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Quando Pertini ringraziò Visconti

Luchino Visconti 

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Pubblicato il primo volume dell’Epistolario del grande regista: tra i destinatari delle lettere Michelangelo Antonioni, Suso Cecchi d’Amico, Maria Callas e Franco Zeffirelli
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Ci sono diversi modi di entrare dentro il grande Epistolario di Luchino Visconti, uscito per la Cineteca di Bologna nel suo primo voluminoso tomo (1920-1961). Si tratta di oltre 700 lettere, distribuite fra circa 200 mittenti o destinatari. La lettura lineare, dalla prima all’ultima pagina, è la meno agevole; di fronte a un libro del genere, è istintivo aprire a caso, provare a piluccare sicuri di imbattersi in corrispondenti come Michelangelo Antonioni, Suso Cecchi d’Amico, Maria Callas, Franco Zeffirelli. Ma presto la quantità di dati, di riferimenti, di allusioni costringono a fermarsi, a cercare le note, a ricostruire, innanzitutto a inquadrare l’operazione.

Allora. Il volume contiene lettere scritte da Visconti o da lui ricevute fra il 1937 e il 1961; in apertura ci sono anche quattro biglietti del 1920, indirizzati a un Luchino quattordicenne in occasione del suo primo saggio di violoncello. Curatrici del volume sono Caterina d’Amico de Carvalho, figlia della grande sceneggiatri…

Ci sono diversi modi di entrare dentro il grande Epistolario di Luchino Visconti, uscito per la Cineteca di Bologna nel suo primo voluminoso tomo (1920-1961). Si tratta di oltre 700 lettere, distribuite fra circa 200 mittenti o destinatari. La lettura lineare, dalla prima all’ultima pagina, è la meno agevole; di fronte a un libro del genere, è istintivo aprire a caso, provare a piluccare sicuri di imbattersi in corrispondenti come Michelangelo Antonioni, Suso Cecchi d’Amico, Maria Callas, Franco Zeffirelli. Ma presto la quantità di dati, di riferimenti, di allusioni costringono a fermarsi, a cercare le note, a ricostruire, innanzitutto a inquadrare l’operazione.

Allora. Il volume contiene lettere scritte da Visconti o da lui ricevute fra il 1937 e il 1961; in apertura ci sono anche quattro biglietti del 1920, indirizzati a un Luchino quattordicenne in occasione del suo primo saggio di violoncello. Curatrici del volume sono Caterina d’Amico de Carvalho, figlia della grande sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico, e Alessandra Favino, che ha lavorato a lungo sulle carte di Visconti. Il volume non contiene tutte le lettere esistenti di o per Visconti ma solo quelle conservate presso la Fondazione Gramsci, l’ente a cui Uberta Visconti volle donare il fondo dell’adorato fratello.

Quando si scrive su carta, difficilmente il mittente conserva copia di ciò che spedisce, e perciò nel fondo c’erano solo lettere indirizzate a Visconti; quelle di suo pugno sono state pazientemente ricercate dalle curatrici in altri archivi pubblici e privati. Perciò accanto a succose epistole di diverse pagine si trovano comunicazioni amministrative, telegrammi, biglietti di poche righe, perfino disegnini di costumi e scenografie.

Nello scegliere come e cosa consultare, si può per esempio fantasticare sui progetti non realizzati, dalla produzione di un Racconto d’agosto che Ferdinando Maria Poggioli preparava nel ’37 insieme ad Amidei («Non ti dico quanto mi piaccia», scrive a Visconti, «perché credo d’aver trovato la strada giusta senza urtare nemmeno nella scemissima nostra censura»). O sulla rinuncia nel ’59 a dirigere a teatro Ingrid Bergman in The Road to Rome di Robert Sherwood (e lei, in un malfermo ma tenero italiano, se ne duole: «La Sua lettera mi ha fatto molto triste. Io ero così contenta perché pensava che finalmente siamo arrivati ad un lavoro insieme»). Un altro percorso possibile è quello di cercare i corrispondenti meno prevedibili, come Sandro Pertini che nel ’55 si complimenta per l’allestimento de Il crogiuolo da Miller («sento il bisogno di ringraziarla del godimento spirituale che ella mi ha donato»).

Alla fine comunque colpisce soprattutto il lato umano. Perfino il severo conte Visconti lascia di tanto in tanto erompere i propri sentimenti, come in un caldo botta e risposta con Alessandro Blasetti nell’anno cruciale 1943. Il collega più anziano si complimenta per Ossessione, il film che avrebbe inaugurato il neorealismo. Luchino gli risponde che la sua lettera rimarrà «una delle cose più care ed affettuose che mi sia stato dato di ricevere in vita mia». Che non fosse uno sterile minuetto di complimenti lo testimonia il fatto che Visconti chiamò poi Blasetti a interpretare se stesso in Bellissima.

Appuntamento con il secondo volume, che ripartirà da Il Gattopardo.

Il libro – Epistolario 1920-1961 di Luchino Visconti (Cineteca di Bologna, pagg. 892, euro 29)

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