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Le lacrime dell’hibakusha. “Non smetterò mai di raccontare”

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Così si chiamano i bambini che nell’agosto del 1945 riuscirono a salvarsi “Quanto abbiamo aspettato questo momento”
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Tokyo — Quanto abbiamo aspettato questo momento» ha dichiarato tra le lacrime un uomo ormai centenario alla notizia dell’assegnazione del Nobel per la Pace di quest’anno. Alla sua esclamazione pare sia subito seguito il desiderio di rimettersi all’opera: «Voglio tornare a raccontare, voglio dire ancora alle persone cos’è successo quel giorno». In un angolo della casa di quell’uomo, infatti, gli orologi sono fermi alle 8.15, l’ora in cui l’ordigno fu sganciato e l’istante in cui egli si tramutò in un hibakusha, ovvero in uno dei «sopravvissuti alla bomba atomica».

Da quando vivo in questo paese, il 6 e il 9 agosto sono per me giorni di un caldo umido e afoso ma soprattutto mattine in cui accendo la televisione e, in un bianco abbacinante, assisto ai…

Tokyo — Quanto abbiamo aspettato questo momento» ha dichiarato tra le lacrime un uomo ormai centenario alla notizia dell’assegnazione del Nobel per la Pace di quest’anno. Alla sua esclamazione pare sia subito seguito il desiderio di rimettersi all’opera: «Voglio tornare a raccontare, voglio dire ancora alle persone cos’è successo quel giorno». In un angolo della casa di quell’uomo, infatti, gli orologi sono fermi alle 8.15, l’ora in cui l’ordigno fu sganciato e l’istante in cui egli si tramutò in un hibakusha, ovvero in uno dei «sopravvissuti alla bomba atomica».

Da quando vivo in questo paese, il 6 e il 9 agosto sono per me giorni di un caldo umido e afoso ma soprattutto mattine in cui accendo la televisione e, in un bianco abbacinante, assisto ai lunghi censimenti di parole che, con la formalità della politica, ricostruiscono le vicende e l’intento soprattutto di difendere la pace. Segue una litania di nomi che mi sono sconosciuti e che corrispondono agli hibakusha che, nell’arco di quell’anno, sono morti. È la lista dei testimoni diretti che si accorcia, l’elenco di coloro che hanno dedicato l’esistenza a ricordare la portata umana di una tragedia generata da una scelta politica e strategica.

Sopravvivere significa portarsi per sempre addosso il ricordo di qualcosa che chiunque altro vorrebbe dimenticare, in quanto troppo doloroso e deprimente, e insieme coincide con la responsabilità di quella specifica memoria. L’irripetibile si ripete infatti sempre, la storia per sua natura oscilla sicché in ogni «mai più» si apre qualche crepa, si affaccia l’eccezione e, da qualche parte del mondo, ecco d’improvviso qualcuno che minaccia di utilizzare ancora quell’arma assurda.

In Giappone l’età media dei sopravvissuti alla bomba atomica purtroppo avanza e, in una manciata d’anni, non rimarranno più rappresentati diretti degli hibakusha. La sfida allora è individuare un modo di consegnare l’eredità alla nuova generazione, passare ad altri il compito di raccontare l’orrore e insieme di rinforzare il movimento d’opinione contro le armi nucleari e per la pace. È per questo che l’assegnazione del premio Nobel agli hibakusha è tanto importante, in quanto non suona come un mero risarcimento morale, una sorta di «onore alla carriera», bensì contribuisce a rinvigorire quel crescente movimento interno al paese che mira a trasmettere la responsabilità e il compito della testimonianza alla generazione successiva, ai figli dei sopravvissuti alla bomba atomica e a coloro che ne condividono gli intenti. È, a tutti gli effetti, un Nobel per coloro che hanno lavorato fino a qui e, insieme, per quelli cui verrà passato il testimone.

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