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Jeremy Rifkin. “Ci vuole un’Internet dell’acqua”

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Partendo dal cambiamento climatico, Jeremy Rifkin spiega perché la nostra salvezza passa per una rivoluzione “idrica”
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Il riscaldamento ha scatenato un’idrosfera a lungo soggiogata: per millenni abbiamo sequestrato l’acqua del Pianeta e l’abbiamo messa al servizio di una sola specie, la nostra. Ma ora quella la civiltà idraulica urbana sta collassando sotto i colpi del cambiamento climatico: le acque a lungo imprigionate da canali, dighe, bacini artificiali si stanno sottraendo al nostro controllo. Ci sono ragioni per essere cautamente fiduciosi, ma dipenderà da se sapremo modificare il nostro modo di concepire l’iniziativa umana e il nostro rapporto con il Pianeta». L’economista, saggista, conferenziere statunitense Jeremy Rifkin torna in libreria (Pianeta Acqua, Mondadori) e propone di affrontare l’emergenza climatica cambiando punto di vista: smettiamo di immaginarci sulla Terra e prendiamo atto che siamo su Pianeta Acqua.

Perché è così importante questo cambio di prospettiva?

«Perché l’acqua è al centro di quanto sta accadendo. Ce lo dicono le cronache di queste ore, tra siccità, tempeste, alluv…

Il riscaldamento ha scatenato un’idrosfera a lungo soggiogata: per millenni abbiamo sequestrato l’acqua del Pianeta e l’abbiamo messa al servizio di una sola specie, la nostra. Ma ora quella la civiltà idraulica urbana sta collassando sotto i colpi del cambiamento climatico: le acque a lungo imprigionate da canali, dighe, bacini artificiali si stanno sottraendo al nostro controllo. Ci sono ragioni per essere cautamente fiduciosi, ma dipenderà da se sapremo modificare il nostro modo di concepire l’iniziativa umana e il nostro rapporto con il Pianeta». L’economista, saggista, conferenziere statunitense Jeremy Rifkin torna in libreria (Pianeta Acqua, Mondadori) e propone di affrontare l’emergenza climatica cambiando punto di vista: smettiamo di immaginarci sulla Terra e prendiamo atto che siamo su Pianeta Acqua.

Perché è così importante questo cambio di prospettiva?

«Perché l’acqua è al centro di quanto sta accadendo. Ce lo dicono le cronache di queste ore, tra siccità, tempeste, alluvioni. E ce lo dice la scienza: ogni grado Celsius di aumento della temperatura sulla Terra causato dalle emissioni di gas serra produce una più rapida evaporazione dell’acqua dal suolo e dal mare e un incremento del 7 per cento della concentrazione di precipitazione».

Lei suggerisce di ribattezzare la Terra Pianeta Acqua e di introdurre questa denominazione nelle Costituzioni degli Stati e nelle leggi. A che scopo?

«Sarebbe il primo gigantesco passo verso una riconciliazione con le acque che animano la nostra esistenza. Viviamo su un pianeta d’acqua e ogni aspetto della vita deriva da questa incontrovertibile verità. L’umanità ne ha iniziato a prendere atto con stupore nel 1972, quando gli astronauti della missione Apollo scattarono una foto della Terra vista da 45mila chilometri di distanza: ci si aspettava un bellissimo pianeta verde, invece ci accorgemmo di vivere su un bellissimo pianeta blu. E nel 2021 è stata l’Agenzia spaziale europea, seguita dalla Nasa, a introdurre formalmente la denominazione di Pianeta Acqua».

Facciamo un passo indietro: quando sono nate le civiltà idrauliche urbane?

«Circa sei millenni fa. Fino ad allora gli esseri umani, come tutti gli altri viventi, si erano adattati alle condizioni imposte dalla natura. Poi, alla fine dell’ultima glaciazione succede qualcosa che cambia radicalmente lo scenario. È noto come l’esplosione dell’agricoltura abbia reso sedentarie le popolazioni umane, abbia creato un surplus di cibo e liberato molti membri delle comunità dal lavoro necessario a procurare il cibo. Ma c’è un elemento che è stato sottovalutato nella nascita delle grandi civiltà: l’acqua e la sua gestione».

