All’ingresso del mio studio su di un pratico pianale sono accatastati i libri che a diverso titolo acquisto o ricevo riguardanti i temi che caratterizzano la mia ricerca, dalla cultura digitale ai media digitali… tanto per definire un perimetro. Si tratta di quelli che non ho ancora potuto visionare o che ho appena sfogliato e quindi riguardano più o meno gli ultimi tre o quattro mesi. Parliamo di circa un’ottantina di libri e oltre la metà trattano di IA. E a questi vanno aggiunti quelli che non parlano specificatamente di IA ma che, in qualche modo, la prendono in considerazione. Incuriosito da questa osservazione vado a spulciare nelle pubblicazioni dell’ultimo anno e mi trovo di fronte ad una profusione davvero impressionante di titoli. Case editrici grandi, piccole e medie hanno in catalogo opere che si occupano di IA. A vario titolo e con vari approcci: il marketing e la manualistica, così come i contributi teorici, soprattutto di pensatori stranieri, e in particolare dal mondo anglosassone. E poi ancora incursioni nel mondo dell’arte, nell’ambito giuridico e quello etico. Possiamo sicuramente affermare che intorno al tema si stia articolando un interesse vasto e piuttosto complesso.
Il centro attorno cui tutto sembra gravitare è Chat GPT, il model che ha sicuramente riscontrato più successo. Viene steso su un metaforico letto anatomico e osservato da diversi punti di vista. Una prima distinzione la possiamo fare tra quanti inneggiano alla novità spettacolare e coloro i quali ostentano giudizi negativi spesso basati (a dire il vero come quelli ottimistici o addirittura utopici) su di una conoscenza superficiale del fenomeno. Non dico a proposito della tecnologia in sé. Quella viene scandagliata più o meno con accuratezza. Ma proprio il fenomeno in sé. Fenomeno che investe ragioni culturali, presupposti e pratiche sociali ed economiche, categorie filosofiche ed etiche. Va inoltre analizzato che proprio questo accanimento ipertecnologico condanna la maggior parte di queste pubblicazioni ad una obsolescenza che va inquadrata nel più vasto contesto di una cultura digitale “mordi e fuggi” che si accontenta del mero dato tecnico e commerciale.
Ci sono poi i tentativi di usare in maniera creativa i modelli di Gen IA, e quindi racconti, romanzi, graphic novel, libri illustrati, raccolte di diversa natura. Qui devo dire ci si diverte di più vedendo all’opera i testi, da quelli di una banalità disarmante ad altri di una raffinatezza quasi esaltante. Si vede in questi tentativi il possibile sviluppo del prompt design, l’impatto estetico dei grandi archivi per l’alimentazione dei model con una evidente preponderanza del punto di vista occidentale, se non specificatamente anglosassone, e un’estetica che potremmo quasi definire neo pop che deriva soprattutto dal mondo della computer graphic. Si configura (ovviamente nella maggior parte dei casi, non in tutti) una sorta di mediocrità derivata da una certa omologazione estetica che nasce principalmente dai dati (quasi sempre estratti più che prodotti), dalle marcature e dal gusto del prompt designer (tutti nella maggior parte dei casi piuttosto limitati e monodirezionali). In fin dei conti già scrittori come Roald Dahl con il racconto Lo scrittore automatico e, per fare un altro esempio, Luigi Malerba, anche lui con un racconto (Lo scrittore robot), ci avevano avvertiti del fatto che le macchine “creative” tendono a lavorare sulla mediocrità. Tendono (con la loro impostazione statistica) a premiare la medietà, e così sta effettivamente succedendo.
Allora è forse nelle pieghe tra fantascienza e scienza che sarebbe opportuno cercare una nuova disponibilità critica. Riprendo il massiccio volume Summa Technologiae di Stanislaw Lem dove il grande scrittore polacco già negli anni ’60 dissezione la Cibernetica provando a immaginare orizzonti di una umanità indaffarata con le IA.
Forse uno sguardo “futurologico” può effettivamente aiutarci. Penso, ad esempio, che è stata ancora poco colta la peculiarità e l’orizzonte della Gen IA che, a mio parere, si sta orientando ad essere una sorta di infrastruttura che sta alla base dei diversi device e che, con un approccio sempre più naturale (penso alla voce e al dialogo) e con un planisfero di informazioni di carattere multimediale, e cioè con dati che si incrociano che sono di diversa natura e provenienza (insomma creando anche un contesto per i singoli data utilizzati), ci affiancherà per comandare le macchine. Sempre più infrastruttura, e sempre più personalizzabile. Anche se i singoli tool cercheranno di convergere verso pochi sistemi. In fin dei conti è quanto già accaduto con Internet che si presentava come il mezzo del definitivo accesso democratico all’informazione e al sapere che, inoltre, avrebbe permesso a ciascuno di costruire i propri percorsi e che ora è divenuto un campo piuttosto di ristretto, tra raccomandazioni, social e app, dove si tende ad attingere dalle stesse informazioni e a fruire degli stessi contenuti.
