich Olbricht, avrebbero dovuto completare l’Operazione Valchiria, procedendo all’arresto di tutti gli uomini di vertice del nazismo e delle SS, accusandole di aver loro ordito l’attentato.

Come è andata a finire tutti lo sappiamo. La bomba venne spostata in fondo al tavolo dietro una solida gamba di legno e quando esplose Hitler sopravvisse. Aspettando il rientro di Stauffenberg dalla Prussia i congiurati persero ore preziose e nonostante il successo iniziale, appena si seppe che il Führer era vivo, l’apparato nazista riprese il controllo. Cinquemila sospetti furono arrestati, duecento giustiziati, i più fortunati subito tramite fucilazione, gli altri appesi a ganci da macellai, dopo orribili processi farsa. La Germania sarebbe andata incontro nell’arco di pochi mesi al suo destino wagneriano di caduta e distruzione.

Il complotto, seppur ben congegnato, aveva due difetti fondamentali. Il primo era che non prevedeva un piano B. Se Hitler non fosse morto o gli ordini dalla Prussia fossero stati confusi si sarebbe dovuto improvvisare ed evidentemente questo non ha contribuito al suo successo che, vivo il Führer, probabilmente non ci sarebbe stato comunque.

E qui appare il secondo difetto. Come avevano capito i rivoluzionari americani e francesi e anche quelli marxisti, abbattere solo il tiranno può non portare lontano se tutto il suo apparato e l’ideologia che lo hanno sostenuto rimangono in piedi. Si rischia, come ammoniva il Fiorentino, di peggiorare.

Arrestare qualche migliaio di SS o SA poteva certamente servire, ma il consenso, per noi contemporanei inspiegabile, di cui ancora godeva il nazismo nel 1944 era molto alto. I promotori di Valchiria si illudevano inoltre di poter concludere una pace separata con gli Alleati occidentali per continuare la lotta contro il comunismo. Il massimo che avrebbero potuto ottenere sarebbe stato risparmiarsi quasi dieci mesi di distruzioni e lutti e qualche chilometro quadrato in meno sotto il giogo sovietico, ma sempre di resa incondizionata si sarebbe trattato.

Fu un tentativo nobile e legittimo? Certamente sì. Già San Tommaso (e pensatori greci e romani, tra cui Cicerone) aveva giustificato l’estrema punizione del tiranno il quale viola la legge naturale (che coincide con quella divina). Il grande giurista Bartolo da Sassoferrato distingueva la tirannia ex defectu tituli, per difetto di legittimo titolo (colpo di Stato, ad esempio), dall’exercitio tirannico del potere, caratteristiche entrambi presenti in Hitler (e che la maggioranza relativa del 33 per cento delle elezioni del gennaio 1933 certo non sanava).

Naturalmente, in parte per la consapevolezza che l’abbattimento del singolo senza la completa riconquista della libertà con azione di popolo può essere inutile (come anche su questo punto aveva anticipato Machiavelli) in parte perché il rischio è di giustificare l’omicidio di qualsiasi governante controverso (l’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo era moralmente giusto?), il tirannicidio è ammissibile in limiti molto circoscritti, in situazioni chiare, esaurita ogni altra opzione.

Nell’attuale clima troppo esagitato che pervade pure democrazie secolari ci vuol poco ad armare la mano di qualche pazzoide che si senta investito di una grande missione di libertà contro presunti dittatori: invece non abbiamo bisogno di nessun Thomas Crooks né in Pennsylvania né altrove.

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