Jeremy Rifkin

 

Beh, sappiamo dai libri di storia che tutto iniziò tra il Tigri e l’Eufrate…

«Esatto, ma anche in India e lungo il fiume Giallo in Cina. Tuttavia le civiltà urbane non si svilupparono ovunque era nata l’agricoltura e c’era abbondanza di acqua. A fare la differenza furono i cereali».

Perché i cereali?

«A differenza dei tuberi, degli ortaggi, delle radici, i cereali possono essere stoccati e conservati a lungo. Questa caratteristica li rese uno strumento per costituire scorte alimentari. In Mesopotamia, e in poche altre aree del Pianeta, si cominciarono a coltivare su larga scala e fu un successo clamoroso. Ma per farlo gli esseri umani iniziarono a sequestrare l’acqua, modificandone e controllandone lo scorrimento. Ecco perché le chiamo civiltà idrauliche urbane».

E ora sarebbero al capolinea?

«Nel corso della storia sono emerse e collassate diverse volte. Adesso stiamo assistendo a un nuovo collasso, dovuto al cambiamento climatico che rende obsolete le grandi infrastrutture idrauliche. Si pensi alla diga di Hoover sul fiume Colorado negli Usa o quella delle Tre gole in Cina. I fiumi si stanno prosciugando, le dighe diventano vulnerabili o nel migliore dei casi inutili, basta vedere, appunto, quello che sta succedendo al lago Mead, il bacino creato dalla diga di Hoover, il cui livello non è mai stato così basso».

Lei ritiene imminente e necessaria una “rinaturalizzazione” dell’acqua. Significa smantellare tutte le infrastrutture idrauliche realizzate negli ultimi secoli?

«Il mio vuole essere un campanello d’allarme. Nessuno ha un manuale di istruzioni per reagire a quanto sta accedendo. E tuttavia le istituzioni continuano a rispondere alla nuova emergenza seguendo le “istruzioni” codificate in un’altra epoca. Mentre dovremmo pianificare l’età della resilienza».

Oltre al progresso, lei suggerisce di archiviare il capitalismo per sostituirlo con l’“idroismo”.

«Il capitalismo non ha ancora capito qual è davvero il capitale: pensa che siano i macchinari o la proprietà intellettuale. Ma in realtà su questo Pianeta l’unico vero capitale è la produzione primaria netta della fotosintesi. Che naturalmente dipende dall’acqua».

C’è un passaggio in cui associa i concetti di progresso e resilienza ai generi maschile e femminile.

«Le donne vedono tradizionalmente l’acqua come una sorgente di vita, gli uomini tendono a considerarla una risorsa da sfruttare. E così, l’Età del Progresso ha rappresentato il culmine di un concetto distorto di identità maschile votata al controllo del ciclo idrologico del Pianeta, mentre l’imminente Età della Resilienza dispone la dimensione femminile dell’impegno empatico come fenomeno condiviso da neonati sia maschi che femmine».

Nel libro ci ricorda spesso che siamo sull’orlo di una sesta estinzione di massa. C’è anche qualche buona notizia?

«Sì. Stanno emergendo nuove idee e nuove tecnologie che ci permetteranno di transitare nell’Età della Resilienza. Le nuove forme di comunicazione, la nuova mobilità, le nuove forme di energia (con solare ed eolico che ormai costano assai meno delle fossili e del nucleare), le nuove microreti smart per la distribuzione dell’acqua. Perché l’acqua non sta scomparendo. Il cambiamento climatico ne sta alterando la distribuzione a cui eravamo abituati e sulla quale si basano le infrastrutture. Ne occorrono di nuove capaci di raccogliere l’acqua là dove fluisce ora e fluirà in futuro. Allo stesso modo in cui le nuove reti intelligenti distribuiranno l’energia prodotta da sole e vento, ci saranno reti idriche smart che distribuiranno l’acqua. È quella che io definisco Internet dell’acqua».

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