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Noi, elementari inconsapevoli Watson

Sherlock Holmes e Watson in un'illustrazione di Sydney Paget pubblicata nella rivista Strand Magazine nel 1892

 

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Un autore bestseller di gialli storici, che ora pubblica un nuovo romanzo, spiega perché la presenza di un discepolo a fianco dell’eroe piace tanto ai lettori. Lo dimostra il caso Sherlock Holmes. Ma non solo
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Chi sarebbe Sherlock Holmes se, a spalleggiarlo, non ci fosse il dottor Watson? Ma soprattutto: se non fosse stato per Watson, saremmo mai venuti a conoscenza delle gesta (e dell’esistenza) di Sherlock Holmes? Non si tratta di mera retorica. A differenza del celebre Eugène-François Vidocq, che scrisse di persona le sue Mémories di ex criminale e poi di agente della Sûreté parigina, il signor Holmes resta ben muto riguardo le proprie imprese. È il suo assistente e unico amico a recarne fedele testimonianza. Un’attività indefessa, quasi pedissequa, al punto da farci domandare cosa possa aver spinto un ex ufficiale medico dell’esercito britannico, gentiluomo vittoriano tutto d’un pezzo, a spendere tanto impegno ed energie per improvvisarsi narratore della vita di un altro uomo.

La rispost…

Chi sarebbe Sherlock Holmes se, a spalleggiarlo, non ci fosse il dottor Watson? Ma soprattutto: se non fosse stato per Watson, saremmo mai venuti a conoscenza delle gesta (e dell’esistenza) di Sherlock Holmes? Non si tratta di mera retorica. A differenza del celebre Eugène-François Vidocq, che scrisse di persona le sue Mémories di ex criminale e poi di agente della Sûreté parigina, il signor Holmes resta ben muto riguardo le proprie imprese. È il suo assistente e unico amico a recarne fedele testimonianza. Un’attività indefessa, quasi pedissequa, al punto da farci domandare cosa possa aver spinto un ex ufficiale medico dell’esercito britannico, gentiluomo vittoriano tutto d’un pezzo, a spendere tanto impegno ed energie per improvvisarsi narratore della vita di un altro uomo.

La risposta è evidente. Watson non è un semplice foil, un banale compagno di avventure, bensì un individuo intellettualmente autonomo affascinato dal metodo deduttivo di Sherlock Holmes, e in quanto tale consapevolmente disposto a impostare un rapporto di discepolo/maestro con il detective. Un rapporto dal quale, a ben vedere, lo stesso Holmes trae dei benefici. Pensiamo infatti a Il mastino dei Baskerville. L’apertura del primo capitolo vede i due coinquilini di Baker Street alle prese con un bastone da passeggio dimenticato nel loro studio da un visitatore. «Allora, Watson! Che idea si è fatto?», domanda Holmes, coinvolgendo il buon dottore in un denso dibattito che, se da un lato serve a mettere alla prova la sua capacità di ragionamento, dall’altro consente a Sherlock di sfruttarne le ingenuità per costruire una brillante tesi deduttiva.

Un gioco assai frustrante, per il povero Watson! Un gioco al quale non è estraneo neppure il giovane Adso de Il nome della rosa. Il rapporto tra il novizio benedettino e fra’ Guglielmo da Baskerville poggia infatti su un legame molto simile. Un legame tra discipulus e magister basato su un confronto/scontro dialettico che consente al primo di progredire nell’apprendimento della scienza dell’indagine al prezzo di soddisfare il narcisismo intellettuale del secondo.

Un cannibalismo psicologico, verrebbe da dire, di cui la struttura del romanzo giallo rappresenta il capitolo finale di un sistema di progressione cognitiva già riscontrabile nella maieutica dei dialoghi socratici, per poi passare attraverso i trattati della scolastica medievale non di rado impostati su un compendio di discorsi edificanti affidati a un anziano monaco intento a istruire un novizio. Un sistema educativo in virtù del quale l’individuo più giovane e inesperto viene costantemente corretto, rintuzzato, direzionato, passando da un’obiezione all’altra, da una critica all’altra, a maggior gloria di una verità che un po’ per volta spunta dalla bocca dell’interlocutore più anziano e dotto.

Spostando un simile discorso all’ambito della narrativa gialla, verrebbe a questo punto da chiedersi se esista un gradino successivo di questo rapporto. Ossia: Adso di Melk sarà mai in grado di raggiungere il livello intellettuale di Guglielmo da Baskerville? Watson padroneggerà mai il metodo della deduzione appreso da Holmes? Robin diventerà mai un degno successore di Batman?

Una domanda probabilmente destinata a restare senza risposta, perché chiunque decida di seguire le orme di un grande detective finisce prima o poi per imbattersi nei propri limiti! Limiti creati apposta dagli scrittori per magnificare le impareggiabili doti dei loro protagonisti. Intelligenza, prestanza e coraggio fuori dal comune, al punto da infondere non di rado il sospetto di trovarci davanti ad autentici superuomini. Ma seppur schiacciati in eterno da questi esempi di grandezza, i discepoli dei detective giocano un ruolo molto più importante di quello dei servi e dei gregari di cui usa circondarsi il Conte di Montecristo. Ai discepoli, infatti, spetta il compito di far da mediatori tra i loro ingegnosi maestri e il pubblico dei lettori. Rendendo intelligibili i loro pensieri, affascinanti le loro stramberie, trasparenti i loro sentimenti.

Non a caso, gli eroi dei romanzi gialli hanno spesso qualità che li rendono simili ai criminali cui danno la caccia. Asocialità, obliquità di pensiero, comportamenti ambigui e propensione all’immoralità, se non addirittura all’eversione. È proprio la normalità (o meglio, l’ordinarietà) di chi li segue passo passo nel corso delle indagini a farci da filtro, rendendoli umani al nostro cospetto. E, un po’ come accade quando guardiamo don Chisciotte attraverso gli occhi di Sancho Panza, pieni di fragilità e di imperfezioni.

Un esempio al quale puntualmente mi attengo quando mi dedico alla creazione dei miei personaggi.

Il libro – Il teatro dei delitti di Marcello Simoni (Newton Compton, pagg. 224, euro 9,90). Nella Firenze di fine ’700, una nuova indagine del precettore Vitale Federici e dell’allievo Bernardo della Vipera, alle prese con un mistero in teatro. Esce il 29 ottobre.

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