Chissà se il caporedattore del Time era consapevole della forza dirompente di quel titolo. The return of history campeggiava sulla copertina di un numero speciale dedicato all’invasione russa dell’Ucraina, il primo segnale di guerra destinato a infrangere la grande illusione di un’Europa pacificata. La storia è tornata o, meglio, la storia è tornata nella più cruenta delle sue manifestazioni, nel cuore del vecchio continente e sull’altra riva del Mediterraneo. Ed è tornata suscitando l’incredulità e lo smarrimento di generazioni di europei figli di una “cultura demilitarizzata”, che per quasi ottant’anni avevano rimosso dal proprio immaginario armi, divise e spargimento di sangue. «Alla ferocia eravamo abituati, ma non alla furia della guerra», scrive Marco Mondini, studioso che si è occupato a lungo dei conflitti novecenteschi. Un “deficit psicologico” tipico della “società posteroica”, che insegue “il paradiso liberaldemocratico” senza porsi il problema della difesa comune, «confina…
Chissà se il caporedattore del Time era consapevole della forza dirompente di quel titolo. The return of history campeggiava sulla copertina di un numero speciale dedicato all’invasione russa dell’Ucraina, il primo segnale di guerra destinato a infrangere la grande illusione di un’Europa pacificata. La storia è tornata o, meglio, la storia è tornata nella più cruenta delle sue manifestazioni, nel cuore del vecchio continente e sull’altra riva del Mediterraneo. Ed è tornata suscitando l’incredulità e lo smarrimento di generazioni di europei figli di una “cultura demilitarizzata”, che per quasi ottant’anni avevano rimosso dal proprio immaginario armi, divise e spargimento di sangue. «Alla ferocia eravamo abituati, ma non alla furia della guerra», scrive Marco Mondini, studioso che si è occupato a lungo dei conflitti novecenteschi. Un “deficit psicologico” tipico della “società posteroica”, che insegue “il paradiso liberaldemocratico” senza porsi il problema della difesa comune, «confinando l’idea della guerra a un passato di barbarie».
Quando abbiamo smesso di pensare la difesa armata della patria come un’eventualità pur tremendissima che fa parte del nostro patto di cittadinanza? Com’è successo che per più di cent’anni – dal Risorgimento al secondo dopoguerra – gli italiani siano stati disposti a dare e togliere la vita, in nome dell’onore e della dignità nazionale, per poi maturare fastidio per divise e naja, patita dalla maggior parte dei maschi boomers come la più fastidiosa delle iatture? Bastano a spiegarlo la folle carneficina voluta dal fascismo o la minaccia dell’Armageddon nucleare che ancora incombe sui nostri destini? Un bel libro di Marco Mondini, Il ritorno della guerra. Combattere, uccidere e morire in Italia 1861-2023 (il Mulino), affonda il bisturi nelle contraddizioni della cultura democratica, figlia della guerra partigiana e ora alle prese con incubo lungamente rimosso. E lo fa con gli strumenti della storia, indagando il canone del conflitto militare, la trama narrativa che attraverso due secoli si è ripetuta eguale al di là delle profonde diversità ideologiche, e il successivo mutamento culturale proprio di una comunità che ha inseguito la pace incondizionata. Ed è grazie a questa lente storica che si capiscono meglio lo smarrimento di oggi, l’incapacità soltanto di pensarla, la guerra, la paura o l’indifferenza o – peggio – l’ostilità non solo per chi la provoca ma perfino verso chi combatte per difendersi, come dimostrano le ingiuste critiche agli ucraini in nome della pace a qualsiasi costo.
Come tutti i fenomeni, anche la disgregazione della cultura bellica in Italia ha una spia rivelatrice che lo studioso identifica nelle cerimonie in tono minore dedicate alla sepoltura dei tredici aviatori in missione Onu trucidati dalle milizie locali in Congo. Era il novembre del 1961, al principio di un decennio che avrebbe messo i fiori nei nostri cannoni. Il ritorno in patria delle salme si consumò nell’indifferenza generale, ben lontana dalla ritualità patriottica con cui fino a quel momento era stato celebrato il valore militare. Due anni prima Aldo Capitini aveva pubblicato L’obbiezione di coscienza in Italia, manifesto della non violenza. E nel settembre del 1961 fu inaugurata la prima marcia per la pace da Perugia ad Assisi, con la partecipazione di intellettuali influenti come Italo Calvino e Norberto Bobbio. L’utopia della pace inviolabile avrebbe contagiato i figli del miracolo economico. Bisogna aspettare ancora il 1977 per spezzare l’antico legame tra cittadini, armi e patria: l’obiezione di coscienza diventa un diritto. Mentre è un governo di centrodestra, nel 2004, a mettere fine alla storia della leva in Italia, con il consenso unanime di tutti i partiti politici: gli italiani si erano stancati di imbracciare le armi. È ancora una volta un funerale l’evento che evidenzia il passaggio dal paese eroico alla società “posteroica”. Il 12 novembre del 2003 muoiono a Nassiriya, in Iraq, diciassette militari italiani. A piangerli non è più «una nazione fiera che si stringe intorno ai suoi guerrieri», ma la Repubblica del dolore afflitta da queste morti. Il popolo delle vittime, sintetizza Mondini, ha ucciso il popolo degli eroi.