Contenuti spesso omologati e mediocri… e quindi, viene da dire, non è solo un problema di IA. Viene in mente un altro libro, Le argentee teste d’uovo di Fritz Leiber del 1961 che profeticamente aveva immaginato un mondo futuro in cui la letteratura era generata da macchine. Dopo una sanguinosa rivolta capitanata dagli scrittori a cui era stato sottratto l’atto creativo, le macchine (i “mulini a parole”) vengono distrutte con il risultato però che gli scrittori non sanno più scrivere, ma soprattutto i lettori sembrano preferire i libri standardizzati delle macchine.
L’IA è uno specchio che prova a riprodurre alcune funzioni biologiche del suo creatore ma che si muove con logiche ferree (matematiche, statistiche). Insomma un alieno, ma anche un essere simbiotico che vive con noi, “quasi” indistinguibile da noi e che riceve ogni elemento da noi esseri umani. Ecco questa in sintesi potrebbe essere una definizione di Gen IA. Una definizione che apre però abissi interpretativi e attuativi. Siamo noi a dover evolvere, siamo noi a doverci interrogare, dobbiamo probabilmente smettere di rivolgerci alle macchine per trovare senso, ma dobbiamo anche familiarizzare con un concetto di essere umano legato nella sua evoluzione alla tecnologia.
Non facciamo però l’errore di accanirci sulle macchine come nel libro di Leiber pensando così di svuotare la nostra coscienza e i nostri sensi di colpa riguardanti la nostra mediocrità.
Ma rimetto mano alla mia libreria, e creo diverse pile di libri sulla IA. Si evidenzia un atteggiamento nuovo. Che proviene spesso da teorici del digitale e che è un “presentimento di fine”. I volumi di Kate Crawford (Né intelligente né artificiale) e di Guillaume Pitron (Inferno digitale) disegnano un sistema IA fatto di sfruttamento del lavoro e del territorio, di estrazioni e di spreco di energia da parte dei cloud server. Si delinea così una tecnologia che allo stato dell’arte sembrerebbe insostenibile. Senza parlare di come ormai si parli apertamente di un tradimento del digitale… da Jonathan Crary (Terra bruciata) a Douglas Rushkoff (Solo i più ricchi) fino a Geert Lovink (Le paludi della piattaforma), a diverso titolo e con diversi obbiettivi, questi autori parlano di una utopia, quella della Silicon Valley che si sta trasformando, se non si è già trasformata, in una distopia di cui l’IA potrebbe essere l’ultimo tassello. Provano così a tracciare percorsi etici Luciano Floridi (Etica dell’intelligenza artificiale) e Paolo Benanti con Sebastiano Maffettone (Noi e la macchina).
Se volessimo tirare le file di quello che la mia piccola biblioteca mi dice, potremmo affermare con sicurezza che da una parte la questione della Gen IA è una questione prettamente culturale e sociale non ingegneristica. In secondo luogo che nessuno approccio disciplinare può esaurire il tema, non solo della sua interpretazione, ma anche dei suoi impatti. Infine che abbiamo bisogno di un discorso critico capace di elevarsi sul mero chiacchiericcio giornalistico e commerciale. E infine che abbiamo bisogno di nuovi immaginari capaci di leggere e rilanciare il nostro pensiero a proposito della nuova sfida tecnologica lanciata da ChatGPT & co.
L’autore è un critico cinematografico e giornalista italiano specializzato in nuovi media e cultura digitale
Il festival
Il Comune di Settimo Torinese, città da anni impegnata a promuovere la divulgazione scientifica, torna anche quest’anno con il Festival dell’Innovazione e della Scienza, in collaborazione con la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana. Il Festival giunge alla sua XII edizione, da domenica 6 a domenica 13 ottobre 2024, e quest’anno sarà dedicato al tema Frontiere - Oltre limiti e confini. Un titolo quanto mai attuale, che verrà declinato attraverso dialoghi, interviste, workshop, mostre, laboratori e spettacoli per andare incontro a un pubblico di ogni età e farlo appassionare al mondo della scienza e dell’innovazione. Info su https://festivaldellinnovazione.settimo-torinese.it