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Il mosaico segreto di Renato Guttuso

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Per la moglie Mimise quei pavoni raffigurati sulle antiche tessere portavano sfortuna. Così il pittore smontò l’opera tardo-romana che si trovava nella nuova villa. E che ora torna restaurata a Carini, in Sicilia
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A Donna Mimise quella dimora nobiliare in pieno centro, là dove il marito Renato Guttuso traeva spunto per alcuni dei suoi capolavori, piaceva veramente tanto. Anche perché affacciandosi dal balcone dal piano più alto, girando appena lo sguardo sulla sinistra, da Palazzo Galati poteva godere di una vista unica su uno dei simboli di Palermo, il Teatro Massimo.

Maria Luisa Dotti, “Mimise”, nobildonna milanese di raro fascino e cultura sopraffina, era già da più di quarant’anni la compagna di vita del grande pittore siciliano. Si erano conosciuti nella metà degli anni Trenta a Roma, Renato sbarcava il lunario, era ancora un giovane immigrato siciliano senza il becco di un quattrino, un bohémien antiborghese pieno di sogni che proprio non riusciva a soffrire il bel mondo della Capitale e che …

A Donna Mimise quella dimora nobiliare in pieno centro, là dove il marito Renato Guttuso traeva spunto per alcuni dei suoi capolavori, piaceva veramente tanto. Anche perché affacciandosi dal balcone dal piano più alto, girando appena lo sguardo sulla sinistra, da Palazzo Galati poteva godere di una vista unica su uno dei simboli di Palermo, il Teatro Massimo.

Maria Luisa Dotti, “Mimise”, nobildonna milanese di raro fascino e cultura sopraffina, era già da più di quarant’anni la compagna di vita del grande pittore siciliano. Si erano conosciuti nella metà degli anni Trenta a Roma, Renato sbarcava il lunario, era ancora un giovane immigrato siciliano senza il becco di un quattrino, un bohémien antiborghese pieno di sogni che proprio non riusciva a soffrire il bel mondo della Capitale e che per questo era stato escluso dal giro degli artisti più gettonati. Mimise provò a redimerlo, senza peraltro riuscirci, finì per innamorarsi di lui e gli rimase accanto fino alla fine, malgrado la vita sentimentale non proprio irreprensibile del compagno.

Era più o meno il 1975 quando Guttuso propose alla moglie di acquistare quell’edificio di fine Settecento tra via Cavour e via Ruggero Settimo che appartenne al principe Giuseppe De Spuches. Donna Mimise ne fu entusiasta, ma quando entrò per la prima volta nel salone più importante del Palazzo, chiese a Renato di stracciare il contratto di acquisto e di portarla immediatamente via. Non poteva certo vivere in un’abitazione, seppur di così alto lignaggio, nella quale c’era un enorme mosaico pavimentale ricco di decorazioni – bellissime, per carità – tra le quali però spiccavano alcuni pavoni. Che lei considerava uccelli del malaugurio: «La nostra vita qui sarà piena di sventure» continuava a ripetere a Guttuso. «Va bene tutto, ma quei pavoni, proprio no».

Renato Guttuso con la moglie Mimise 

E così a Renato non rimase altro che smantellare il mosaico, più di 140 metri quadri di tessere intrecciate in epoca tardo-romana, sistemare il tutto in una cinquantina di scatoloni e offrire quel tesoro inestimabile alla Regione siciliana. Non se ne fece nulla, raccontano che la Sovrintendenza dell’epoca non volle esercitare il diritto di prelazione, e così il mosaico finì nelle mani di una galleria d’arte che stava per venderlo a un museo tedesco. Fu un pretore, Giuseppe Ferrotti, a bloccare l’accordo e da quel momento il mosaico è rimasto smontato in 78 blocchi conservati nelle cantine di Palazzo Galati. Fino al prossimo weekend quando, finalmente, tornerà lì dove era stato trovato, nel 1873, dal principe De Spuches. Esattamente a Carini, che i Romani chiamavano Hyccara, un piccolo centro alle porte di Palermo, grazie alla collaborazione tra il Comune, la Sovrintendenza e il Festival diffuso “La via dei Tesori” che fino al 3 novembre “restituisce” ai siciliani più di 700 tra luoghi, esperienze, percorsi d’arte e opere dimenticate in tutte le province dell’Isola.

Dopo 151 anni, interrogazioni parlamentari, comitati cittadini e proteste di piazza, dunque, il mosaico De Spuches ritorna a casa completamente restaurato, come dimostrano le foto che pubblichiamo in anteprima. Un lungo lavoro che ne esalta i colori, malgrado troppi anni di conservazione in luoghi non certo adatti a un’opera di così grande importanza. Secondo gli esperti, il mosaico che De Spuches salvò letteralmente dal piccone dei giardinieri in un appezzamento di terreno in aperta campagna, risale alla fine del secondo secolo dopo Cristo, con possibile oscillazione di un secolo in avanti. Antonio Salinas ne ipotizzò l’appartenenza a una basilica paleocristiana, altri studiosi sostengono invece che il tappeto musivo possa essere relativo a una villa di età tardoantica. Qualunque sia l’origine, il principe De Spuches, dopo aver dato comunicazione dell’importante ritrovamento, decise di rimontare il mosaico proprio a Palazzo Galati ma il distacco dal pavimento, un secolo più tardi, per colpa di quei pavoni che davano così tanto fastidio a Donna Mimise, non ha certo giovato al suo stato di conservazione. Centinaia di tessere si sono rovinate e – dicono i tecnici – la sua collocazione provvisoria in ambienti a forti fluttuazioni di umidità è stato quasi il colpo di grazia. E dire che poteva andare peggio, visto che a un certo punto la Sitas, proprietaria di alcuni alberghi in Sicilia, aveva deciso di acquistare il mosaico per farne il pavimento di una struttura termale a Sciacca. Per fortuna non se ne fece nulla: con il vapore acqueo le tessere sarebbero andate rapidamente in rovina. E invece il 5 e 6 ottobre – e nei successivi due weekend - chiunque potrà finalmente ammirare un’opera d’arte che ricorda i mosaici della Villa del Casale di Piazza Armerina, una delle attrazioni turistiche più visitate della Sicilia: «Aspettiamo i visitatori nell’ex chiostro di San Rocco, a Carini, dove è stato realizzato uno splendido padiglione espositivo» dice soddisfatto il sindaco Giovì Monteleone.

«Un luogo non raccontato è un luogo muto, diventa grigio, trasparente – spiega Laura Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei tesori – La narrazione è scoperta e riappropriazione, soprattutto se affidata ai giovani. È bello che questa rassegna abbia saputo creare sinergie e dialogo tra le istituzioni e che, insieme, Stato, Regione, Comuni abbiano collaborato per far rinascere un patrimonio artistico abbandonato». Come nel caso del mosaico dell’antica Hyccara.

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