Anche quelli che non lo amavano – e non erano pochi – dovevano riconoscerne bon gré mal gré lo spessore personale. Bruno Visentini lo definiva «un vanesio di qualità», dove non era chiaro se fosse maggiore il fastidio per la vanità o l’apprezzamento per la qualità, ma ne aveva sostenuto l’elezione alla segreteria del Pri e lo difese sempre. Montanelli, che si diceva amico di Spadolini e Spadolini di lui (anche se tra egocentrici di quelle dimensioni è difficile capire il senso della parola amicizia) aveva spiegato una volta che tutti amiamo noi stessi, ma Spadolini era l’unico ad essere totalmente ricambiato in questo sentimento.
Certo è che Giovanni Spadolini era sostanzialmente inconoscibile. Con lui si parlava molto e facilmente, anche perché era un conversatore straordinario, ma quello che diceva aveva una qualità impalpabile: non perché fossero parole vuote, ma perché nascondevano la realtà dei suoi pensieri. Quando da Segretario del Pri in Direzione Nazionale lo si sollecitava a…
Anche quelli che non lo amavano – e non erano pochi – dovevano riconoscerne bon gré mal gré lo spessore personale. Bruno Visentini lo definiva «un vanesio di qualità», dove non era chiaro se fosse maggiore il fastidio per la vanità o l’apprezzamento per la qualità, ma ne aveva sostenuto l’elezione alla segreteria del Pri e lo difese sempre. Montanelli, che si diceva amico di Spadolini e Spadolini di lui (anche se tra egocentrici di quelle dimensioni è difficile capire il senso della parola amicizia) aveva spiegato una volta che tutti amiamo noi stessi, ma Spadolini era l’unico ad essere totalmente ricambiato in questo sentimento.
Certo è che Giovanni Spadolini era sostanzialmente inconoscibile. Con lui si parlava molto e facilmente, anche perché era un conversatore straordinario, ma quello che diceva aveva una qualità impalpabile: non perché fossero parole vuote, ma perché nascondevano la realtà dei suoi pensieri. Quando da Segretario del Pri in Direzione Nazionale lo si sollecitava a spiegare che cosa stesse facendo nei complicati giochi politici della prima Repubblica, spesso rispondeva che «la situazione era molto complessa e per certi versi insondabile» (sembrava l’incipit di uno dei romanzi di Thomas Mann): non si poteva dire che non avesse risposto e non avesse descritto realisticamente le condizioni politiche del tempo, ma certo non aveva dato alcuna idea della direzione in cui si muoveva. Aggiungeva che la nebbia era fittissima e non restava che procedere a vista. Già, ma si sarebbe voluto sapere in che direzione si muoveva il piccolo vascello repubblicano nella nebbia fittissima e non lo si sapeva. Così un giorno, scoppiato lo scandalo della Loggia P2, Pertini lo designò per formare il nuovo Governo e, mentre tutti noi pensavamo che, ovviamente, né i democristiani né i socialisti lo avrebbero lasciato passare, lui procedette, formò il governo e resistette quasi due anni all’ostilità manifesta del resto della coalizione.
Io ero allora ministro del Bilancio – lo ero stato nei Ministeri Cossiga e Forlani e vi rimasi nel governo Spadolini. Lo mettevo in guardia dall’ostilità di Beniamino Andreatta che non accettava la sottrazione del Governo alla Dc e dal ministero del Tesoro alimentava un conflitto continuo con i socialisti nella persona di Rino Formica, titolare delle Finanze. Gli dicevo che in questo clima il deficit sarebbe andato alle stelle. Spadolini ostentava invece un’assoluta sicurezza: quando in Consiglio dei Ministri esplodevano questi contrasti, tirava fuori un comunicato, che diceva di avere già inviato alla stampa, nel quale si diceva che nella normale dialettica fra le forze di governo si stava discutendo etc. etc. Fra ammirato e sdegnato, Marcora, ministro dell’Agricoltura, che era seduto accanto a me, mormorava fra i denti: «Nel governo Spadolini solo le parole sono fatti, il resto sono chiacchiere». E tuttavia quelle parole erano anche politica perché Spadolini leggeva tempestivamente le manovre e non se ne faceva sorprendere. Non fu un’esperienza facile, ma il governo Spadolini ebbe successi importanti nella lotta contro il terrorismo come la liberazione del generale Dozier, e qualche successo nella lotta contro l’inflazione. Fu anche fermissimo nel sanzionare i pubblici dipendenti che erano appartenuti alla loggia P2.
All’apparenza bonario, era in realtà un uomo duro: sapeva quello che voleva e non cedeva mai. Aveva raccolto l’eredità del Pri alla morte di mio padre. Tutti pensavano che non ce l’avrebbe fatta, ma nelle prime elezioni politiche da segretario del Pri portò il partito oltre il 5%. Nelle grandi città arrivammo terzi, dopo il Pci e la Dc ma davanti ai socialisti, con cui però, pur rubando loro i voti, manteneva buoni rapporti. Un po’ come le sue descrizioni della situazione politica, la mente di Spadolini era insondabile. In fondo egli alterò la linea del Partito Repubblicano quando succedette a mio padre: il partito aveva considerato definitivamente chiusa l’esperienza del centrosinistra ed aveva aperto alla collaborazione con il Pci, anche per un giudizio estremamente negativo su Craxi.
Spadolini invece formando un governo pentapartito con dentro anche i liberali tornò al centrosinistra e inaugurò questa seconda fase di quella esperienza. Ma lo fece senza mai teorizzarlo apertamente. Ho scoperto dopo la sua morte, che avvenne per una grave malattia esattamente 30 anni fa, che in realtà non ero mai giunto a conoscerlo fino in fondo. Anche se avevo vissuto fianco a fianco con lui per oltre venti anni, prima come suo vicesegretario, poi come segretario del partito mentre lui era Presidente del Senato e lo avevo visto e sentito più volte ogni giorno, non posso dire di averlo conosciuto davvero. Aveva avuto grandi successi nella vita: la cattedra universitaria giovanissimo, poi la direzione del Carlino e del Corriere, il Parlamento e il governo, come primo presidente non democristiano dopo Ferruccio Parri.
Ma era e restava un uomo solo. Credo che una cosa lo addolorasse molto: il fatto che la base repubblicana – il Pri in Romagna, in certe zone della Toscana e in Sicilia era un partito di ceti popolari – non lo amasse. Ne riconosceva le doti, nei discorsi dei dirigenti c’erano grandi omaggi alla sua persona, ma gli applausi della base erano scarsi. La base non lo sentiva come uno di loro. Mi sono chiesto tante volte perché. Forse perché troppe parole avvolgevano e nascondevano i suoi sentimenti. La gente vuole vedere se possibile l’anima di chi parla, non solo ascoltarne le parole. E l’anima di Spadolini era nascosta nel profondo.