Perché appassionarsi alla biografia di un giovane fascista di Trieste, picchiatore e assassino, tra le due guerre? Perché in qualche misura ci riguarda. In Bambino (Einaudi) Marco Balzano da un lato prova a indagare il “fascismo eterno” degli italiani (che appartiene all’autobiografia della nazione), dall’altro rivolge la sua dolente protesta contro la Storia stessa, uno «scandalo che dura da diecimila anni» (Elsa Morante), in cui certo occorre distinguere tra oppressi e oppressori ma in cui propriamente non vi è spazio per il Bene.
Mattia Gregori, detto “Bambino” per la faccia glabra, nasce a Trieste poco prima della Grande Guerra, padre orologiaio umile e coscienzioso e fratello maggiore Adriano migrante in America. Presto orfano di madre (la Tella), scopre un moment…
Perché appassionarsi alla biografia di un giovane fascista di Trieste, picchiatore e assassino, tra le due guerre? Perché in qualche misura ci riguarda. In Bambino (Einaudi) Marco Balzano da un lato prova a indagare il “fascismo eterno” degli italiani (che appartiene all’autobiografia della nazione), dall’altro rivolge la sua dolente protesta contro la Storia stessa, uno «scandalo che dura da diecimila anni» (Elsa Morante), in cui certo occorre distinguere tra oppressi e oppressori ma in cui propriamente non vi è spazio per il Bene.
Mattia Gregori, detto “Bambino” per la faccia glabra, nasce a Trieste poco prima della Grande Guerra, padre orologiaio umile e coscienzioso e fratello maggiore Adriano migrante in America. Presto orfano di madre (la Tella), scopre un momento prima che lei muoia che era solo la matrigna: l’intero romanzo è attraversato dalla ossessiva ricerca della madre vera. A scuola va svogliatamente, si diverte a torturare gli insetti, trascorre le mattinate a raccontarsi storie con l’amico del cuore – occupati a «sparpagliare il tempo», – il quale ha una dolcissima madre slovena da cui impara la lingua.
Frequenta gli squadristi locali, sostenuti dagli industriali per riportare l’ordine, e diventa a 25 anni capomanipolo della Milizia. Fascista brutale, quasi un serial killer protetto dal regime (quando si sentono autorizzati a compiere il male di solito gli uomini esagerano!), distrugge e saccheggia negozi, appicca incendi, picchia contadini (ma da una coppia di loro sarà lui pestato a sangue: la violenza è il suo elemento). Il padre, avverso al fascismo, lo disprezza. Scoppia il secondo conflitto, tenente a capo di un gruppetto va a spezzare le reni alla Grecia, e lì gli si rivela traumaticamente il bluff del fascismo, la irresponsabile cialtroneria del Duce, che lo aveva illuso che «essere fascisti volesse dire spadroneggiare». Di nuovo a Trieste, prima occupata dalle SS – distruggono il negozio del padre, a cui lui si riavvicina –, poi da quelli di Tito, ancor più «duri e implacabili».
Arrestato, liberato, sempre in fuga, riesce a farcela grazie a una feroce arte della sopravvivenza degna di Pasqualino Settebellezze: tradisce continuamente tutti, amici e camerati. Dopo una esperienza come “malgaro” incontra – come in una tragedia greca – il destino cui forse ha sempre aspirato. Ma non spoileriamo.
«Ho sempre cercato di stare dalla parte del più forte»: la vera rivelazione sull’inganno del fascismo ce l’ha quando scopre che non esiste “il più forte”, che il fascismo – innamorato della forza – è una bugia sulla condizione umana poiché ne rimuove colpevolmente la costitutiva debolezza e infermità. L’abbraccio col padre, privato di tutto, è uno dei passaggi più commoventi.
Oggi nel nostro Paese non c’è evidentemente nessun tipo di squadrismo, però la frequente insensibilità verso gli ultimi nasce dal non riconoscere quel destino condiviso (la leopardiana ginestra), una comune esposizione alla sventura, che tutti egualmente abbiamo.
Accennavo allo scandalo della Storia, che «è fatta di quanto c’è in noi di criminale» (Auden, citato in epigrafe), a cui si dovrebbe contrapporre tutto il resto – il fluire della vita quotidiana con le sue pene e le sue gioie, la solidità degli affetti e dei piccoli gesti, la cura amorevole di cose e relazioni (la riparazione degli orologi del padre) –, che invece è fatto di quanto c’è in noi di creaturale.
Marco Balzano si è immerso nel cuore di tenebra del nostro passato prossimo – tra foibe e rastrellamenti nazisti – con una lingua tesa, quasi scarnificata dalla stessa materia cruenta, solo con qualche apertura al fiabesco dell’infanzia, come la bora che sembra soffiare «dalle bocche sgangherate delle streghe». Ma la sua virtù consiste nel mostrarci – in fondo all’abiezione del protagonista – uno straziante desiderio di purezza. Dentro la più insensata violenza il “Bambino” pensa alla madre sparita, alla matrigna, alla prostituta cui regala un bracciale, a Silvana, alla mula che intende proteggere, a Gigliola dal profilo gentile e dai denti bianchissimi (che vuole sposare): «mi bastava sentirla nominare, la Tella, per figurarmi la mia vita un’altra vita. Senza fascisti e senza violenza».
Ecco, quel desiderio di purezza, di una zona inviolabile del cuore umano che il male e la Storia non possono raggiungere («l’odore buono di bucato») è forse l’unica cosa che potrebbe salvarci.
Il libro
Bambino di Marco Balzano (Einaudi, pagg. 224, euro 19)