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Il dialogo tra Bernard-Henri Lévy e Maurizio Molinari: “In Ucraina e Israele la posta in gioco è la libertà”

Il direttore di Repubblica Maurizio Molinari con Bernard-Henri Lévy al Teatro Parenti di Milano

 

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«In Ucraina e in Israele si sta combattendo su fronti diversi una stessa guerra. Stessi nemici, stessi valori. In entrambi i Paesi sono in ballo la democrazia e la libertà». Bernard-Henri Lévy legge la situazione attuale in un’ottica geopolitica più vasta che riguarda l’intero Occidente. Un’ora di dialogo, nel Teatro Franco Parenti di Milano, tra il filosofo-reporter di guerra e il direttore di Repubblica Maurizio Molinari partendo dal libro recente di Lévy, Solitudine di Israele (La nave di Teseo). Una solitudine, sottolinea introducendo l’incontro Andrée Ruth Shammah, che «riguarda tutti noi».

La posta in gioco dei due conflitti, spiega Lévy, è più grande di quanto si possa pensare: «Se Israele non dovesse riuscire a debellare Hamas, se l’Ucraina …

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«In Ucraina e in Israele si sta combattendo su fronti diversi una stessa guerra. Stessi nemici, stessi valori. In entrambi i Paesi sono in ballo la democrazia e la libertà». Bernard-Henri Lévy legge la situazione attuale in un’ottica geopolitica più vasta che riguarda l’intero Occidente. Un’ora di dialogo, nel Teatro Franco Parenti di Milano, tra il filosofo-reporter di guerra e il direttore di Repubblica Maurizio Molinari partendo dal libro recente di Lévy, Solitudine di Israele (La nave di Teseo). Una solitudine, sottolinea introducendo l’incontro Andrée Ruth Shammah, che «riguarda tutti noi».

La posta in gioco dei due conflitti, spiega Lévy, è più grande di quanto si possa pensare: «Se Israele non dovesse riuscire a debellare Hamas, se l’Ucraina non dovesse riuscire ad avere la meglio su Putin, l’anno prossimo la Cina invaderà Taiwan. Non si sta giocando solo la storia di Israele o dell’Ucraina ma il futuro di chi ama la libertà». Dall’altra parte della barricata ci sono i Paesi che odiano l’Europa, l’Occidente, la democrazia: «Israele oggi si batte anche per le donne iraniane perseguitate, per gli uiguri cinesi, per i blogger del Qatar. In questo momento lo fa combattendo una guerra esistenziale, per evitare la sua cancellazione». La libertà di discutere quello che sta accadendo è parte integrante del suo spirito democratico: «Ogni sabato sera, ogni shabbat, metà della popolazione israeliana scende in strada per protestare contro il proprio primo ministro e per chiederne le dimissioni».

Molinari domanda allora che cosa ne sia stato degli accordi di Oslo e se oggi il progetto di due popoli, due Stati, sia ancora valido. Lévy è netto: «Non rimane nulla. In questi anni i dirigenti palestinesi hanno rifiutato ogni proposta di compromesso fatta da Israele. Finché ci sarà Hamas, finché ci sarà chi vuole una Palestina “dal fiume al mare”, sarà impossibile immaginare la soluzione dei due Stati. Ecco perché è importante la capitolazione di Hamas. E forse quel giorno finalmente i palestinesi si sveglieranno». Il vero nemico, pungola Molinari, è l’Iran. Lévy restituisce un’immagine: «L’Iran è il polpo che si serve dei tentacoli di Hamas. Hamas è circondata e supportata da una costellazione di forze e Stati: Hezbollah, gli Houti yemeniti, le milizie siriane, quelle sciite, eccetera. E poi c’è il supporto di Turchia e Russia che non dissimulano il sostegno. Perciò penso che questa sia la guerra più difficile che Israele abbia mai combattuto».

Impossibile non affrontare la questione delle vittime palestinesi. Molinari sollecita Lévy a farlo: «Provo dolore per le vittime, come tutti gli israeliani che conosco. Devo però dire anche che mai in vita mia ho visto un esercito che prima di colpire avvisa per fare evacuare i civili. In genere in guerra non si avvisa, si sfrutta semmai l’effetto sorpresa. L’esercito israeliano non solo avvisa ma ogni giorno apre un corridoio umanitario. La responsabilità è di chi usa questa gente come scudi».

C’è poi la questione degli ostaggi, presi inspiegabilmente di mira dai nemici di Israele, tanto che c’è chi strappa i poster con i loro volti. «È anche questa la solitudine di Israele di cui parlo nel libro — spiega Lévy — Israele è in una trappola: da una parte c’è l’obbligo morale e sacro degli ostaggi da liberare, dall’altra l’imperativo esistenziale di distruggere Hamas. Andrebbe però considerato il fatto che a Gaza ci sono due milioni di persone ostaggi di Hamas».

Il 7 ottobre è naturalmente al centro della discussione. Molinari solleva una questione cruciale: l’ondata di antisemitismo come risposta al pogrom, lì dove ci si sarebbe aspettati semmai solidarietà. Per Lévy la spiegazione è l’esplosione di un odio a lungo represso: «L’odio era già presente ma la forza politica, morale e anche militare di Israele serviva a contenerlo. Nel momento in cui Israele è apparsa debole ecco che quel sentimento di avversione è venuto fuori». Nel libro quell’odio ha il volto di Amalek: «È il più antico nemico del popolo ebraico — spiega Lévy — . È un negazionista radicale che vuole cancellare Israele. Ho paura che sia tornato».

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