Cultura

Due secondi d’aria che brucia. Il racconto di Diaty Diallo

Due secondi d’aria che brucia. Il racconto di Diaty Diallo

Babel, il festival di Letteratura e Traduzione di Bellinzona, è dedicato quest’anno alla Francia e alla sua letteratura di impegno sociale. Tra gli ospiti l’artista e scrittrice Diaty Diallo, autrice di “Deux secondes d’air qui brûle” (Seuil) da cui pubblichiamo un estratto

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Già qualche settimana prima le cose si erano messe male quando avevamo recuperato Issa all’uscita dalla centrale. Vado in loop. Mi ripeto in loop che di fronte a loro devi restare calmo, non devi fare casino. Forse è per questo che tornano continuamente, tra l’altro, per prenderci per sfinimento. Per farci crollare. Ventiquattr'ore prima, era la terza volta in un giorno che Issa si faceva identificare. Stava uscendo di casa dopo essere tornato dal lavoro. Era con sua madre perché doveva aiutarla a fare la spesa ma l’aveva lasciata andare avanti per salutare al volo degli amici. Tempo di darsi il pugno e una macchina blu si era fermata alla loro altezza per verificare le loro identità anche se a forza di controlli le conoscevano meglio di noi. Verificare.

Numero della carta d’identità; nome e cognome; genere assegnato alla nascita; data e luogo della suddetta nascita; la sigla RF che sfregia la foto della faccia; altezza; firma; indirizzo; data di scadenza; data di emissione; il commissariato di polizia all’origine dell’emissione; il prefetto e per delega il direttore generale della Polizia; firma di quest’ultimo. Mi sale un odio quando ci penso. Che persino sulla mia carta d’identità c’è la firma di uno sbirro.

I ragazzi gli avevano dato i documenti senza fare storie, tranne Issa che si era permesso di dire che era la terza volta e la cosa cominciava a stancare, c’erano centododici persone intorno ma stranamente si erano subito focalizzati ancora su di loro, che adesso basta, avevano voglia di chiacchierare in pace wesh. Agli agenti non era piaciuto che lui volesse aprire un dialogo. Come sempre. Avevano inasprito l’intervento chiedendogli di mettersi da un lato per procedere a una perquisizione. Come sempre. Issa aveva detto non esiste. Non come sempre. E il vero problema è che aveva aggiunto, appena dopo non esiste, avete rotto il cazzo. Uno degli agenti aveva subito tirato fuori il dispositivo per il verbale elettronico e aveva detto qualcosa nell’orecchio al suo collega, tipo decisamente oggi ci facilitano il lavoro, poi rivolto a Issa, questo è oltraggio, signore. Issa, che non riusciva più a contenersi aveva chiesto di che oltraggio si stava parlando. E l’agente aveva risposto che insultare gli agenti non è ammissibile, che dire hai rotto il cazzo a un agente nell’esercizio delle sue funzioni è una mancanza di rispetto.

Bah, fate come vi pare, ma non contate sul mio cash, aveva detto Issa, basta con ste multe, sempre multe, sempre le stesse multe, multe per schiamazzi, multe per versamento di liquido insalubre non so che, non siete neanche creativi, a volte ci arrivano multe che non eravamo neanche per strada quel giorno, una volta mi è arrivata una multa, ero in vacanza giuro su mia madre, una volta mi è arrivata una multa, wAllah ero già in stato di fermo fratelli, che storia è? Ma anche voi, non ditemi che qui, adesso, constatate che stiamo facendo qualcosa di grave? E allora datevi una calmata.

Issa aveva continuato ad alzare il tono chiedendogli perché non avevano mai nient’altro da fare, era una roba da matti quanto non avevano nient’altro da fare, era peso, un po’ faceva pena vedere che non avevano niente da fare, mai nient’altro da fare, come qui, come oggi, c’erano donne che si facevano violentare in tutta calma in questo preciso istante ovunque a Paname ma la loro priorità era di controllare loro, i neri e gli arabi di quartiere. Aveva aggiunto, complimenti state facendo un gran bel lavoro, signori, davvero.La gente, i passanti, fissavano i ragazzi con le borse della spesa in mano, il mento rasato di fresco, le sneaker bianche dal cuoio ancora rigido. Issa questa cosa l’aveva mandato di fuori, alla fine aveva gridato allora bianchi, ci piacciono gli affitti bassi e lo spettacolo dei neri perquisiti sullo sfondo. L’agente non aveva affatto apprezzato l’intervento, aveva detto che a quanto pare avevano a che fare con un esaltato e che la cosa migliore era fare le verifiche con calma al commissariato di zona.

Issa aveva detto sapete cosa, portatemi dentro di brutto, tanto con tutte le volte che mi ci avete messo in sto comicariato ci sto come a casa, ok dai, venite andiamo, voi fate quello che dovete fare e io tra qualche ora me ne torno a dormire. Alla centrale non ci era voluto molto perché la situazione degenerasse. Avevano verificato l’identità digitale e tra i dossier dei numerosi verbali che tutti collezionavamo avevano trovato il nome di sua madre e fatto a gara a chi la insultava di più. La sfondiamo, sono sicuro che le piace nel culo, piace a tutte le nere, avevano detto. Quello che ci ha raccontato dopo è peso da ripetere. Davanti a quella sfilza di insulti era completamente partito e gli agenti avevano cominciato la loro missione ufficiosa. Disumanizzare colpendo le facce con meno rispetto di un punching ball in una palestra di boxe. L’avevano colpito così forte da fargli perdere più volte conoscenza, da rompergli una costola. Gli avevano dato qualche colpo sulla testa, non troppi per evitare i segni, e soprattutto sul torso e nella parte molle del ventre. Una trentina di colpi, forse, aveva rinunciato a tenere il conto. Una trentina di colpi. Minimo. I tizi si erano fatti un bel festino.Quando l’abbiamo recuperato, Issa aveva gli occhi tumefatti e le pupille, prese da una crisi di tic, gli partivano invariabilmente verso l’alto. Ma soprattutto. Soprattutto. Oltre alle palpebre gonfie, coperte di ecchimosi per i colpi, c’erano i capelli. Le trecce attaccate alla testa erano disfatte in alcuni punti. Lo avevano preso per le trecce. I suoi capelli ben intrecciati, stretti nei pugni di un odio puro. Gliele avevano rovinate tutte. Erano cespugliose, con ciocche che sfuggivano da ogni lato. Disordinate, quando di solito conferivano alla sua testa il suo aspetto migliore, stiloso, elegante.

Le trecce disfatte, in alcuni punti sciolte. Erano diventate cespugliose in segno di sconfitta. Arruffate perché le avevano strattonate, ci si erano aggrappati. Malgrado la fattura perfetta, l’allineamento perfetto, il disegno fine, malgrado l’amore che la zietta chiamata apposta aveva messo nel suo lavoro, intrecciando le ciocche le une alle altre, stringendole tra loro, le trecce avevano ceduto. La nerezza in Issa, capelli, pelle, profondità dell’anima e la sua bellezza hanno capitolato quella sera. I capelli spettinati, una parte della dignità che se n’è andata.

Traduzione Josephine Bohr

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