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Michela Murgia e i suoi eredi social: “Lottiamo per lei”

La famiglia. Luglio 2023, Michela Murgia festeggia le sue nozze queer: un evento in cui volle accanto “figli d’anima” e amici 
A un anno dalla morte della scrittrice, intervistiamo alcuni attivisti del collettivo Purple Square. Le loro risposte arrivano in un linguaggio in cui tante parole finiscono con la lettera “y”. A partire da “Murgy”
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Spesso ai bambini si diceva, e forse si dice ancora, che da morti si va in cielo. Così, quando poi si capisce che da morti non si va in cielo affatto ma si resta in terra, sotto terra – o si diventa terra, ceneri – ci si chiarisce, o almeno mi ero chiarita io nei miei otto o nove anni, che il cielo sta sotto i nostri piedi e tutto in questo mondo. Poi, il 10 agosto dell’anno scorso, a 51 anni, è morta Michela Murgia, che in cielo è andata davvero. Michela Murgia, attraverso l’etere elettrico, invisibile, dei social continua a parlare sui nostri schermi. Sarà perché aveva studiato teologia, sarà perché le piaceva scherzare e sorprendere. Non lo so e non posso più chiederglielo. Tuttavia, contrariamente alla predizione di Stanislaw Lem in Solaris (Sellerio) e cioè che si possono incontrare ancora le persone morte che si sono molto amate, ma le troveremo identiche al momento in cui le abbiamo perdute, Murgia ha continuato a intervenire e a cambiare – dunque a vivere – in una forma, più c…

Spesso ai bambini si diceva, e forse si dice ancora, che da morti si va in cielo. Così, quando poi si capisce che da morti non si va in cielo affatto ma si resta in terra, sotto terra – o si diventa terra, ceneri – ci si chiarisce, o almeno mi ero chiarita io nei miei otto o nove anni, che il cielo sta sotto i nostri piedi e tutto in questo mondo. Poi, il 10 agosto dell’anno scorso, a 51 anni, è morta Michela Murgia, che in cielo è andata davvero. Michela Murgia, attraverso l’etere elettrico, invisibile, dei social continua a parlare sui nostri schermi. Sarà perché aveva studiato teologia, sarà perché le piaceva scherzare e sorprendere. Non lo so e non posso più chiederglielo. Tuttavia, contrariamente alla predizione di Stanislaw Lem in Solaris (Sellerio) e cioè che si possono incontrare ancora le persone morte che si sono molto amate, ma le troveremo identiche al momento in cui le abbiamo perdute, Murgia ha continuato a intervenire e a cambiare – dunque a vivere – in una forma, più collettiva, che si chiama Purple Square. E vivrà anche altrove in luoghi che non conosco e non frequento come d’altronde ha vissuto in altri posti che non conoscevo e non frequentavo quando ancora eravamo entrambe di carne e ossa, e non una di carne e ossa e una di cenere. Ho scritto quattro email – ai quattro che ritenevo, una a torto – i principali fautori di Purple Square. Hanno risposto in due, La Batt Woman e Simone Romano Randagio. Hanno voluto usare la “y” nelle risposte. E così le lascio perché tanto normare il linguaggio, in senso includente o escludente, è come impedire l’esodo degli animali, umani compresi, e questo non è né nella mia indole, né nelle mie abitudini.

Come nasce Purple Square?

«Dal funerale. Murgy ha voluto un funerale pubblico: ne aveva previsto il potere catalitico. Da subito lettory, ascoltatory ed estimatory hanno iniziato ad essere community. Cercavano/davano passaggi verso Roma per partecipare insieme alle esequie, per brandire fianco a fianco libri murgici e palloncini-unicorno. Il caso ha voluto che quella che era – e resta – una pagina di meme dedicati a lei (@la_batt_woman) divenisse punto di riferimento per mettere a disposizione l’auto o le confezioni di kleenex durante il viaggio in treno verso Roma».

Una solida motivazione logistica.

«Un po’ per sopravvivere al lutto che ci sconvolgeva e alle numerose notifiche, e un po’ per intuizione, abbiamo aperto un gruppo Telegram per il funerale. Immediatamente, terminata la funzione, si è trasformato in luogo di metabolizzazione comunitaria di lutto culturale. L’esigenza di una strutturazione logistico e organizzativa è sorta dalle stesse persone che si erano iscritte il giorno prima».

Il nome?

«Purple Square era il nome che meglio pennellava il fenomeno: piazze virtuali dai valori femministi, democratici, progressisti reticolate in nodi regionali e provinciali. Viola perché Murgy mi aveva detto il giorno prima che l’aura della casa della queer family era viola, colore legato ai Bts, artisti del Kpop che tanto ha amato e studiato».

