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Le illusioni perdute dei nostri ragazzi

(ansa)

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Per l’etimologia l’ambizione è un “andare intorno”, darsi da fare per qualcosa. E la mancanza di ambizione porta ad accontentarsi di essere sé stessi. Come liberare i giovani dalla paura dei parametri sociali, e spingerli di nuovo a misurarsi con se stessi?
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Poco più che ventenne, Eugène de Rastignac gettava il guanto di sfida alla città di Parigi, capitale di una società spietata. “E ora, a noi due”, sono le celebri parole con cui chiude Père Goriot, romanzo di Balzac uscito nel 1834 e ambientato nella Parigi del 1819. Non avrebbe più avuto cedimenti sentimentali, avrebbe puntato alla cima della piramide sociale con ogni mezzo, senza paure e neppure ansie. I due secoli intercorsi da allora hanno scolorito il vigore di questa immagine, le ambizioni giovanili sembrano cadute e, sempre con Balzac, perdute le illusioni: l’illusione collettiva di migliorare il mondo; quella individualistica di migliorare il proprio posto nel mondo, quella metafisica di essere immortali.

Rastignac non abita più qui e i suoi odierni coetanei non sono più accesi, s…

Poco più che ventenne, Eugène de Rastignac gettava il guanto di sfida alla città di Parigi, capitale di una società spietata. “E ora, a noi due”, sono le celebri parole con cui chiude Père Goriot, romanzo di Balzac uscito nel 1834 e ambientato nella Parigi del 1819. Non avrebbe più avuto cedimenti sentimentali, avrebbe puntato alla cima della piramide sociale con ogni mezzo, senza paure e neppure ansie. I due secoli intercorsi da allora hanno scolorito il vigore di questa immagine, le ambizioni giovanili sembrano cadute e, sempre con Balzac, perdute le illusioni: l’illusione collettiva di migliorare il mondo; quella individualistica di migliorare il proprio posto nel mondo, quella metafisica di essere immortali.

Rastignac non abita più qui e i suoi odierni coetanei non sono più accesi, segnala Massimo Recalcati, dal fuoco del desiderio. Interessante è anche come per esprimere i loro disagi invertano i termini. Della sfida sentono infatti di essere soggetti non attivi bensì passivi. Per l’etimologia l’ambizione è un “andare intorno”, darsi da fare, brigare per qualcosa; la mancanza di ambizione porta a chiudersi, non uscire dai propri confini, non cercare altro, accontentarsi di essere sé stessi.

Non sono più i giovani a sfidare il mondo, allora: è il mondo stesso che è diventato “sfidante”. È in corso una competizione e il problema non è come se ne uscirà: il problema è come vi si entra: da perdenti o da vincenti? Chi vince non gode solo la vittoria ma anche il valore supplementare di potersi ritenere un “vincente”, nel senso di “predestinato a vincere”.

Una partita persa, un voto mediocre, una disillusione amorosa possono all’opposto diventare altrettanti sintomi decisivi per orientare l’autodiagnosi verso livelli sconsolanti. Persino i successi sembrano insufficienti: non si fa in tempo a felicitarsene poiché la competizione è sempre in corso. La sua posta in gioco, l’oggetto di valore conteso, è non soltanto difficile da raggiungere ma persino inafferrabile e anzi impalpabile perché evanescente.

Nella società contemporanea il valore ha due forme. La prima forma è quella plurale e astratta dei “valori”, moraleggianti, nascostamente ideologici (l’”identità”), spesso del tutto generici (la “libertà”) o di una rilevanza messa a rischio di degenerazione retorica dalla ripetizione vacua (si teme sia il caso della “sostenibilità”). Fuori dalla loro nebulosa esiste soltanto il valore misurabile, soppesabile, enumerabile. Si quantifica innanzitutto con il denaro, sempre di più per i vincenti e sempre meno per i perdenti. Ogni ambito della vita sociale ha poi i suoi parametri: a scuola, i voti; all’università, i “crediti”; nella vita relazionale, i follower e i like; online, i contatti; in tv, l’audience. Come catturati nell’incubo di una compulsione idiota abbiamo inventato metriche e graduatorie per ogni tratto dell’umano - sino alla simpatia, alla creatività, all’efficacia persuasiva, all’efficienza, alla sagacia - e le abbiamo elevate allo status di prove oggettive di meritocrazia. Il merito come patente a punti da esibire a ogni richiesta di ogni autorità competente. Ma voler intravedere nei parametri numerici del giudizio sociale il disegno del proprio profilo (la figura che si fa è visti e il modo in cui si è) è come cercare le chiavi sotto il lampione poiché la luce è soltanto lì. In vista la chiave dei propri oggetti di valore non è però giammai.

”Qual è il mio oggetto di valore?”. La domanda che tutti, a qualsiasi età, dovremmo rivolgerci è particolarmente interessante per chi studia, a scuola o all’università. Vuole il titolo di studio, il proverbiale “pezzo di carta” ? Imparare una professione? Vuole il sapere? Vuole rimanere nel gruppo? Essere il primo?

Se si riesce a identificare un valore pieno e individuale - l’ambizione che muove, l’illusione che fa entrare in gioco - allora la sfida balzachiana dell’”A noi due”” prenderà una dimensione più accettabile. Si sentirà come l’altro nella coppia, la controparte, non è “Parigi”. È un altro sé stesso, quello che non vorrebbe ambire e “andare intorno”, preferisce non cercare nulla per paura di nulla trovare: un avversario a cui si può chiedere di essere tenace ma corretto, duro ma non spietato. Come ci ha narrato mirabilmente David Foster Wallace, le fonti dell’angoscia - il giovane tennista di là dalla rete, i giudici che deliberano, gli spettatori che osservano - sono la nostra occasione per misurarci, ognuno con sé stesso, per trascenderci e trovare il modo di vincerci.

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