Cultura

Perché non parliamo di pace?

Perché non parliamo di pace?

E’ il tema di questa edizione del Macerata Humanities Festival. Come ci spiegano il rettore dell’Università di Macerata e la direttrice artistica della rassegna che si terrà dal 15 al 18 ottobre

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Ci svegliamo ormai ogni giorno con le notizie devastanti di nuovi bombardamenti, nuovi morti e feriti, nuova distruzione. Siamo quasi intorpiditi e registriamo solo in modo intermittente la sofferenza umana dietro le notizie. L'industria delle armi non è mai stata così in crescita. Il valore di mercato dei principali produttori di equipaggiamenti militari è schizzato alle stelle negli ultimi due anni e mezzo, in seguito alle guerre in Ucraina e Gaza e non solo. Il lessico della competizione, del prevalere, del vincere e dell’avere potere sembra aver spento oggi la luce che emanava parole legate alla pace e alla giustizia; travolti dal cinismo e dalla rassegnazione, si smette di pronunciarle e, in alcuni casi, perfino di desiderarle.

A ben vedere, le categorie di pace e giustizia vengono respinte, ignorate e ridicolizzate, considerate utopiche o irraggiungibili, poco convenienti, per alcuni, e impraticabili, per la maggioranza.Eppure bisogna parlare di pace e giustizia per non togliere alle giovani generazioni una necessaria speranza per il futuro. Il tema del Macerata Humanities Festival 2024 (organizzato dall’Università di Macerata dal 15 al 18 ottobre) cerca di offrire uno spazio di riflessione, di ascolto, e di dialogo su queste tematiche. L’obiettivo è quello di percorrere alcune tappe salienti di un percorso, tanto arduo e scivoloso quanto urgente, che riesca a scoprire il volto della pace, nella sua imprescindibile implicazione con quello della giustizia, dagli aspetti intra-personali a quelli inter-soggettivi, fino ad arrivare agli aspetti globali e mondiali. Si parte, se vogliamo, dell’individuo che cerca una pace con sé stesso, con la sua comunità, e poi con realtà e mondi diversi dal suo.

È utile ricordare che la pace non è una tregua armata, fisicamente o psicologicamente, non è semplicemente l’assenza di guerra o l’intervallo tra una guerra e l’altra; è uno stile di vita basato sulla comprensione, la tolleranza reciproca. La pace, il vivere in pace con sé stesso, il vivere civilmente nella propria comunità e nel mondo è un obbiettivo e una responsabilità di tutte e di tutti per il quale bisogna impegnarsi. Il più grande nemico della pace è la paura dell’altro, del diverso. Come ha ricordato John Hume, il vincitore irlandese del premio Nobel per la Pace: «Ogni conflitto nasce dalla differenza, sia essa di razza, religione o nazionalità. I visionari europei hanno deciso che la differenza non è una minaccia, ma qualcosa di naturale.

La differenza è parte essenziale dell'umanità. È un caso della nascita e, per questo, non dovrebbe mai essere fonte di odio o conflitto. La risposta alla differenza è rispettarla. Qui risiede un principio fondamentale della pace: il rispetto per la diversità».All’interno dell’Europa viviamo nella pace ma la guerra è dietro l’angolo. E anche noi facciamo fatica ad accettare e rispettare le diversità. Tornano alla mente le parole con cui Primo Levi ha descritto gli oscuri anni dell’Europa del Novecento e, in particolare, le visioni prevalenti nella Germania nazista, scoprendo tragicamente come, per quanto differente che sia lo scenario storico, queste possano essere oggi ancora attuali: «ricordo molto bene quel tempo e quel clima, e credo di poter giudicare i tedeschi di allora senza pregiudizi e senza collera. Quasi tutti, ma non tutti, erano stati sordi, ciechi e muti: una massa di “invalidi” intorno a un nocciolo di feroci».

Ed è per i “non tutti”, che scelgono di non rassegnarsi allo stato di guerra permanente (ci sono più di 50 conflitti attivi nel mondo attualmente) e che continuano ad ascoltare l’umano desiderio di giustizia, è con loro che tenteremo di schiudere vie capaci di rinnovare ed alimentare il desiderio del bene comune, di una vita comune, radicata non nei processi di competizione ma piuttosto in un orizzonte di comprensione e di cooperazione. Non è irrilevante che i principi di giustizia e di pace possono essere realmente applicati solo se la società si sviluppa come un vero sistema di cooperazione, in un orizzonte di corresponsabilità dell’umanità, per la propria sorte e per il bene comune.

Tutto ciò sembra generalmente utopistico, ma questo è soltanto un sintomo della disperazione in cui si è immersi. Si tratta, piuttosto, di recuperare la lucidità della ragione etica e questo è un recupero possibile solo scegliendo di fermarsi, di riflettere e poi di agire e di coinvolgersi in prima persona. Il MHF 2024 non vuole disegnare il modello ideale di una società futura e di una storia pacificata, ma vorrebbe essere l’occasione per offrire qualche spunto utile a partire dalle relazioni che si vivono quotidianamente, pensando metodologicamente ad un ideale regolativo, a un orizzonte che impegna a migliorarsi e a migliorare le forme di convivenza. Per questo è urgente un lavoro educativo e culturale così da affrontare e sciogliere i molteplici fattori psicosociali che impediscono di credere davvero a ciò che appare sensato agli occhi della ragione: in un’analisi lucida, in effetti, si converrebbe che non c’è grande cambiamento storico, che non scaturisca dai nostri piccoli cambiamenti quotidiani.

Si tratterà allora di approfondire quale sia il cammino interiore e comunitario che le persone possono e devono effettuare per aderire lealmente e con speranza all’opera di costruzione di una società pacificata e giusta. Ripartiamo, dunque, dalle discipline delle humanities e dalla letteratura, che sarà al centro delle discussioni, forti del detto del Premio Nobel Seamus Heaney, il quale sosteneva fortemente che «il fine dell'arte è la pace» e con l'idea di una pace equa, come quella descritta da Vaclav Havel: «una pace fondata non su una violazione dell'umanità, ma, al contrario, sul rispetto dei diritti umani e delle libertà».

John McCourt è Rettore dell’Università di Macerata. Fabiola Falappa è la direttrice del Macerata Humanities Festival

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