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Richard Sennett. “Meglio affidarsi ai leader noiosi”

Poster by the Beggarstaff Brothers for "Hamlet" by William Shakespeare (Photo by © Historical Picture Archive/CORBIS/Corbis via Getty Images) 

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Il sociologo pubblica un saggio sulla politica spettacolo. E spiega perché al governo un tipo come Starmer vale più di un Trump
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«Il mondo è tutto un palcoscenico»: come non dare ragione a Shakespeare, nell’era dei populisti che animano la politica, da Donald Trump nelle presidenziali americane al britannico Boris Johnson, fino a non molto tempo fa a Downing Street, senza dimenticare i clown di casa nostra? Proprio dalla citazione del bardo di Stratford sull’Avon parte il grande sociologo inglese Richard Sennett, docente alla London School of Economics, nel suo ultimo libro La società del palcoscenico (pubblicato in Italia da Feltrinelli): un’analisi del ruolo della performance nella vita quotidiana, nell’arte e nella politica, per difenderci dalla degradazione dello spazio pubblico e dal fascino ambiguo dei demagoghi, capaci di catturare l’attenzione e spesso anche il consenso degli elettori grazie al carisma e a doti retoriche fuori dal comune. Ma non tutto ciò che è messa in scena va visto in una luce negativa, avverte l’autore in questo saggio attuale e illuminante: le arti performative sono anche un mezzo …

«Il mondo è tutto un palcoscenico»: come non dare ragione a Shakespeare, nell’era dei populisti che animano la politica, da Donald Trump nelle presidenziali americane al britannico Boris Johnson, fino a non molto tempo fa a Downing Street, senza dimenticare i clown di casa nostra? Proprio dalla citazione del bardo di Stratford sull’Avon parte il grande sociologo inglese Richard Sennett, docente alla London School of Economics, nel suo ultimo libro La società del palcoscenico (pubblicato in Italia da Feltrinelli): un’analisi del ruolo della performance nella vita quotidiana, nell’arte e nella politica, per difenderci dalla degradazione dello spazio pubblico e dal fascino ambiguo dei demagoghi, capaci di catturare l’attenzione e spesso anche il consenso degli elettori grazie al carisma e a doti retoriche fuori dal comune. Ma non tutto ciò che è messa in scena va visto in una luce negativa, avverte l’autore in questo saggio attuale e illuminante: le arti performative sono anche un mezzo di espressione personale e collettiva, un veicolo di trasformazione sociale e culturale, strettamente connesso al destino della nostra società. «A patto di trasformare ciò che è un fenomeno sociale in un evento che coinvolga veramente lo spettatore, in un fatto pubblico», spiega Sennett a Repubblica.

La performance ha sempre giocato un ruolo nella vita pubblica, professore?

«È così da millenni, dal tempo degli antichi greci, i primi ad accorgersi che la retorica poteva avere la meglio su qualsiasi forma di ragionamento. E il motivo è che lo spettatore non è diverso dal personaggio sul palcoscenico, che si tratti di un attore o di un politico: il fascino della performance deriva da una fondamentale espressione umana. I seduttori non sono diversi da noi, sono il nostro specchio: per questo ci seducono».

Ma perché in epoca recente questa capacità seduttiva è diventata sempre più importante per chi fa politica?

«Dipende dai media. È cominciato con la nascita dei giornali, per arrivare alla svolta enorme di radio e tv nel Ventesimo secolo, poi della rivoluzione digitale e dei social media nel Ventunesimo. Poco per volta, la comunicazione non è più stata faccia a faccia e lo spettatore si è trovato in una condizione di inferiorità rispetto all’attore. Nel passato, se al pubblico non piaceva uno spettacolo, lo faceva sentire. Oggi sui social si ha l’illusione di rispondere, commentare, discutere, ma è una reazione passiva, che non altera veramente il messaggio originale. Con l’effetto di portare la barbarie nella vita pubblica».

Si può dire che tutto cominciò con il primo dibattito televisivo fra John Kennedy e Richard Nixon durante le presidenziali americane del 1960?

