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Il malessere dell’adolescenza

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Nel corso degli ultimi anni le domande dei nostri ragazzi si sono moltiplicate. Ma le risposte sono spesso banali e insufficienti. Se ne parlerà sabato 14 settembre a Modena al Festivalfilosofia
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Quando il filosofo inglese John Locke introduce il tema dell’identità personale, la questione che pone, almeno apparentemente, è semplice: chi sono? La filosofia prende le distanze dalla metafisica cartesiana, e quindi dal tradizionale dualismo anima-corpo. Ormai, non basta più dire «sono una cosa che pensa» per risolvere il problema della natura degli esseri umani. Ciò che conta è «chi sono io», e quindi cosa mi rende differente da tutti gli altri. E la risposta di Locke, che nel corso della modernità verrà declinata in molteplici maniere, è complessa ma chiara: «Se l’anima del principe, portando con sé la consapevolezza della vita passata del principe, entrasse e informasse di sé il corpo di un ciabattino subito dopo che questo fosse stato abbandonato dalla propria anima, ognuno vede che egli sarebbe la stessa persona che il principe, responsabile solo delle azioni del principe».

Quando il filosofo inglese John Locke introduce il tema dell’identità personale, la questione che pone, almeno apparentemente, è semplice: chi sono? La filosofia prende le distanze dalla metafisica cartesiana, e quindi dal tradizionale dualismo anima-corpo. Ormai, non basta più dire «sono una cosa che pensa» per risolvere il problema della natura degli esseri umani. Ciò che conta è «chi sono io», e quindi cosa mi rende differente da tutti gli altri. E la risposta di Locke, che nel corso della modernità verrà declinata in molteplici maniere, è complessa ma chiara: «Se l’anima del principe, portando con sé la consapevolezza della vita passata del principe, entrasse e informasse di sé il corpo di un ciabattino subito dopo che questo fosse stato abbandonato dalla propria anima, ognuno vede che egli sarebbe la stessa persona che il principe, responsabile solo delle azioni del principe».

Il soggetto si estende quindi sin dove si estendono la coscienza e la memoria, ossia la capacità di dire “io” e il ricordo di ciò che si è fatto. Ma cosa resta di quest’io consapevole di sé a partire dal momento in cui il soggetto inizia a essere decostruito, e a sbriciolarsi?

Nel corso del Novecento, si capisce pian piano che l’io non è né uno né indivisibile, ma frammentato; non è né libero né indipendente, ma assoggettato; non agisce, ma è agito. Come scrive Freud, introducendo la nozione di inconscio: «Nessuno è padrone a casa sua». Perché nessuno ha sotto controllo la totalità dei processi psichici che possono spingerlo a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro. Uscendo dall’illusione dell’io come pura trasparenza a sé stesso, si precipita nel nuovo paradigma contemporaneo della crisi permanente. Conclusione: chi oggi dice io non sa più chi è.

È sempre più perso, e chiede agli altri di spiegarglielo. Ma quanto spazio occupano le aspettative altrui all’interno del processo che porta alla costituzione identitaria del soggetto? Se io mi definisco in base alle tue aspettative, fino che punto riesco a essere altro rispetto a quello che tu pensi che io sia?

Nel corso degli ultimi anni, le domande si sono moltiplicate, ma le risposte di fronte alla quali ci si trova (e si trovano soprattutto i più giovani) sono spesso banali, insufficienti, per non dire semplicistiche. E allora è inutile che ci stupisca poi se il malessere adolescente aumenta, come sa chiunque e come ci ricordano quasi quotidianamente i fatti di cronaca. Sono sempre più numerosi i ragazzi che faticano a sapere chi sono e dove vogliono andare, e spesso e volentieri si rinchiudono all’interno di sintomi devastanti. Come se solo il sintomo potesse raccontare loro, se non proprio «chi sono», almeno «che cosa sono»: anoressici, bulimici, depressi, ansiosi, autolesionisti.

Chiunque, oggi, si sente in dovere di dire la sua sulla sofferenza e sul disagio dei più giovani, convinto di sapere esattamente perché si ammalano o non vogliono andare a scuola o sono aggressivi, violenti – non è colpa loro, dicono alcuni: c’è stata la pandemia, c’è stato il lockdown, ci sono i social; è difficile, pontificano altri: i ragazzi non si impegnano, non credono più a nulla, non hanno nessun senso del sacrificio. Ma quali certezze, punti di riferimento o esempi noi adulti siamo stati capaci di dare loro? In tanti costruiscono un falso sé, e passano il tempo a cercare di diventare ciò che immaginano di dover essere per ottenere l’amore e il riconoscimento degli adulti (genitori, educatori, insegnanti). Fanno fatica a stare dentro i modelli talvolta estremamente rigidi e binari che vengono proposti loro, si sentono fluidi e rifiutano le etichette; ma poi, quando sono travolti dalle emozioni, non sanno come contenerle, e sempre più spesso si attorcigliano su loro stessi.

Vorrebbero poter capire come convivere con le proprie fratture in un mondo in cui nessuno sembra più avere il diritto di essere fragile, ma l’unica risposta di fronte alla quale si trovano è la patologizzazione dei propri disagi, con diagnosi che talvolta accolgono con sollievo – almeno hanno un quadro all’interno del quale iscriversi, anche se il quadro è quello della patologia: sono borderline o schizofrenico o anoressica. Una parvenza di identità che, dell’identità, non ha nulla. Anche perché non possono essere gli altri a dirci chi siamo – lo dobbiamo scoprire noi, pian piano, anche se a tratti è faticoso, doloroso. A meno di non voler tornare indietro nel tempo, quando a definire l’identità di ciascuno erano la tradizione, la religione, il potere politico o il pater familias. Identità eterodirette che fanno a pugni con ogni forma di autonomia personale.

L’appuntamento

La lectio di Michela Marzano è prevista per sabato 14 settembre alle 18 a Modena con il titolo: “Dimmi chi sono”. Il Festivalfilosofia si tiene anche a Carpi e Sassuolo

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