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Filosofi di tutto il mondo unitevi!

Da domani alla Sapienza il congresso mondiale dedicato alla disciplina che per sua natura coltiva il dialogo e il confronto. Parola d’ordine: attraversare i confini. Evitando anche le trappole della cancel culture
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È immaginabile che circa ottomila persone, provenienti da tutto il mondo, sfidino il caldo di Roma la prima settimana di agosto (da domani all’8), per parlare di filosofia? Sembrerebbe assai improbabile. Eppure è quel che accadrà in occasione del XXV congresso mondiale di filosofia, organizzato dalla Fédération Internationale des Sociétés de Philosophie, presieduta da Luca Maria Scarantino, dalla Società Filosofica Italiana presieduta da Emidio Spinelli e dall’Università la Sapienza, dove esso avrà luogo.

Ciò che motiva tale evento sta nel titolo stesso del congresso, La filosofia attraversa i confini. Come spiega il documento “Convivialità e dialogo tra i popoli” presentato nel recente G7, in un mondo in cui crescono povertà e insicurezza, sempre più solcato da conflitti, la filosofia è l’unico sapere che ha nel proprio Dna un nucleo dialogico, orientato al confronto tra punti di vista diversi. Ciò non vale per l’economia e la tecnica, inestricabilmente legate ai poteri che le cont…

È immaginabile che circa ottomila persone, provenienti da tutto il mondo, sfidino il caldo di Roma la prima settimana di agosto (da domani all’8), per parlare di filosofia? Sembrerebbe assai improbabile. Eppure è quel che accadrà in occasione del XXV congresso mondiale di filosofia, organizzato dalla Fédération Internationale des Sociétés de Philosophie, presieduta da Luca Maria Scarantino, dalla Società Filosofica Italiana presieduta da Emidio Spinelli e dall’Università la Sapienza, dove esso avrà luogo.

Ciò che motiva tale evento sta nel titolo stesso del congresso, La filosofia attraversa i confini. Come spiega il documento “Convivialità e dialogo tra i popoli” presentato nel recente G7, in un mondo in cui crescono povertà e insicurezza, sempre più solcato da conflitti, la filosofia è l’unico sapere che ha nel proprio Dna un nucleo dialogico, orientato al confronto tra punti di vista diversi. Ciò non vale per l’economia e la tecnica, inestricabilmente legate ai poteri che le controllano, né, tantomeno, per la politica. Ma per la filosofia sì. Da sempre i suoi grandi testi attraversano le frontiere, unendo potenzialmente gli uomini. Quale altro linguaggio, se non quello filosofico, ha pensato insieme identità e differenza, unità e molteplicità, libertà ed eguaglianza?

Certo, anche nelle istituzioni filosofiche esistono squilibri, asimmetrie, vincoli tematici e linguistici, lasciati in eredità da imperi coloniali e mondi patriarcali. Ma qualcosa sta cambiando. Se si ripercorre la storia dei congressi di filosofia, aperta da quello di Parigi nel 1900, si ha la percezione di questo accidentato progresso. Per ascoltare un filosofo africano parlare in seduta plenaria si è dovuto aspettare il congresso di Düsseldorf del 1978. E perché i filosofi non europei diventassero più numerosi di quelli europei si è dovuto arrivare al congresso di Atene del 2018.

Ma forse è nell’ultimo incontro di Pechino del 2018 che è avvenuta la svolta, passando dal dialogo tra le culture a una cultura in sé dialogica, vale a dire autoriflessiva, come ha ben argomentato Riccardo Pozzo in History of Philosophy and the Reflective Society (de Gruyter). Non basta storicizzare la filosofia. Occorre storicizzare questa stessa storicizzazione, situando le varie storie della filosofia all’interno del contesto storico e ideologico. Solo in questo modo si possono smontare le grandi narrazioni egemoniche in una pluralità di tradizioni capaci di confrontarsi tra loro.

Come i cinesi leggono Cartesio o Kant? E come noi leggiamo i filosofi cinesi, arabi o africani? La filosofia è tale solo se è capace di riconoscere la propria alterità – compreso il non-filosofico, cioè il mondo che ci circonda. E del resto crisi ambientale, immunizzazione, intelligenza artificiale non interpellano direttamente la filosofia? La migrazione verso altri spazi geografici, storici, mentali è la forma stessa del filosofare. Anche le filosofie “nazionali” danno il meglio di sé quando praticano una sorta di de-territorializzazione, come si espressero Deleuze e Guattari in Che cos’è la filosofia? (Einaudi). Fare filosofia significa guardare la propria realtà dall’esterno, sporgersi sul proprio “fuori”.

Quest’ultima considerazione serve a fare chiarezza su una questione delicata. L’universalismo – cui la filosofia non può non tendere – non è mai compiutamente raggiungibile. Ma soprattutto non deve significare omologazione, come accade quando si ricorre a formule stereotipate, frasi fatte, luoghi comuni, in nome di una “correttezza”, oltre che politica, anche filosofica. La cancel culture è l’esito più imbarazzante di questo pigro automatismo. Sostenere che il canone occidentale – portatore di geniali scoperte, ma anche di dominio e violenza – vada cancellato è un’insensatezza non diversa da quella che discrimina culture di pari valore. Ciascuno di noi parla inevitabilmente in una determinata lingua, è situato in una certa tradizione, conosce meglio alcuni temi. Negarlo è assurdo. Non solo, ma contraddirebbe il significato, politico e culturale, della differenza a favore di un’omogeneità per fortuna irraggiungibile.

Quello che conta è riconoscere la parzialità del proprio punto di vista, confrontandolo con quello altrui. Il tentativo di creare uno spazio concettuale unificato è allo stesso tempo vano e pericoloso, destinato a ricreare quel mito dell’identità cui pure ci si oppone in nome del pluralismo.

La stessa cosa vale per le lingue. Il predominio assoluto dell’inglese, per quanto motivato dall’esigenza di facilitare la comunicazione, in filosofia è nefasto. Rischia di farci perdere la straordinaria ricchezza delle diverse lingue, rendendo inutile quell’attività di traduzione del tutto necessaria al lavoro filosofico. Se ci pensiamo, la traduzione dall’ebraico al greco, al latino, all’arabo, alle lingue europee coincide con la storia della filosofia. È il suo strumento e la sua anima. Non solo, ma consente la sfida con l’Intraducibile, senza la quale l’attività di traduzione non progredirebbe, come spiega il bellissimo Dizionario degli intraducibili curato da Barbara Cassin per Seuil-Le Robert. O vogliamo continuare a tradurre Geist, cioè spirito, con mind, come qua e là ci tocca leggere?

Se va rifiutata la tesi patriottica del genio linguistico dei popoli sostenuta da Herder e Heidegger, il mito di un linguaggio universale è altrettanto insidioso. L’inglese globale oggi circolante non solo riduce allo stato di specie protette le altre lingue, ma distrugge anche la bellezza dell’inglese classico. Solo se esistono delle frontiere, sarà possibile attraversarle.

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