«La gente che ascoltò il dibattito alla radio pensò che lo avesse vinto il repubblicano Nixon, perché aveva più esperienza e sembrava meglio preparato, ma chi lo guardò in televisione, ovvero la maggioranza degli americani, incollati al nuovo mezzo di comunicazione, pensò che lo avesse vinto il democratico Kennedy, perché era più giovane e più bello di Nixon, che oltretutto aveva un’ombra di barba sulle guance che gli dava un’aria da galeotto. Naturalmente, con il senno di poi, Kennedy risultò la scelta giusta, un presidente migliore di come sarebbe stato Nixon. Ma la lezione è rimasta. Donald Trump fa raramente interviste o dibattiti radiofonici, sapendo di essere poco efficace a parlare, e preferisce la tv, dove la gente lo guarda per come gesticola, per le sue smorfie, insomma per la performance visiva, per come è, non per ciò che dice».

In politica abbiamo avuto anche autentici attori, come Ronald Reagan…

«Un grande comunicatore: anche se detestavi la sua politica, eri affascinato da come parlava. Lo stesso valeva in Italia per Silvio Berlusconi, che non per niente cominciò la sua carriera come cantante sulle navi: sapeva sorridere, fare una battuta, intonare un ritornello, rendersi simpatico alla gente. E poi c’è stato il caso di un comunicatore come Boris Johnson, che sembrava un clown pasticcione, era buffo, spettinato, malvestito: trasmetteva un’immagine di incompetenza, ma attirava così l’attenzione e il consenso del pubblico. Un errore che noi inglesi abbiamo pagato a caro prezzo durante la pandemia del Covid, quando la sua incompetenza è venuta drammaticamente a galla».

Di altri leader politici, come l’attuale premier britannico laburista Keir Starmer, alcuni dicono: è bravo, serio, intelligente, ma noioso, senza carisma. Quanto è pericolosa la performance per la democrazia?

«Molto pericolosa. Faccio un’analogia con l’università: se il docente è noioso ma competente ha certamente più valore di un professore divertente ma superficiale. O con la medicina: chi preferirebbe essere curato da un chirurgo che sa fare ridere piuttosto che da uno che sa operare? Starmer è un leader preparato e onesto, come nel Regno Unito non abbiamo avuto da anni. Per alcuni è un problema che sia un po’ noioso, ma per me è una virtù».

Forse siamo davanti a un rigetto del politico che sa fare battute, o attira perché dà spettacolo, come nel caso di Trump?

«È la mia speranza. Lo spettacolo offerto da leader come Trump o Johnson non migliora la vita delle persone. L’augurio è che gli elettori se ne rendano conto, vedano che il re è nudo, si stanchino della performance, preferendo la serietà per risolvere i tanti problemi concreti della nostra epoca. Ma per arrivare a questo occorre tempo. E intanto, se i populisti capaci di affascinare con facili slogan restano a lungo al potere, gli effetti del loro governo possono diventare permanenti, come il peggioramento dei programmi televisivi provocato in Italia dalle tv di Berlusconi. Con Trump non è successo perché nel suo primo mandato non sapeva bene cosa fare. Spero che non ne abbia un secondo».

Ciononostante, nel libro afferma che la performance potrebbe elevare la vita pubblica e la vita di tutti i giorni: in che modo?

«Restituendo un ruolo allo spettatore, coinvolgendolo di più, facendolo salire sul palcoscenico insieme agli attori. Un esempio è la famosa marcia per i diritti civili in America nel 1963: un evento teatrale, ma sobrio, serio e coinvolgente. Un altro è la campagna presidenziale di Kamala Harris e del suo appena nominato vice Walz, che suscita ammirazione misurata più che entusiasmo isterico. Ma la chiave di tutto sono i social: la sfida è trasformare questo potentissimo strumento in un mezzo di comunicazione pubblica, non soltanto sociale, farne un mezzo più genuinamente interattivo. Altrimenti vedremo sempre più spesso eventi come i recenti disordini razziali in Inghilterra, scatenati dai social con l’aiuto del miliardario che li controlla, Elon Musk, che sembra auspicare la guerra civile nel Regno Unito. La performance, insomma, può fare del male o del bene: dipende da noi».

Il libro e gli incontri

La società del palcoscenico di Richard Sennett (Feltrinelli, trad. G. Olivero, pagg. 265, euro 25). Incontri: il 7 settembre al Festivaletteratura di Mantova

(ore 19.15, piazza Castello); a Milano il 9 alla Fondazione Feltrinelli (ore 19) e l’11 alle 9,30 al “Forum Inequalities” della Triennale

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