Gibellina capitale dell’arte 2026: l’ultima chiamata per salvarla davvero
di Claudio StrinatiGibellina, la chiesa Madre
Gibellina è stata proclamata “capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026”, una nuova iniziativa promossa dalla Direzione generale della creatività contemporanea del ministero della Cultura. C’erano cinque città finaliste partecipanti al relativo bando: Gibellina l’ha spuntata su Carrara, Gallarate, Pescara e Todi.
La commissione, presieduta dall’esperta e collezionista d’arte contemporanea Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, ha fatto una scelta equilibrata. Gibellina è, in effetti, già in sé capitale dell’arte contemporanea nel nostro Paese perché così fu voluta dal mitico sindaco Ludovico Corrao quando questi, dovendo procedere alla completa ricostruzione della cittadina totalmente distrutta dal terremoto del Belice del…
Gibellina è stata proclamata “capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2026”, una nuova iniziativa promossa dalla Direzione generale della creatività contemporanea del ministero della Cultura. C’erano cinque città finaliste partecipanti al relativo bando: Gibellina l’ha spuntata su Carrara, Gallarate, Pescara e Todi.
La commissione, presieduta dall’esperta e collezionista d’arte contemporanea Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, ha fatto una scelta equilibrata. Gibellina è, in effetti, già in sé capitale dell’arte contemporanea nel nostro Paese perché così fu voluta dal mitico sindaco Ludovico Corrao quando questi, dovendo procedere alla completa ricostruzione della cittadina totalmente distrutta dal terremoto del Belice del 1968, volle che tale ricostruzione avvenisse secondo una sorta di colossale bussola di orientamento artistico.
Chiamò quindi una serie di maestri dell’architettura e urbanistica, della pittura, della scultura dell’epoca e affidò a ciascuno un compito specifico. La Gibellina moderna sarebbe così stata non tanto una città d’arte, quanto una città-laboratorio culturale dove le arti del disegno avrebbero costituito la guida non solo dell’urbanistica, ma della vita stessa della città rinata sulle indicazioni e gli insegnamenti scaturenti dall’arte o meglio dall’esperienza dell’arte, non con il criterio dell’abbellimento di un contesto, ma con quello dell’idea di contesto integrale.
C’era una grande, mirabile utopia che in ogni caso non avrebbe potuto funzionare sulla base dei pur nobilissimi intenti da cui era nata. Perché si trattava sul serio di utopia e l’utopia non ha luogo a procedere. Ma in quanto tale, invece, vive e può generare concrete conseguenze, che difficilmente possono però essere quelle scaturenti dal progetto originario delle varie opere d’arte commissionate e realizzate. Questo accade quando la creatività espressa dagli artisti che rispondono alla chiamata si concretizza nella presenza effettiva dell’opera quale parte di una quotidianità dove non ci sono esperti e inesperti, ma persone che attraversano uno spazio fatto, come si diceva un tempo e forse giustamente, a regola d’arte.
Il Cretto di Burri
Adesso il ministero della Cultura consegna un premio a Gibellina (un milione di euro) affinché la cittadina riprenda a svolgere quella funzione per la quale è stata pensata. Ma i problemi restano e sono innumerevoli, primo fra tutti il Cretto di Burri, che è ancora oggi percepito come l’apoteosi e la negazione insieme dell’ideale di Corrao. Burri, è ben noto, non accettò di collocare una sua opera, come quasi tutti gli altri artisti convocati, nella nuova Gibellina, costruita integralmente a circa venti chilometri di distanza dalla cittadina antica di cui restavano solo macerie. E così progettò il Cretto perché fungesse da tomba di quelle macerie.
Un labirinto che si disse costruito seguendo i percorsi delle stradine della vecchia Gibellina, quasi un gesto da interpretare come pietas invece che come assenza di umana comprensione. Il Cretto è concettualmente immobile, come estraneo allo scorrere del tempo. Eppure può ben essere percepito lo stesso come stimolo di rinascita, il presupposto sulla cui base Gibellina ottiene oggi il premio grazie al progetto “Portami il futuro”.
Portami! Quanto di nobile e bello c’è in questa espressione che sembra fare amabile cortocircuito con Bella ciao. O partigiano, portami via…
A Corrao questa suggestione sarebbe piaciuta, anche se il suo sogno è rimasto per molti versi tale ancorché la nuova Gibellina contenga tanto di tale aspirazione, gremita come è di capolavori come la chiesa Madre di Quaroni (con Luisa Anversa), il sistema delle piazze di Purini-Thermes, la porta di Consagra. Chi vi si reca si accorge, però, dell’enorme difficoltà di far vivere sul serio l’arte contemporanea negli spazi pubblici delle nostre città, come remota dalla nostra quotidianità e dalle più immediate dinamiche culturali.
Ecco allora che il progetto di capitale italiana dell’arte contemporanea può trovare in Gibellina una patria di elezione e la sfida c’è veramente. È un’ultima occasione per far decollare sul serio l’eterno ritorno di un’arte vivente che nasce nel corso delle nostre vite e ne fa parte mettendoci a nostro agio, per tornare a percepire meglio l’inestinguibile ipotesi di una vita improntata alla dignità, all’onore, alla condivisione.