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L’ispettore Vasari indaga sul caso Pontormo, intervista a Laurent Binet

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Parla lo scrittore francese che, dopo il successo di “HHhH”, scrive un thriller storico ambientato nelle corti del Rinascimento italiano
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PARIGI

Nel gennaio 1557, il pittore Jacopo da Pontormo viene trovato morto ai piedi del suo affresco nel coro della basilica di San Lorenzo. È l’inizio di un thriller storico costruito da Laurent Binet attraverso un romanzo epistolare nel quale s’intrecciano le voci di alcuni dei personaggi più famosi della Firenze del Cinquecento. In diverse Prospettive — titolo del libro in uscita per La nave di Teseo (traduzione Anna Maria Lorusso) — sfilano i potenti dell’epoca, da Cosimo a Caterina de Medici, gli artisti più geniali, da Michelangelo a Cellini.

Lo scrittore francese torna a immergersi nella grande Storia, e dopo la Seconda guerra mondiale con HHhH, ci porta nel Rinascimento. Un romanzo sorprendente che parte da un’invenzione — Pontormo non è mai stato assassinato — ma segue un rigore quasi scientifico, tra le caratteristiche di Binet. «È un romanzo di finzione, a differenza di HHhH, ma il contesto storico e sociale è ricostruito nel modo più fedele possibile».

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PARIGI

Nel gennaio 1557, il pittore Jacopo da Pontormo viene trovato morto ai piedi del suo affresco nel coro della basilica di San Lorenzo. È l’inizio di un thriller storico costruito da Laurent Binet attraverso un romanzo epistolare nel quale s’intrecciano le voci di alcuni dei personaggi più famosi della Firenze del Cinquecento. In diverse Prospettive — titolo del libro in uscita per La nave di Teseo (traduzione Anna Maria Lorusso) — sfilano i potenti dell’epoca, da Cosimo a Caterina de Medici, gli artisti più geniali, da Michelangelo a Cellini.

Lo scrittore francese torna a immergersi nella grande Storia, e dopo la Seconda guerra mondiale con HHhH, ci porta nel Rinascimento. Un romanzo sorprendente che parte da un’invenzione — Pontormo non è mai stato assassinato — ma segue un rigore quasi scientifico, tra le caratteristiche di Binet. «È un romanzo di finzione, a differenza di HHhH, ma il contesto storico e sociale è ricostruito nel modo più fedele possibile».

Perché scrivere un poliziesco alla corte dei Medici?

«Nel precedente libro Civilizzazioni mi ero immerso nel periodo rinascimentale e volevo tornarci. L’ucronia è in teoria replicabile all’infinito ma siccome ho scritto pochi romanzi e nessuno si assomiglia sentivo che dovevo cambiare genere. Già ne La settima funzione del linguaggio c’era un’indagine un po’ barocca a proposito della morte di Roland Barthes. Qui invece seguo un metodo più rigoroso e antico, diciamo alla Agatha Christie».

L’indagine è affidata a Giorgio Vasari, grande ritrattista di tutti gli artisti dell’epoca.

«Ho pensato che sarebbe stato un buon investigatore. Qualcuno come lui, che ha girato l’Italia per commentare dipinti, ha uno spiccato senso dell’osservazione. Ero affascinato anche da Brunelleschi, ingegnere, artista, inventore della prospettiva. Di quella ispirazione rimane il titolo del libro. Alla fine ho scelto Vasari come detective perché era anche il migliore per raccontare Cosimo de’ Medici, che si è rivelato un vero capo di Stato in una fase geopolitica particolare della storia italiana. Siamo già all’inizio della fine del Rinascimento, il romanzo è avvolto in un’atmosfera crepuscolare».

Come ha scoperto Pontormo, la vittima designata?

«Quasi per caso mi sono interessato a questo pittore morto giovane, rappresentante della corrente del manierismo, un tentativo di sopravvivere alla grande epoca del Rinascimento. Come altri artisti, Pontormo sapeva che non era possibile superare grandi maestri come Leonardo o Michelangelo e allora ha pensato in qualche modo di aggirarli. Ha tentato un lavoro che rivaleggiava con la Cappella Sistina ma era già troppo tardi, il contesto storico non era più favorevole. C’era stato il Concilio di Trento, la Controriforma. I suoi affreschi sono stati distrutti. È sopravvissuto attraverso altri dipinti, affreschi più piccoli, ma il suo capolavoro è scomparso per sempre. Pontormo è una figura romantica. E attraverso l’indagine nel suo entourage affiora uno spaccato della società della Firenze di allora. Infine c’è anche questo piccolo tocco francese dato dalla regina di allora, Caterina de’ Medici».

La scelta del formato epistolare è originale.

«A livello formale, è stata la scelta più decisiva nella costruzione del libro. Volevo mettere il lettore nella situazione dell’investigatore. Attraverso le lettere che si susseguono viene dato accesso a varie testimonianze, quasi deposizioni. Tutte persone sospettate di mentire. Il concetto di narratore inaffidabile è spesso efficace. Qui lo diventa ancora di più perché ci sono tanti narratori inaffidabili. Il lettore entra in uno stato di paranoia e di pensiero critico tipico dei romanzi polizieschi».

È anche un lavoro sulla lingua, con stili e toni delle epistole molto diversi?

«Ogni personaggio doveva avere il proprio idioma, e allo stesso tempo doveva esserci una coerenza che rispecchia il Cinquecento. Ammetto di avere un po’ barato perché mi sono ispirato anche allo stile del Settecento, l’età d’oro dei romanzi epistolari. Ci sono molte intertestualità, e anche citazioni per esempio da Le relazioni pericolose».

Ha usato corrispondenze originali dell’epoca?

«Faccio sempre un importante lavoro di documentazione nel preparare i miei libri. Con Vasari è stato fantastico perché potevo attingere a Le vite ogni volta che dovevo descrivere i vari pittori sospettati nell’indagine. Le memorie di Cellini sono un capolavoro degno di Casanova. E poi c’erano anche le lettere di Michelangelo, da cui si capisce che era un tipo burbero, irascibile. Da una lettera al padre ho preso una citazione in epigrafe che parla di “tempi molto contrari all’arte”. Era il momento in cui il papa aveva condannato come immorali le sue nudità nella Cappella Sistina».

Il romanzo è anche una riflessione sugli artisti di fronte alla censura?

«La citazione di Michelangelo all’inizio del libro è stata aggiunta dopo l’attacco contro Salman Rushdie. Ho pensato che effettivamente fosse una frase universale. All’epoca c’era la Controriforma cattolica, oggi è l’Islam che vuole morto Rushdie. L’arte è sempre stata sottoposta a pressioni, censura politica, ideologica o religiosa. Dalla fatwa contro Rushdie nel 1989 ci sono stati in Francia artisti, giornalisti, intellettuali o professori minacciati di morte e assassinati. Per la loro arte o perché volevano promuovere la conoscenza. Quando non è Michelangelo a rischiare la pelle, è Galileo. Siamo sempre lì. E per me che ho fatto il professore di francese e oggi sono uno scrittore è impossibile non sentirmi coinvolto».

Il libro
Prospettive
di Laurent Binet (La nave di Teseo, trad. Anna Maria Lorusso, pagg. 288, euro 20). L’autore lo

presenta domenica 22 settembre alle 19

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