«Da qualche tempo le nostre città non hanno più cuore». Era questo il grande rammarico di Joseph Rykwert, il più celebre storico dell’architettura del nostro tempo, scomparso ieri all’età di 98 anni.
Nato a Varsavia il 5 aprile del 1926 poi emigrato a 13 anni nel Regno Unito e in seguito naturalizzato. Docente di Storia dell’architettura a Cambridge e successivamente all’Università della Pennsylvania, di cui è stato professore emerito fino alla fine. Era una delle star del prestigiosissimo Warburg Institute di Londra, mecca degli studi sull’immagine, dove hanno insegnato colossi del calibro di Ernst Gombrich, Arnaldo Momigliano e Frances Yeats.
Nel 1949, fresco di laurea, era venuto nel nostro paese per scrivere un libro sull’architettura moderna. «Non avev…
«Da qualche tempo le nostre città non hanno più cuore». Era questo il grande rammarico di Joseph Rykwert, il più celebre storico dell’architettura del nostro tempo, scomparso ieri all’età di 98 anni.
Nato a Varsavia il 5 aprile del 1926 poi emigrato a 13 anni nel Regno Unito e in seguito naturalizzato. Docente di Storia dell’architettura a Cambridge e successivamente all’Università della Pennsylvania, di cui è stato professore emerito fino alla fine. Era una delle star del prestigiosissimo Warburg Institute di Londra, mecca degli studi sull’immagine, dove hanno insegnato colossi del calibro di Ernst Gombrich, Arnaldo Momigliano e Frances Yeats.
Nel 1949, fresco di laurea, era venuto nel nostro paese per scrivere un libro sull’architettura moderna. «Non avevo un soldo - mi raccontò una sera a cena in un italiano perfetto - girai l’Italia da Venezia a Palermo mangiando solo olive e mortadella, a volte la pasta che costava poco. Alla fine, il libro non l’ho scritto, ma in compenso ho imparato a parlare la vostra lingua meravigliosa».
Da allora lo studente squattrinato ne ha fatta eccome di strada, tant’è che in quasi un secolo di vita ha collezionato più onorificenze di un generale dell’Armata Rossa. Ordre des arts et des lettres francese, membership onoraria della prestigiosissima Accademia Nazionale di San Luca di Roma, socio onorario dell’Accademia di Polonia e dell’Accademia Europea.
Pochi giorni dopo il suo novantesimo compleanno, nel 2016, ha ricevuto la laurea Honoris Causa in Pedagogia dall’Università di Bologna per l’alto impegno nell’educazione alla lettura della civiltà, delle arti e della storia della città. Sono solo pochi esempi di un palmares è sconfinato. Si dice che non ci sia dipartimento di architettura al mondo dove non lavori almeno uno dei suoi allievi.
Ma il suo vero lascito sono i suoi libri, tutti titoli di culto come L’idea di città, La casa di Adamo in paradiso, La seduzione del luogo e La colonna danzante.
Il suo primo bestseller fu L’idea di città, scritto nel 1963 e tradotto in italiano da Einaudi nel 1981, ora ripubblicato da Adelphi. Un’opera innovativa a metà fra architettura e antropologia, dove Rykwert racconta che la città non è mai solo un luogo fisico. È come un grande corpo che rispecchia la visione del mondo dei suoi abitanti, i loro sogni e i loro incubi. Era vero per le città antiche, è vero per le metropoli moderne. «La differenza è che quelle di oggi sono ormai l’immagine spaziale della speculazione immobiliare, la finanza tradotta in edilizia».
Nella maturità si era convinto che le colonne dei templi antichi non fossero altro che la stilizzazione del corpo umano. È l’idea che sta alla base de La colonna danzante. Per Rykwert gli edifici e le loro parti sono la continuazione architettonica dell’anatomia umana. Tutto, insomma, nasce a immagine e somiglianza del nostro corpo. Anche questo grande successo è stato tradotto in italiano da Scheiwiller e poi rieditato da Adelphi.
Negli ultimi anni era sempre più scettico sul destino delle grandi metropoli multiculturali, dove a suo giudizio non c’erano più spazi di vera comunità, ma ghetti sempre più isolati e reciprocamente ostili. Forse perché l’11 settembre 2001 aveva visto con i suoi occhi cadere le due torri gemelle a New York dal suo appartamento in un grattacielo vicino. Ai suoi occhi quella tragedia aveva mostrato in mondovisione la vulnerabilità del nostro modo di abitare.
Per lui il futuro della città non era certo Dubai o Seul, con le loro torri falliche sparate verso il cielo. Ma in quei movimenti giovanili che cercano di ristabilire un legame fra gli uomini, l’ambiente e la bellezza. Per lui era indispensabile declinare al futuro quella dialettica tra città e natura tipica dell’antichità. Per ridare vita, misura e cuore alle nostre città. Insomma, questo vecchio con la luce negli occhi, che pensava con la freschezza di un ragazzo, avrebbe avuto diritto all’immortalità. Non solo nei nostri cuori.