Cultura

I foglietti segreti di Alda Merini poetessa santa

La poestessa Alda Merini in un ritratto degli anni '80

La poestessa Alda Merini in un ritratto degli anni '80

 

Escono raccolti in un libro i versi inediti che l’autrice scrisse per Roberto Volponi, figlio di Paolo, morto prematuramente. Sono la testimonianza di un rapporto intimo e speciale

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Alcuni scrittori dopo la morte diventano santi. Non c’entra la fama, in vita o dopo la morte, le copie vendute, la stima dei critici. C’entra la devozione dei lettori/fedeli, ma c’entra soprattutto quel punto che sta tra il sesso e la trascendenza, l’estasi e la tortura, gli umori, il sangue. Pasolini è tra questi, e anche Alda Merini.

Il suo corpo, il rossetto, le perle, l’eterna sigaretta, la bellezza dietro lo sfascio, e poi gli odori e i sapori che saturano la sua poesia. «Mi hai ingabbiato nella salsedine della tua lingua», scrive a Giorgio Manganelli, suo grande amore di ragazzina. Lei aveva sedici anni, lui venticinque quando si conobbero a Milano. Lui chiederà alla moglie il divorzio: non lo otterrà. Per questo scapperà a Roma, in auto-esilio. Alda Merini invece resta, si sposa, poi si sposa di nuovo. Nel gennaio del 1990, dopo essere passata attraverso il cerchio di fuoco della malattia mentale, i ricoveri, la povertà, tutti si accorgono di colpo del suo talento. Grazie a un articolo di Giovanni Raboni, sul Corriere della Sera, una recensione della sua ultima raccolta di poesie, Delirio amoroso.

Erano gli anni in cui un pezzo sul giornale poteva cambiarti la vita, anni nei quali gli intellettuali, i poeti, le anime perdute ma custodi del cuore delle città si incontravano nelle librerie, nei caffè. Tiravano tardi camminando la notte per le strade, si innamoravano, si sfidavano in intransigenza ed eccentricità. In quegli anni, a Milano, uno dei ritrovi degli scrittori è una libreria dalle parti di Corso Genova, aperta da Laura Alunno: Il Chimera.

Alda Merini, che viveva sui Navigli ed era vedova del secondo marito, la frequentava assiduamente, insieme ad Aldo Busi, Dario Fo, Vincenzo Consolo, Nicola Crocetti, Laura Lepetit… regalava i suoi libri ai clienti, suscitando la disperazione della libraia, e per far dispetto a Maria Corti fogli sparsi pieni di versi, «dovrà diventare matta se vorrà curare la mia opera omnia» diceva.

Lo racconta Ambrogio Borsani in un libro intitolato, Di parlarti non ho coraggio (Interlinea), che raccoglie alcune sue poesie inedite. Scritte per Roberto Volponi, figlio dello scrittore Paolo, anche lui frequentatore della libreria Chimera e studente di filosofia fuori corso. Il giovane irrequieto e la poetessa/santa (non ancora celebrata dal grande critico Raboni), erano diventati amici, lei gli raccontava la sua vita sgangherata e lui le donava giovinezza e utopie, sogni non ancora infranti, un ascolto sincero. Fu un vero dolore, l’ennesimo nella sua vita piena di lutti, che Alda Merini provò alla morte di lui, ventisettenne. Precipitato con l’aereo, di ritorno da Cuba, nell’agosto del 1989. Un viaggio che gli aveva regalato il padre, scrittore la cui fama all’epoca era assai più viva che non adesso. A lui, a Paolo Volponi, la poetessa donò le poesie, ritrovate dall’altra figlia Caterina e adesso raccolte in questo libro e riprodotte anche in copia anastatica.

Foglietti, di commovente bellezza, sui quali Alda Merini batteva i suoi versi con una macchina da scrivere con i tasti dissestati e nastro scarico di inchiostro, tanto che, scrive il curatore di questa preziosa raccolta, in sostituzione di quel nastro spesso usava anche fogli di carta carbone. Ci sono correzioni fatte con la penna, versi emendati, cancellature, ripensamenti… tutto il repertorio che si trova negli autografi, nei manoscritti. Lapsus, presenza fisica, rivelazione.

C’è un luogo a Roma, un luogo misterioso di cui racconta Cristina Campo, altra scrittrice/santa. È nascosto dentro la chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, sul Lungotevere, nel rione Prati: è il piccolo museo delle anime del Purgatorio. Nella sagrestia, alcune bacheche conservano struggenti documenti: reliquie, messaggi, una camicia da notte con l’impronta di una bruciature sulla manica, una banconota da dieci lire con un marchio di fuoco… tutti messaggi che sarebbero stati spediti dai defunti, richieste di attenzione ai vivi, di preghiere che accelerino loro l’ascesa verso il paradiso. Somigliano, questi misteriosi messaggi, alle poesie battute a macchina di Alda Merini. Per luccicanza e mistero, per qualità numinosa. «Anima che gioiosa dai la luce,/amore bello, a gioia mi conduce./O cavaliere della mia ragione/sempre pronto a duellar per far canzone./Anima grande, faccia di usignolo/che un giorno tardò al mondo e hai preso il volo./Gioia delle albe e gioia di fortuna/ti canto sempre quando cade la luna», scrive Alda Merini, e ancora: «Eri sì puro come una medaglia,/ed io medaglia che mi sono sfatta/brillo appena di luce sul tuo cuore».

Poco dopo la morte di Roberto Volponi, il Chimera chiuse, il quartiere è stato gentrificato, i poeti sono tornati nelle loro case. Alda Merini è morta il primo novembre del 2009, lasciandosi dietro una scia di poesie dettate al telefono, molti aneddoti, e un amore che somiglia a un culto.

Il libro

Di parlarti non ho coraggio di Alda Merini (Interlinea, a cura di Ambrogio Borsani, pagg. 64, euro 12)

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