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Premio Nobel 2024. Una medaglia d’oro alla cultura figlia del K-Pop e di “Squid Game”

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L’onda coreana colpisce anche l’Accademia di Svezia
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PECHINO. La hallyu, l’onda coreana, colpisce pure l’Accademia di Svezia. Certo le opere di Han Kang non sono pop come le canzoni dei Bts o delle Blackpink, ma dopo che in questi anni tutto ciò che è K – musica, cinema, serie tv, moda – ha invaso pacificamente il mondo intero, arriva anche il massimo riconoscimento in campo letterario con questo premio Nobel: prima scrittrice sudcoreana a vincerlo e prima donna asiatica.

Han Kang è consapevole che il boom culturale della Corea del Sud l’ha aiutata ad affermarsi anche in Occidente. Il suo straordinario La vegetariana vinse l’International Booker Prize già nel 2016, lei è ormai una stella internazionale, ed è stata proprio l’onda in qualche modo ad accendere i riflettori anche sulla letteratura del Paese. K-Pop e K-Drama fate spazio, grazie. I libri coreani, soprattutto i romanzi di autrici donne, stanno trovando sempre più lettori entusiasti ben oltre il pubblico locale. «È arrivata l’ora, adesso, pure dei romanzi-K nel cavalcare…

PECHINO. La hallyu, l’onda coreana, colpisce pure l’Accademia di Svezia. Certo le opere di Han Kang non sono pop come le canzoni dei Bts o delle Blackpink, ma dopo che in questi anni tutto ciò che è K – musica, cinema, serie tv, moda – ha invaso pacificamente il mondo intero, arriva anche il massimo riconoscimento in campo letterario con questo premio Nobel: prima scrittrice sudcoreana a vincerlo e prima donna asiatica.

Han Kang è consapevole che il boom culturale della Corea del Sud l’ha aiutata ad affermarsi anche in Occidente. Il suo straordinario La vegetariana vinse l’International Booker Prize già nel 2016, lei è ormai una stella internazionale, ed è stata proprio l’onda in qualche modo ad accendere i riflettori anche sulla letteratura del Paese. K-Pop e K-Drama fate spazio, grazie. I libri coreani, soprattutto i romanzi di autrici donne, stanno trovando sempre più lettori entusiasti ben oltre il pubblico locale. «È arrivata l’ora, adesso, pure dei romanzi-K nel cavalcare l’onda?», si chiede la stampa di Seul, che esulta. Le megastar del K-pop le hanno subito fatto i complimenti. Il presidente Yoon Suk-yeol ha definito la sua vittoria «un risultato monumentale nella storia della letteratura coreana».

Han vince questo Nobel in un momento di crescente influenza globale della cultura sudcoreana. Partita vent’anni fa, la hallyu ha ormai raggiunto ogni angolo del pianeta. Il K-Pop è soltanto una parte di questo fenomeno: non nato per caso, ma frutto di una pianificazione politica e di grandi investimenti. Un’onda di soft – e pure hard – power. Gli albori si possono rintracciare nell’estate 2012 quando un cantante trentenne, Park Jae-Sang, nome d’arte Psy, carica su YouTube quel Gangnam Style a lungo tormentone mondiale. Poi sono arrivati i Bts, le Blackpink, i film premiati con la statuetta dell’Oscar come Parasite (vero acceleratore di questa onda), le serie tv come Squid Game. Un “fattore K”.

Per quattro decenni i sudcoreani hanno vissuto sotto regimi militari. Il ritorno a governi democratici ha significato una liberazione artistica. Fino agli anni Novanta la produzione culturale sudcoreana è stata piuttosto timida, all’ombra del vicino Giappone. È in quegli anni che acquista centralità nelle politiche del governo, per rilanciare l’economia colpita dalla crisi finanziaria asiatica del 1997. Era necessario un massiccio esercizio di re-branding della nazione.

E una volta che i servizi di streaming – e di traduzione – hanno abbattuto le barriere, la Corea del Sud si è trasformata da consumatore di cultura occidentale in un gigante dell’intrattenimento da esportare. Che ha affascinato il mondo. Secondo i dati di Forbes, soltanto l’industria del K-Pop vale 10 miliardi di dollari ed è «diventata così cruciale per l’economia che il Pil del Paese ha subito una battuta d’arresto l’anno scorso dopo che il gruppo musicale Bts ha annunciato che si sarebbe preso una pausa temporanea mentre i suoi membri esploravano carriere da solisti».

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