In musica non tutto è semplice. Certe sonorità rarefatte, aspre o stridenti, viaggiano nello spazio e s’intrecciano ad assunti filosofici, proponendoci pensieri esistenziali e teoremi politici. Vive di questi aspetti la dimensione sonora plasmata dal veneziano Luigi Nono, nato il 29 gennaio del 1924, siamo quindi nell’anno del suo centenario, e morto l’8 maggio del 1990.
Le sue creazioni sono scandite da una rete di “Risonanze erranti”, come dice il titolo del festival a lui dedicato a Venezia. Si svolge in vari luoghi della città dal 5 al 29 novembre e ne ha concepito il programma Serena Nono, figlia di Luigi e di Nuria Schönberg (1932), la quale presiede la Fondazione Archivio Luigi Nono, centro dedito alla raccolta e alla valorizzazione dei documenti re…
In musica non tutto è semplice. Certe sonorità rarefatte, aspre o stridenti, viaggiano nello spazio e s’intrecciano ad assunti filosofici, proponendoci pensieri esistenziali e teoremi politici. Vive di questi aspetti la dimensione sonora plasmata dal veneziano Luigi Nono, nato il 29 gennaio del 1924, siamo quindi nell’anno del suo centenario, e morto l’8 maggio del 1990.
Le sue creazioni sono scandite da una rete di “Risonanze erranti”, come dice il titolo del festival a lui dedicato a Venezia. Si svolge in vari luoghi della città dal 5 al 29 novembre e ne ha concepito il programma Serena Nono, figlia di Luigi e di Nuria Schönberg (1932), la quale presiede la Fondazione Archivio Luigi Nono, centro dedito alla raccolta e alla valorizzazione dei documenti relativi al compositore. È l’Archivio a organizzare il festival Nono, giunto alla settima edizione (calendario su www.luiginono.it).
Nuria è figlia di Arnold Schönberg (1874-1951), capofila di quella “crudele” musica dodecafonica che ha sconvolto la scena musicale del Novecento. A sua volta Nono, marito di Nuria, creò musiche stimolate da un’urgenza continua di rimescolamento del proprio linguaggio. Oggi i suoi brani acidi e combattivi «riscuotono un successo sorprendente», segnala Serena Nono, che è pittrice e regista. «La sua opera è recepita con adesione straordinaria, senza più i pregiudizi di un tempo. Mio padre non smise mai d’essere un musicista militante, e ciò motivava le sue scelte artistiche, che potevano concentrarsi sul conflitto in Vietnam o sullo sfruttamento degli operai. Ogni suo spunto si dimostra attuale, non essendosi affatto esaurito il nostro confronto con l’angoscia delle guerre e la tragedia delle morti sul lavoro».
Le “Risonanze erranti”, nome del festival da lei diretto, accolgono un tributo a Massimo Cacciari, a cui è intitolato il concerto del 7 che sarà introdotto dallo stesso Cacciari. Può parlare del rapporto che legava il filosofo a suo padre?
«Fu una storia di amicizia, scambi e collaborazioni. La loro intesa, basata su un dialogo ricchissimo, durò dagli anni Sessanta agli Ottanta. Per lui Nono compose Risonanze erranti — Liederzyclus a Massimo Cacciari, pezzo che sarà eseguito il 7. L’intero festival vuole far “risuonare” la voce di Nono attraverso riflessioni per lui centrali e rammentando persone che gli hanno camminato accanto, come Cacciari. Si conobbero nel ’64 e iniziò un legame fondato sulla condivisione dell’impegno politico e pieno di accenti creativi. Cacciari firma il testo del Prometeo di Nono, il cui riallestimento, prodotto dalla Biennale, ha inaugurato in gennaio le celebrazioni per il centenario di mio padre nella Chiesa di San Lorenzo dove aveva debuttato. Nell’84 fu un evento a cui presero parte Claudio Abbado come direttore d’orchestra ed Emilio Vedova e Renzo Piano come autori dell’allestimento spaziale».
La musica di Nono ha trovato davvero una strada di comunicazione col pubblico? Passa per risultare dura e faticosa: conduce alle estreme conseguenze la linea più ostica della musica contemporanea.
«Non è così! Nei nostri festival abbiamo assistito a un ascolto naturale e caldo anche da parte dei non addetti ai lavori e di moltissimi giovani, che riscoprono valori universali tramite l’arte di Nono».
Lei ha firmato la regia del bel documentario “I film di famiglia”, del 2018, che assembla filmini in 8mm e super 8 girati dai suoi genitori tra il 1959 e il 1974. Vicende domestiche e ludiche. Itinerari nel pianeta. Dacie sovietiche e rivolte latinoamericane. Dal tutto emerge un papà avventuroso e circondato da un popolo di artisti.
«Era affettivo al massimo e assai presente con me e mia sorella Silvia, però bisognava lasciarlo in pace e in silenzio quando componeva. Ma si occupava tanto di noi. Ci portava con sé nei viaggi e coinvolgeva la famiglia nei suoi progetti. Si recò in Russia, in Cile, in Argentina, in Venezuela e a Cuba, dove fu invitato in una scuola per le arti diretta da Gabriel García Márquez. Trascorremmo periodi col regista Jurij Ljubimov, che curò la messinscena di Al gran sole carico d’amore, e i membri del Living Theatre, voci recitanti nell’opera A floresta é jovem e cheja de vida. Conoscemmo il poeta Evtušenko, il cantautore e dissidente sovietico Vladimir Visockij, il pianista Richter e il gruppo cileno degli Inti-Illimani, che si riversarono in massa da noi dopo il golpe di Pinochet, montando nella nostra casa della Giudecca una specie di campeggio. Si discuteva insieme su princìpi etici e si ribadiva la necessità di non piegarsi alle ingiustizie e ai soprusi».
Anche a quelli del totalitarismo sovietico? Si sa che Nono fu una sorta di emissario all’estero culturale del Pci. Non prese le distanze dalla rigidità del partito?
«A dire il vero era antidogmatico. Politico fino in fondo, certo, ma soprattutto curioso. Amava gli incontri, conoscere, capire. Quando negli anni Cinquanta gli fu chiesto di comporre musica nello stile del realismo socialista, si rifiutò in modo drastico. Ammirava Schönberg e Berg, che il partito reputava borghesi. E negli anni Ottanta entrò in crisi col Pci e prese a porsi domande sui regimi. Sostenne entusiasticamente Gorbaciov e la perestrojka. Era libero».