Wies?aw Kielar aveva appena ventun anni quando, nel 1940, arrestato dai tedeschi, venne mandato ad Auschwitz. Nel lager, diventato il simbolo e talvolta la sineddoche della Shoah, è stato prigioniero fino agli ultimi mesi del 1944, quando è stato portato in Germania in altri campi di concentramento.
Quando gli americani lo liberarono, il 2 maggio 1945, si trovava nel campo di Wobbelin. Il libro, Anus mundi (l’espressione e dovuta a Heinz Thilo, medico delle SS), lo ha pubblicato in Polonia nel 1972. Nel lager gli fu assegnato il numero 290, era insomma fra i primissimi prigionieri.
Si è detto che Auschwitz è il simbolo della Shoah. Lo è diventato, per una serie di ragioni, negli ultimi decenni. Ma quel luogo non fu solo un luogo di sterminio degli ebrei – come Belzec, Treblinka e Sobibor – dove la vita dei deportati durava poche ore, giusto il tempo del passaggio dai vagoni ferroviari alle camere a gas. Auschwitz invece era anche un luogo di detenzione delle persone non ebree: prigi…
Wies?aw Kielar aveva appena ventun anni quando, nel 1940, arrestato dai tedeschi, venne mandato ad Auschwitz. Nel lager, diventato il simbolo e talvolta la sineddoche della Shoah, è stato prigioniero fino agli ultimi mesi del 1944, quando è stato portato in Germania in altri campi di concentramento.
Quando gli americani lo liberarono, il 2 maggio 1945, si trovava nel campo di Wobbelin. Il libro, Anus mundi (l’espressione e dovuta a Heinz Thilo, medico delle SS), lo ha pubblicato in Polonia nel 1972. Nel lager gli fu assegnato il numero 290, era insomma fra i primissimi prigionieri.
Si è detto che Auschwitz è il simbolo della Shoah. Lo è diventato, per una serie di ragioni, negli ultimi decenni. Ma quel luogo non fu solo un luogo di sterminio degli ebrei – come Belzec, Treblinka e Sobibor – dove la vita dei deportati durava poche ore, giusto il tempo del passaggio dai vagoni ferroviari alle camere a gas. Auschwitz invece era anche un luogo di detenzione delle persone non ebree: prigionieri di guerra sovietici, sinti e rom – che comunque condividevano la stessa sorte degli ebrei – e in generale di tutte quelle persone sospettate di essere legate ai movimenti di resistenza in Polonia, uomini e donne considerati pericolosi per i tedeschi. Kielar era uno di questi.
Wieslaw Kielar fu scrittore e fotografo
La sua esperienza è quindi, per certi versi, diversa da quella di un “classico” della Letteratura della Shoah, come Primo Levi o – con tutte le differenze dello stile – come Elie Wiesel? È difficile rispondere a questa domanda, non solo per la delicatezza della questione: la sofferenza è sofferenza, la morte è morte, l’umiliazione è una ferita indelebile e l’arbitrio assoluto (“Hier ist kein Warum”, qui non c’è un perché, citato da Levi) significa la rescissione del nesso fra causa ed effetto. Si tratta quindi, in ogni caso, di testimonianze che vengono dal cuore oscuro della catastrofe della civiltà. Cambia però il tono.
Un po’ come nei racconti di Tadeusz Borowski (Da noi, ad Auschwitz; Da questa parte, per il gas) pure lui un polacco di estrazione cattolica, legato alla Resistenza, c’è molta più enfasi sulla brutalità quotidiana e sul cambiamento che subiscono i prigionieri come conseguenza della crudeltà subita, rispetto ai testi di Levi e Wiesel e molte meno considerazioni dirette sulla natura degli umani. Forse perché i non ebrei avevano qualche chance in più di sopravvivere.
La frase sopra non è – ne pretende di essere – un giudizio morale. Di quello sono i titolari esclusivi coloro che c’erano: i “sommersi”, per citare ancora una volta Levi. Chi è nato dopo può solo adoperarsi perché la memoria sopravviva, senza pretendere altro.
Il libro di Kielar, in apparenza, non ha pretese letterarie. In realtà, come in tutte le testimonianze, anche qui c’è il filtro delle letture dell’autore e della sua capacita di scrivere. E comunque, all’epoca, quel tipo di scrittura, diretta, brutale e senza risparmiare dettagli scabrosi, ma soprattutto senza ogni retorica che potesse minimamente accennare a un uso “pedagogico” del testo, all’epoca dunque, quel linguaggio era una sostanziale novità. Un po’ lo aveva usato Borowski, ma lo scrittore polacco finì suicida nel 1951, e si dette per scontato che fosse stato a causa di Auschwitz.
Kielar invece, una volta liberato dagli americani in Germania – come la maggioranza dei prigionieri dei lager nazisti, compresi i reduci sopravvissuti alle “marce della morte” da Auschwitz – ebbe una vita “normale”: un lavoro nel cinema, una moglie, la cerchia di amici, la passione per il bridge.
Lontano dalla politica e dalla vita pubblica (non era un entusiasta del regime comunista), sentì tuttavia l’urgenza di raccontare, sollecitato pure dalla moglie Leonarda. Morì nel 1990. Visitava spesso Auschwitz. Una volta si imbattè in Niklas Frank, figlio del governatore della Polonia ai tempi dell’occupazione nazista (e che porta nella tasca la foto del padre impiccato a Norimberga per essere «sicuro che sia morto») e che sull’attenti gli chiese scusa.
E per tornare alle questioni etiche, Kielar è consapevole dei suoi “privilegi”, se possono essere chiamati cosi: da prigioniero “anziano” ed “esperto”, sa evitare il peggio e conosce bene le strategie di sopravvivenza. Quel che narra non è dunque la “banalità del male”, ma è invece il sadismo quotidiano delle guardie, dei kapò, di coloro che riuscivano a “emergere”; la corruzione, contrariamente alle leggende sulla «ferrea burocrazia della morte», era comune e diffusa, e per molte guardie e SS Auschwitz era una miniera d’oro, alla lettera.
In un filmato, in polacco, girato decenni dopo, si racconta di due boy scout finiti nel lager all’età di diciassette anni. Ragazzi perbene, onesti. Che tuttavia pur di sopravvivere finirono per compiere azioni disdicevoli. Non li chiama complici, non si erge a giudice (uno venne condannato a morte da un tribunale polacco). Racconta. E c’è amore. Fra due prigionieri. Lui era un suo carissimo amico, si chiamava Edward Galinski, lei era Malka Tzimetbaum: chiamati con i diminutivi, Edek e Mala. Lui era polacco cattolico, lei un’ebrea nata in Polonia, emigrata con la famiglia in Belgio e da lì deportata. Scapparono insieme, un giorno di primavera del 1944. Li catturarono. La loro breve storia d’amore non finì bene.
Kielar era coinvolto in quella storia, ma decise di non evadere. Si salvò, ma per il resto della vita continuo a sognare la morte per mano dei tedeschi. E su questa vicenda c’è pure un bel libro italiano di Francesca Paci, Un amore ad Auschwitz. Edek e Mala: una storia vera. In fondo, la memoria non è altro che le storie che vengono raccontate. Può quindi essere sovversiva, e per questo ha molti nemici.
Il libro
"Anus Mundi” di Wieslaw Kielar, Giuntina. Traduzione Alessandro Pugliese pagg. 422 euro 22