Che cos’è Purple Square?

«Uno spazio di sperimentazione femminista e democratico, ma è solo la nostra definizione. Tutte le persone che la frequentano, la definiscono e percepiscono in modo diverso. Abbiamo un manifesto con fondamenti che raccolgono i nostri valori e le nostre ideologie, che sono molteplici. È un luogo che accoglie chiunque si riconosca nella lotta alle diseguaglianze e nella cura della democrazia come metodo, caratteristiche del percorso civico di Michela Murgia. Si può fare attivismo sia a livello nazionale, ma soprattutto locale».

Ricadute sul territorio?

«Ci si incontra creando poli di scambio, gruppi di lettura e anche amicizie. La perdita di Michela ha unito le persone».

Michela Murgia vi aveva parlato riguardo ai suoi social dopo di lei?

«Nella puntata Carteggi del prezioso format YouTube Buon Vicinato che avete trasmesso nelle sere di quarantena Covid, Murgia disse che i social sono come i carteggi di una volta e che progettava di dare le password dei social ai figli d’anima per essere sicura che sarebbero rimasti in buone mani. Ha sempre parlato con enorme stima intellettuale di Alessandro Giammei, oggi curatore delle sue opere».

Che differenza c’è, se c’è, tra Michela Murgia sulla pagina, i suoi libri, e Michela Murgia sullo schermo?

«Michela – è la nostra idea, siamo convinte che la risposta sia differente per chiunque abbia incontrato, conosciuto, percepito e recepito Michela – ha fornito chiavi diverse per ogni diverso mezzo comunicativo che ha surfato».

Ho capito. Saggi?

«Sono quelli che chiamava “la cassetta degli attrezzi”».

Narrativa?

«Ci ha fatto capire emotivamente il valore di questi strumenti/attrezzi».

Social?

«Ci ha dato spunti su come utilizzarli anche noi. Murgy, dalla narrativa setosa e musicale e dalla voce saggistica tagliente, dava fiato alla tastiera quando sentiva che qualcosa andava detto, che il mondo doveva sapere. Scrivere diceva spesso non era la sua postura naturale, era un mezzo. Che oggi forse potremmo definire un mezzo di empowerment».

Ma voi chi siete?

«Abbiamo avvicinato virtualmente Michela Murgia in modo indipendente, nessuna di noi conosceva l’altra prima dell’arrivo del Covid».

Occasione di conoscenza?

«Le nostre pagine di meme sono nate grazie alle dirette video che Michela faceva durante il lockdown. Abbiamo iniziato a impersonare falsi troll per arginare, trollando a nostra volta, i fascio-disturbatori digitali, confondendoci tra le loro fila e dissipandone il potenziale silenziante a suon di risate per chi leggeva le chat delle dirette femministe».

E Michela Murgia?

«Sorrideva delle nostre battute nonsense, in un periodo in cui la shitstorm per lei era diventata la norma, purtroppo. È stato possibile solo grazie alla grande autoironia, che l’ha sempre contraddistinta».

Ma voi chi siete, ripeto?

«Siamo stati un po’ groupie, un po’ giullari».

Chiamava il vostro lavoro “La presa per il culto”, mi fa piacere ricordarvelo. In questo anno Purple Square ha fatto in tempo anche a sciogliersi e a ricoagularsi, che cosa è successo?

«PS è un luogo di sperimentazione che non ha un’identità materiale statica, è un vero e proprio organismo vivente che cresce e cambia, adattandosi in base alle persone che la animano. In ogni movimento, le aspettative e le visioni sono differenti. Anche negli ambienti femministi (UMANI!) non sempre si è in linea».

Quindi?

«Abbiamo discusso, come succede, sui valori della comunità e sulla visione, si è resa necessaria una micro-scissione».

Un esempio di visione?

«Il rifiuto della performatività. Non vogliamo produrre contenuti con scadenze regolari, sottostare alle dinamiche degli algoritmi social. Preferiamo perdere in visibilità concentrandoci, invece, nel creare luoghi sicuri e reti accoglienti specie a livello territoriale. Siamo convinty che sia stato un processo fisiologico e che ci sia spazio per tutty. Non siamo qui per monopolizzare, ma per moltiplicare, voci, idee e istanze».

Un esempio di orizzonte politico o visione, come preferite.

«Camminare assieme verso un orizzonte comune: creare spazi civici, diffondere consapevolezza femminista e lottare contro ogni tipo di discriminazione».

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