Nella cultura greca e romana, si sa, la Musa è la divinità della comunicazione poetica. Quando viene invocata lo si fa sempre per invitarla a cantare o a raccontare, così come regolarmente accade all’inizio di ogni poema epico che si rispetti: «Cantami o dea l’ira rovinosa del Pelide Achille…». «Narrami o dea l’uomo multiforme…» «Salve figlie di Zeus, datemi l’amabile canto / celebrate la stirpe degli immortali…». «Muse di Pieria […] narrate di vostro padre…».
La Musa esiste insomma in quanto voce, sonorità, rottura del silenzio. Che dire dunque al momento in cui, a Roma, ci si imbatte in una Musa muta, anzi, in una musa che – invece di sostenere la voce dell’uomo – la zittisce?
Plutarco, nella Vita di Numa (par. 8), racconta infatti quanto segue: «Una Musa egli [Numa] prescrisse ai Romani di venerare in modo particolare e spiccato, quella a cui diede il nome di Tacita, cioè la “silenziosa” o la “muta”, la qual cosa sembra essere propria di chi ricorda e onora la riservatezza (ech…
Nella cultura greca e romana, si sa, la Musa è la divinità della comunicazione poetica. Quando viene invocata lo si fa sempre per invitarla a cantare o a raccontare, così come regolarmente accade all’inizio di ogni poema epico che si rispetti: «Cantami o dea l’ira rovinosa del Pelide Achille…». «Narrami o dea l’uomo multiforme…» «Salve figlie di Zeus, datemi l’amabile canto / celebrate la stirpe degli immortali…». «Muse di Pieria […] narrate di vostro padre…».
La Musa esiste insomma in quanto voce, sonorità, rottura del silenzio. Che dire dunque al momento in cui, a Roma, ci si imbatte in una Musa muta, anzi, in una musa che – invece di sostenere la voce dell’uomo – la zittisce?
Plutarco, nella Vita di Numa (par. 8), racconta infatti quanto segue: «Una Musa egli [Numa] prescrisse ai Romani di venerare in modo particolare e spiccato, quella a cui diede il nome di Tacita, cioè la “silenziosa” o la “muta”, la qual cosa sembra essere propria di chi ricorda e onora la riservatezza (echemythía) pitagorica». Dunque, per espressa indicazione di Numa i Romani veneravano sommamente una “Musa” muta e silenziosa, una musa della riservatezza, che portava il nome – invero assai “parlante” per una divinità muta – di Tacita.
Dal punto di vista morfologico, questo nome risulta subito interessante. Taci-ta, infatti, è un sostantivo in -ta, realizzato sul verbo tace-o «tacere» (Tace-ta ? Tacita). Questo genere di sostantivi derivati da un verbo implica normalmente la nozione di attività, come se si trattasse di veri e propri nomina agentis.
Basta ricordare il caso di Moneta «che fa ricordare», Stata «che trattiene, fa stare», Genita «che fa nascere», e così via. Dunque, Tacita sarebbe propriamente «la dea che fa tacere», una Musa che – al contrario di qualsiasi altra Musa greca, come dicevamo, la quale «fa parlare» – induce piuttosto il silenzio nella bocca degli uomini. Una Musa che dice «psst!», come il dio egiziano Arpocrate col dito sulle labbra.
Per la verità, il culto di una Musa che «fa tacere», invece di far parlare, si presenta molto romano. A Roma, infatti, il riserbo e la scarsa loquacità erano tenuti in gran conto. Plutarco ci dice (Numa, Synkrisis 3, 10-11) che ancora Numa aveva imposto «alle donne sposate […] un grande riserbo […] e le abituò a tacere e a non prendere la parola quando non c’era il marito, neppure per le cose necessarie. Così si narra che quando una donna perorò la propria causa nel foro, subito il senato mandò a consultare l’oracolo, domandando che cosa ciò presagisse alla città».
Come ben si sa, a Roma l’abitudine a tacere era tenuta in gran conto in campo femminile, conformemente al carattere di estrema riservatezza e separazione che il costume imponeva alla matrona. È interessante però notare che nella cultura romana il silenzio era ritenuto un valore anche indipendentemente dal genere di appartenenza. Non a caso Numa, colui che aveva insegnato a venerare Tacita, raccomandava questo culto non esclusivamente alle donne romane, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma ai Romani tutti. In effetti la riservatezza, il parlar poco, erano considerati un tratto positivo di comportamento anche per i maschi. Come diceva uno dei precetti del cosiddetto Marcius Vates, postremus dicas, primus taceas «parla per ultimo, taci per primo».
Ma soprattutto, vorremmo ricordare a questo proposito un testo che costituisce un vero e proprio concentrato di virtù romane tradizionali: la descrizione dell’amico ideale che Ennio faceva nel VII libro degli Annales (268-286 Skutsch). A quest’ignoto personaggio, Servilio Gemino si rivolgeva nei momenti di difficoltà, ed Ennio lo descrive con tanta dovizia di perfezioni che Gellio – il quale ci tramanda il passo (Noctes Atticae 12, 4) – sosteneva che questi versi fossero più degni d’essere ricordati di quanto non lo fossero i precetti dei filosofi sui doveri; e più degni di essere osservati e rispettati di quanto non lo fossero le sante leggi sull’amicizia.
Fra le molte virtù dell’ignoto amico di Servilio – «dotto, leale, piacevole, eloquente, contento del suo» – c’erano anche queste: era paucum verbum «di poche parole», e prudentem, qui dicta loquive tacereve posset «un saggio, che sa dire o tacere ciò che gli è stato detto».
Dunque, accanto alla conoscenza delle antiche leggi, alla facundia propria del parlatore arcaico, alla dolcezza di carattere, e così via, spicca la dote della laconicità (essere di poche parole) e soprattutto della discrezione: ammirevolmente espressa da qui dicta loquive tacereve posset.
Bisogna saper scegliere fra il dire, o il tacere, quel che ci è stato detto, in base all’opportunità delle circostanze. Non c’è dubbio che la dea Tacita – la dea della echemythía – avesse trovato nell’ignoto amico di Servilio un devoto ideale. A pensarci bene, però, solo un ingenuo potrebbe ritenere che la Musa sia lì per insegnare esclusivamente a parlare o a cantare: nel discorso bene organizzato – quello che raggiunge lo scopo, che è efficace – la parte che si tace spesso è importante tanto quanto quella che si rivela.
I Greci non avevano una Musa del silenzio, ma è lecito supporre che, quando il poeta omerico alludeva alla «buona distribuzione» narrativa del cantare katá móiran (Odyssea 8, 496 ss.), intendesse riferirsi anche all’arte di tacere alcune cose, non solo a quella di ben dire le altre.
Il libro
Per un punto Orfeo perse la cappa di Maurizio Bettini (il Mulino pagg. 290 euro 22)