Eppure l’Italia era sorta sui campi di battaglia risorgimentali. Sin dalla nascita dello Stato unitario, quella del sangue, dell’onore, delle armi era stata la lingua parlata dagli italiani. Un codice che sopravvive per oltre un secolo al cambiamento delle generazioni e dei contesti storici, con declinazioni culturalmente agli antipodi, ma con un tratto comune nel rivendicare la nobiltà del sacrificio. Perché nelle trincee della Grande Guerra non agisce solo la roboante retorica nazionalpatriottica dei generali, ma anche la ragione solidaristica di chi combatte per il compagno al suo fianco, per il proprio capitano, per quel legame fraterno destinato a durare tutta la vita. «Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri», scrive il poeta-soldato Piero Jahier, «ma io per far compagnia a questo popolo digiuno / che non sa perché va a morire/ popolo che muore in guerra perché mi vuole bene».
E anche nella guerra dissennata voluta da Mussolini, sono in molti a battersi non per la patria del fascismo, ma in difesa della dignità e dell’onore, accomunati da un destino atroce già deciso altrove. E dopo l’8 settembre del 1943 a impugnare i fucili accorrono indifferentemente uomini e donne, determinati dopo vent’anni di dittatura fascista a porre sul riscatto morale di un popolo “il sigillo del sangue” (copyright Ferruccio Parri).
La guerra con il suo corredo di “redenzione”, “onore”, “sacrificio” non è dunque estranea alla cultura degli italiani. Ma è nella rielaborazione memoriale delle campagne belliche del fascismo che Mondini rintraccia l’origine di un mutamento che andrà accentuandosi dopo gli anni Sessanta. Perché nelle testimonianze dei reduci che forgeranno la nostra coscienza democratica non solo non v’è traccia di quella resurrezione che permea la memorialistica della Grande Guerra, ma in primo piano sono solo il dolore patito, la disperazione, la miserabilità del confitto armato. Con un’omissione collettiva delle responsabilità nella guerra di aggressione – rileva Mondini – che coinvolge soprattutto i sopravvissuti della ritirata in Russia, autori ideologicamente molto lontani, da Egisto Corradi a Cristoforo Moscioni Negri fino a Mario Rigoni Stern e il suo Sergente nella neve, icona perfetta del paradigma vittimario. «Eravamo stati aggressori», annota lo studioso, «ma avremmo costruito una memoria collettiva come vittime, perché dopo la sconfitta era meglio sembrare inermi che essere giudicati colpevoli».
Tutti superstiti di un orrore inimmaginabile. Da qui il radicale rifiuto di ogni guerra, un modello culturale che ha agito in profondità per svariati decenni, rinsaldato anche dalla Chiesa cattolica a partire dall’enciclica Pacem in terris.
Va anche detto che questo lungo excursus attraverso le nostre guerre – risorgimentali, coloniali, irredentiste, imperialiste, di aggressione – mostra la prevalenza di stupide vanità, di progetti velleitari, di disorganizzazione e di conflitti intestini (esemplare il caso del fascismo). Sono più le sconfitte delle vittorie, nell’immaginario degli italiani, e intollerabile il numero dei morti tra i civili. Ed è anche questa ombra cupa del passato – oltre all’incombente minaccia del nucleare – ad averci tenuti a lungo prigionieri dentro la magnifica illusione della pace in Europa. Ora però il brusco risveglio, alle porte di casa. All’epoca dei nuovi imperialismi autoritari, esperite tutte le strade diplomatiche possibili, democrazia e guerra rimangono storie separate? Sono ammesse guerre “giuste” o, meglio, “giustificate” nell’accezione voluta da Bobbio? Tante le domande scomode che scaturiscono dalla ricerca di Mondini, che anche per questo merita di essere letta e meditata.