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Premio Nobel agli hibakusha, i sopravvissuti: avevano visto tutto quello che c'era da vedere e molti non ne parlarono mai. Ora hanno vinto il Nobel

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Il racconto di un giorno nell’ospedale dei sopravvissuti giapponesi, il cui movimento contro la bomba è stato premiato a Oslo
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È colpevolmente in ritardo questo Nobel, ed è giusto diffidare di chi parla oggi in nome degli hibakusha, e non solo perché già nove anni fa, quando nell’ospedale dei sopravvissuti, a una ventina di chilometri da Hiroshima, ne incontrai 300 in una volta sola, la più vecchia aveva 103 anni e il più giovane 79. Erano quasi tutte donne con i visi bellissimi e i corpi segnati e neppure tra di loro parlavano della bomba che li univa. Una signora che mi teneva la mano mi disse «e la vita poi deragliò» ma non sono sicuro che volesse dire l’indicibile.

Sarebbe bello, ma forse inutile tornare e parlare di Nobel in quel giardino grasso, che l’umidità trasformava in un acquario conradiano. Rimasi con quei 300 vecchi per quasi dodici ore. Quattro ospiti per stanza, un bagno ogni due stanze, sembrava la tipica città dolente per anziani, ma il professore Kamada, che aveva passato la vita a studiare il loro sangue e ne aveva pure sposata una, mi spiegò che sapevano «che i loro acidi non erano i norm…

È colpevolmente in ritardo questo Nobel, ed è giusto diffidare di chi parla oggi in nome degli hibakusha, e non solo perché già nove anni fa, quando nell’ospedale dei sopravvissuti, a una ventina di chilometri da Hiroshima, ne incontrai 300 in una volta sola, la più vecchia aveva 103 anni e il più giovane 79. Erano quasi tutte donne con i visi bellissimi e i corpi segnati e neppure tra di loro parlavano della bomba che li univa. Una signora che mi teneva la mano mi disse «e la vita poi deragliò» ma non sono sicuro che volesse dire l’indicibile.

Sarebbe bello, ma forse inutile tornare e parlare di Nobel in quel giardino grasso, che l’umidità trasformava in un acquario conradiano. Rimasi con quei 300 vecchi per quasi dodici ore. Quattro ospiti per stanza, un bagno ogni due stanze, sembrava la tipica città dolente per anziani, ma il professore Kamada, che aveva passato la vita a studiare il loro sangue e ne aveva pure sposata una, mi spiegò che sapevano «che i loro acidi non erano i normali umori del disfacimento. Perciò da vecchi vengono qui, anche quelli che hanno i soldi per ricoveri di lusso. Non per stare insieme, ma per morire insieme».

Il professore mi disse che il 25 per cento degli hibakusha «non parla di quello che ha visto e subìto, neppure ai propri familiari, neppure ai figli. Poi c’è un 45 per cento che ha parlato due o tre volte in tutta la vita. Solo il 30 per cento parla, e tra loro c’è un piccolo gruppo che parla tantissimo». Mi raccontò di avere capito che l’atomo modificava i cromosomi già nel 1960 «ma non potevo dirlo, e non solo perché allora la censura americana controllava tutto, ma anche perché non volevo terrorizzare nessuno».

La leucemia, i rischi per la seconda generazione? «All’inizio aumentò la natalità perché, nelle catastrofi, riprodursi è un “bene rifugio”, ma poi, guardi il diagramma, la natalità diminuì sempre di più». Perché? «Perché la gente aveva capito quel che i medici non capivano e cioè che le conseguenze della bomba arrivavano ai figli». Come l’avevano capito? «Alcuni bambini nascevano malati o deformi, con i cheloidi sulla pelle, privi di arti».

Il professore arrivò a Hiroshima 15 anni dopo la bomba: «A Hiroshima mi sono laureato, poi ho studiato a San Francisco e quindi sono tornato». Solo alla fine mi parlò del matrimonio. «Il mio capo mi cercò moglie. Si rivolse a sua nonna che mi presentò una signorina che lavorava come segretaria alla Mazda». Cosa aveva visto il 6 agosto del 1945? «Aveva tre anni e vide tutto quello che c’era da vedere. Era con la famiglia, a due chilometri e trecento metri dall’esplosione».

È una di quelle che parlano? «No. È una di quelle che hanno parlato solo due volte, e mai ai nostri figli». Neanche con lei? «Con me sì. Ma io, prima di essere il marito, sono un medico». E poi con chi ha parlato? «Una sola volta in pubblico, ma all’estero». Dove? «Non credo che mia moglie approverebbe se glielo dicessi». E i suoi suoceri? «Hanno vissuto con me. Ma sono morti: a lui è esplosa una vena, lei è morta di mal di cuore». C’entra qualcosa la bomba? «Quando morirono pensavo di no. Adesso penso di sì». Quanti figli avete? «Due figli e quattro nipoti». E stanno bene? «Sì, stanno bene».

Il professore mi mise in contatto con il vecchio Tazuko, uno di quelli che parlavano. Gli hibakusha, mi spiegò Tazuko «non hanno permesso che dalle vittime nascessero sempre e solo altre vittime», che «la bomba continuasse a esplodere il 6 agosto di ogni anno». Era infatti questa la profezia: «Per almeno 75 anni, non crescerà più niente, nemmeno l’erba». E invece è bella Hiroshima perché non somiglia a Hiroshima. È bella perché anche gli occhi di Tazuko, che nel 2015 ancora piangevano il neonato che sua moglie «mise al mondo coperto di lividi e senza braccia», non si limitavano più a srotolare il tempo a ritroso: «Guardo i posteri che mi camminano accanto e mi piacciono questi figli di nuovo felici di Hiroshima. So che hanno superato il milione e non hanno più l’ossessione di contare i leucociti. Forse abbiamo restituito a Hiroshima il diritto di morire per cause naturali. Forse».

Sarebbe bello che Tazuko fosse ancora vivo e che lo prendesse lui il Nobel e non i burocrati del dolore. Fu lui che mi spiegò che tra tutti i significati della parola hibakusha il più giusto è «coloro che non si suicidarono nonostante avessero tutte le ragioni per farlo».

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