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Ai Weiwei: “Io, migrante per sempre”

Ai Weiwei durante l'allestimento della mostra a Palazzo Fava a Bologna (Roberto Serra / Opera Laboratori Fiorentini) 

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Il dissidente cinese presenta a Bologna la sua nuova mostra Tra politica, polemiche e un incidente durante l’inaugurazione
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BOLOGNA – “Chi sono io?», si chiede Ai Weiwei, arrivando nuovamente in Italia per una mostra antologica, intitolata Who am I?, allestita a Palazzo Fava di Bologna da oggi al 4 maggio 2025. Un evento che si è aperto con un’azione clamorosa. Non si era ancora conclusa l’inaugurazione che l’artista praghese Vaclav Pisvejc ha colpito, mandandola in pezzi, l’opera Porcelain Cube. L’uomo è stato immediatamente bloccato dalla sicurezza, ma per precauzione Ai Weiwei ha lasciato Palazzo Fava aspettando che tornasse la calma. «Non lo conosco – ha dichiarato l’artista cinese – non l’ho mai visto prima, ma spero che non si sia fatto male coi pezzi di porcellana». Pisvejc era già salito all’onore delle cronache per essersi arrampicato nudo, con la sola scritta sul corpo “censored”, sull’Ercole in piazza della Signoria e per avere rotto un quadro in testa a Marina Abramovi?.

Dopo l’incidente, si è aperta la mostra dove Ai Weiwei ha portato cinquanta opere, sculture, grandi installazioni, video, fo…

BOLOGNA – “Chi sono io?», si chiede Ai Weiwei, arrivando nuovamente in Italia per una mostra antologica, intitolata Who am I?, allestita a Palazzo Fava di Bologna da oggi al 4 maggio 2025. Un evento che si è aperto con un’azione clamorosa. Non si era ancora conclusa l’inaugurazione che l’artista praghese Vaclav Pisvejc ha colpito, mandandola in pezzi, l’opera Porcelain Cube. L’uomo è stato immediatamente bloccato dalla sicurezza, ma per precauzione Ai Weiwei ha lasciato Palazzo Fava aspettando che tornasse la calma. «Non lo conosco – ha dichiarato l’artista cinese – non l’ho mai visto prima, ma spero che non si sia fatto male coi pezzi di porcellana». Pisvejc era già salito all’onore delle cronache per essersi arrampicato nudo, con la sola scritta sul corpo “censored”, sull’Ercole in piazza della Signoria e per avere rotto un quadro in testa a Marina Abramovi?.

Dopo l’incidente, si è aperta la mostra dove Ai Weiwei ha portato cinquanta opere, sculture, grandi installazioni, video, fotografie per la prima volta in dialogo con gli affreschi realizzati nel palazzo dai Carracci alla fine del Cinquecento. L’evento, curato da Arturo Galansino, inaugura la nuova gestione di Opera Laboratori ai musei bolognesi di Genus Bononiae – Fondazione Carisbo.

«Chi sono io?» è una domanda aperta posta da un artista che rimarca il suo essere sempre su un confine. Prima di tutto per la sua storia personale. Nato a Pechino nel 1957, Ai Weiwei è costretto da bambino a trasferirsi in una cittadina del Nord della Cina perché il padre, poeta, viene perseguitato dai rivoluzionari maoisti. Nei primi anni Duemila, lui stesso inizia a criticare il governo cinese che chiude il suo blog, distrugge il suo studio e arrestandolo nel 2011 senza accuse formali. Da lì, la decisione di trasferirsi prima a Berlino e poi in Gran Bretagna.

L'opera di Ai Weiwei "Porcelain Cube" distrutta da Vaclav Pisvejc 

Ieri l’arrivo a Bologna, con quel completo informale nero che è diventato un po’ la sua divisa, per inaugurare la mostra, coloratissima, e per incontrare gli studenti dell’università. «Rimarrò sempre un migrante, è il mio status – conferma – Dalla mia nascita sono stato costretto a muovermi per seguire mio padre. E, nonostante abbia affrontato a lungo la questione, ancora mi chiedo cosa voglia dire essere migranti. Soprattutto oggi, considerando che le numerose guerre contribuiscono ad aumentare il flusso di rifugiati. La risoluzione è politica perché l’individuo non può appianare il problema ma sta ai governi dare delle risposte. A partire dagli armamenti: bisogna smettere di produrre armi perché altrimenti non si può fermare questa tragedia».

Ai Weiwei riporta il tema all’attualità, ma in questa mostra la questione trova nuovi spunti, proprio dal dialogo con gli affreschi dei Carracci che raccontano la storia di Enea, costretto a scappare da Troia in fiamme, portandosi in spalla il padre. Sotto ai fregi di Palazzo Fava, l’artista ha collocato alcuni dei suoi lavori più significativi. Grandi opere realizzate con i mattoncini Lego, forse tra gli oggetti più pop della società contemporanea, che nelle sue mani diventano pixel per reinterpretare grandi capolavori del passato: come la Venere dormiente di Giorgione, l’Ultima cena di Leonardo da Vinci, ma anche l’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, conservata alla Pinacoteca di Bologna. E ancora: Atalanta e Ippomene di Guido Reni e persino una Natura morta di Giorgio Morandi.

«Sin da piccolo mi sono nutrito della cultura italiana. Mio padre, che era un poeta, è venuto più volte in Italia, ha scritto diverse poesie, anche una dedicata a Roma. Direi che l’Italia è la Cina dell’Europa. Credo che per molti aspetti, sia artistici che culturali, sia in sintonia con la Cina. Qui è pieno di poesia».

La poesia di Ai Weiwei è la bellezza delle grandi sculture-aquiloni raffiguranti draghi e mostri fantastici, tratti dal Libro dei monti e dei mari, testo mitologico cinese del III secolo a.C., collocati tra scaloni e soffitti affrescati. Installazioni che hanno il fascino delle fiabe e dei sogni, ma che in realtà ricordano come le radici della tradizione cinese siano state quasi cancellate dalla Rivoluzione culturale. «Tutta la mia arte è politica. Artista è colui che è sensibile all’etica, non può definirsi al di fuori di un giudizio morale. Anche il fatto di dichiararsi “non politicizzato” è un modo di prendere posizione».

Ma ciò non è sufficiente a trovare una risposta al quesito iniziale: Who Am I?. «È una delle domande che ho rivolto a un dispositivo di Intelligenza Artificiale, ma alla fine non ho ricevuto una risposta soddisfacente. Non importa, non saprò mai chi sono perché ogni giorno sono una persona diversa. Pascal si pose le stesse domande, “chi sono? Da dove vengo? Dove vado?”, cercando un dio. Ma io credo che nessuno possa avere il significato della vita, rimaniamo in continua ricerca. Anche le religioni sono limitate».

Il dialogo tra Ai Weiwei e l’Intelligenza Artificiale è stato oggetto di un’azione che ha sollecitato l’artista a sconfinare in nuovi orizzonti creativi. «Non credo che questo linguaggio possa arricchire l’arte – conclude – Diamo troppo potere alle risposte banali fornite dall’Intelligenza Artificiale. Diamo troppo peso alle macchine, dimenticandoci di metterci in gioco, accettando di fare errori. La gente non si sforza più di immaginare, di sviluppare la propria fantasia e il proprio cervello. Tutti sono consumatori di fast food e non di slow food, quello che restituisce il profumo dei biscotti della nonna».

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