Lo storico Peter Burke a Festivaletteratura: “L’ignoranza serve a dittatori e populisti”
dalla nostra inviata Raffaella De SantisFake news, libertà di informazione, mutazioni del mondo contemporaneo, nuove epidemie con David Quammen. Il terzo giorno festivaliero, in una Mantova finalmente soleggiata, affronta i nodi del presente. Sale sul palco in pieno pomeriggio Peter Burke, autorevole storico britannico, una vita passata a insegnare all’università di Cambridge Storia delle idee e della cultura. Il pubblico ascolta attento, l’incontro prende spunto dal nuovo saggio di Burke, Ignoranza, pubblicato in Italia da Raffaello Cortina: un viaggio dall’antica Grecia alle fake news.
Promotore di un approccio interdisciplinare che mescola storia, antropologia e sociologia, l’ottantasettenne Burke dà prova di essere instancabile quando generosamente accetta di rispondere alle domande di Repubblica. Dalle sue parole bisognerebbe ripartire: dal fatto che l’ignoranza fa comodo a dittatori e populisti: «La conoscenza è la prima forma di difesa delle nostre democrazie».
Professore che cos’è l’ignoranza?
«La definirei con semp…
Fake news, libertà di informazione, mutazioni del mondo contemporaneo, nuove epidemie con David Quammen. Il terzo giorno festivaliero, in una Mantova finalmente soleggiata, affronta i nodi del presente. Sale sul palco in pieno pomeriggio Peter Burke, autorevole storico britannico, una vita passata a insegnare all’università di Cambridge Storia delle idee e della cultura. Il pubblico ascolta attento, l’incontro prende spunto dal nuovo saggio di Burke, Ignoranza, pubblicato in Italia da Raffaello Cortina: un viaggio dall’antica Grecia alle fake news.
Promotore di un approccio interdisciplinare che mescola storia, antropologia e sociologia, l’ottantasettenne Burke dà prova di essere instancabile quando generosamente accetta di rispondere alle domande di Repubblica. Dalle sue parole bisognerebbe ripartire: dal fatto che l’ignoranza fa comodo a dittatori e populisti: «La conoscenza è la prima forma di difesa delle nostre democrazie».
Professore che cos’è l’ignoranza?
«La definirei con semplicità una mancanza di conoscenza».
Lei scrive che ha conseguenze sulla storia di ognuno.
«Senza dubbio può essere sfruttata a proprio vantaggio da chi detiene il potere. Un esempio concreto: le grandi aziende di tabacco per molto tempo hanno mantenuto i consumatori all’oscuro sui veri effetti del tabacco sulla loro salute. Per interessi economici hanno nascosto la verità rifiutandosi di accettare le conclusioni degli scienziati. Eppure già a partire del 1950 l’industria del tabacco era stata posta di fronte all’evidenza del legame tra fumo e cancro ai polmoni».
L’ignoranza è l’arma principale dei leader populisti?
«Viene in mente il più bravo di tutti in questo, Trump. Un modello di ignoranza offerta da un capo di Stato. Ma ci sono tanti piccoli Trump nel mondo. E c’è poi l’ignoranza dei molti elettori che li votano che spesso prendono per buone certe fake news senza verificarne le fonti».
Dunque mantenere le persone all’oscuro può essere uno strumento del potere?
«È quanto fanno a proprio vantaggio i regimi autoritari ma a loro volta le democrazie purtroppo a volte difettano in conoscenza, e ciò può costituire un grosso elemento di rischio. Alcuni sondaggi hanno mostrato che i cittadini americani sanno ben poco di politica. Nel 2014 il 38% degli intervistati non sapeva quale partito fosse in maggioranza nelle due camere del Congresso».
Mantenere le donne nell’ignoranza ha aiutato a dominarle?
«Non credo che storicamente si sia trattato di un complotto contro le donne, piuttosto di una condizione. Ma nell’Europa della prima modernità alcune donne incolparono della propria ignoranza gli uomini. Nell’Inghilterra del XVIII secolo ebbe successo un libro intitolato Woman Not Inferior to Man (la donna non è inferiore all’uomo) pubblicato sotto lo pseudonimo di Sophia, dietro il quale non sappiamo chi si nascondesse. Nel libro l’ignoranza delle donne era attribuita agli uomini “per non aver fornito loro i mezzi per evitare la superstizione”. L’altro testo che sosteneva una tesi simile era di Mary Wollstonecraft: Vindication of the Rights of Woman».
L’idea era che fosse un piano deliberato?
«È una questione complessa. La subalternità femminile nel campo della conoscenza faceva comodo e in qualche modo veniva data per scontata. Inoltre per lungo tempo ha generato di riflesso una sorta di compiacimento negli uomini. Al contrario quando le donne rivendicavano un ruolo o eccellevano nelle loro carriere creavano problemi e c’era una riluttanza degli uomini a riconoscerle. Questo accadeva ancora nel XIX e nel XX secolo. Pensiamo a una scienziata come Lise Meitner che partecipò alla scoperta della fissione nucleare ma fu il suo collega Otto Hahn a ricevere il Nobel».
Tra le motivazioni dei femminicidi c’è l’incapacità degli uomini a liberarsi di vecchi schemi patriarcali?
«È innegabile la tendenza in alcune persone, generalmente appartenenti ai gruppi dominanti, a pensare che il mondo dovrebbe essere mantenuto così com’è, conforme alla loro visione. Va detto però che ci sono anche donne favorevoli al patriarcato. Nel Paese di Gramsci non devo certo spiegare come ci possano essere donne favorevoli all’egemonia dominante».
Le fake news possono essere considerate una forma di ignoranza costruita a tavolino?
«Sono sempre esistite, prima però si chiamavano menzogne o semplicemente “voci”. La differenza è che oggi si possono diffondere ovunque e in breve tempo. Ciò che le rende efficaci è la credulità, la carenza di pensiero critico. Per questo è centrale il ruolo della scuola e degli insegnanti nel fornire strumenti di orientamento. Un inganno coinvolge sempre due parti: chi lo pratica ma anche chi si fa ingannare».
Lei scrive che l’ignoranza è dispendiosa. Lo è in termini di carestie, terremoti, pandemie.
«Le faccio un esempio concreto. Subito dopo la seconda guerra mondiale, il governo laburista di Londra decise di coltivare arachidi nel Tanganica, ora parte della Tanzania. Il progetto, che costò trentasei milioni di sterline, fallì per l’ignoranza del governo britannico che non conosceva le condizioni di quel terreno tanto duro né quanto fossero scarse le piogge, né si era preoccupato di istruire gli operai locali ad usare i macchinari. Risultato? Ci hanno rimesso proprio tutti».
Il libro
Ignoranza, di Peter Burke (trad. Riccardo Mazzeo, pagg. 384, euro 25)