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Jonathan Franzen “Se Trump perde i suoi prenderanno le armi”

Jonathan Franzen (©Philippe Matsas/opale.photo)

 

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L’autore americano teme paradossalmente di più la vittoria dei democratici: “Il tycoon parlerebbe di elezioni rubate alimentando la rabbia”
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Raleigh (North Carolina) – Jonathan Franzen avverte che «bisogna preoccuparsi quando un candidato annuncia intenzioni dittatoriali», ma paradossalmente lo preoccupa di più una vittoria di Kamala Harris, perché se Trump convincesse ancora una volta i suoi sostenitori che le elezioni sono state rubate «potremmo trovarci di fronte a un periodo prolungato di resistenza civile armata».

L’autore delle Correzioni trova «doloroso seguire le notizie politiche, perché provano che metà dell’America considera Donald un presidente migliore di Kamala». Il problema va oltre il suo carattere: «Ciò che si è rotto nella politica americana va oltre il potere di qualsiasi presidente di risolverlo, e le divisioni sono troppo profonde perché chiunque possa riconciliarle. Non siamo più in un’era in cui un’amministrazione viene giudicata in base ai suoi successi, e Trump dimostra che la qualità del candidato non conta più. Il voto è una punizione per i fallimenti. Se Trump verrà eletto di nuovo, l’unica…

Raleigh (North Carolina) – Jonathan Franzen avverte che «bisogna preoccuparsi quando un candidato annuncia intenzioni dittatoriali», ma paradossalmente lo preoccupa di più una vittoria di Kamala Harris, perché se Trump convincesse ancora una volta i suoi sostenitori che le elezioni sono state rubate «potremmo trovarci di fronte a un periodo prolungato di resistenza civile armata».

L’autore delle Correzioni trova «doloroso seguire le notizie politiche, perché provano che metà dell’America considera Donald un presidente migliore di Kamala». Il problema va oltre il suo carattere: «Ciò che si è rotto nella politica americana va oltre il potere di qualsiasi presidente di risolverlo, e le divisioni sono troppo profonde perché chiunque possa riconciliarle. Non siamo più in un’era in cui un’amministrazione viene giudicata in base ai suoi successi, e Trump dimostra che la qualità del candidato non conta più. Il voto è una punizione per i fallimenti. Se Trump verrà eletto di nuovo, l’unica consolazione è che anche lui fallirà e il suo partito potrebbe essere punito».

I democratici non avrebbero potuto affrontare le elezioni in maniera diversa: «Sono nella posizione poco invidiabile di credere nel governo e sostenere lo stato di diritto. Sono gli adulti nella stanza, e di fronte ad avversari come Trump ed Elon Musk possono solo continuare a comportarsi da adulti». Se Harris perderà, «sarà perché alcune migliaia di americani, in certi Stati chiave, non sono riusciti a votare per una donna. Mi dispiace dirlo, ma se Harris fosse stato un uomo con le stesse qualifiche, Trump non avrebbe avuto alcuna possibilità».

Dunque il sessismo potrebbe risultare decisivo: «Sono più gli uomini che si sentono minacciati da una presidente donna, che le donne disgustate da Trump. La tecnologia e la complessità del mondo moderno stanno privando sempre più uomini del proprio senso di dominio. Donald incarna la loro ansia, mentre Harris ricorda che gli uomini tradizionalmente hanno dominato, ma ormai non possono più farlo nella stessa misura».

Perciò funzionano personaggi come Trump, o il suo vice Vance: «La principale qualifica per i candidati repubblicani è la volontà di ripetere bugie che sanno essere menzogne. L’ex vice Pence non ce la faceva, ma Vance ha un vero talento per questo. È un talento schiettamente fascista. Dopo la Prima guerra mondiale, molti europei sentivano che qualcosa non andava, e le loro paure e delusioni li spinsero a scaricare la colpa sugli ebrei. Oggi la grande bugia della politica americana, cioè che le elezioni vengono rubate dal voto fraudolento di neri e immigrati, soddisfa la sensazione dei repubblicani che se gli elettori delle aree urbane fanno vincere i democratici, qualcosa non funziona».

L’allarme di Franzen va oltre gli Usa, però: «Non solo in America, ma nelle democrazie di tutta Europa, c’è un senso di impotenza e paura, e un bisogno di attribuire la colpa che ricorda la Germania degli anni ’20 e ’30. Queste paure sono infiammate dalla comunicazione digitale e chi le sfrutta politicamente». Ad esempio si spaccia per vera la convinzione che «evitare il disastro climatico è impossibile, una massiccia condivisione della ricchezza con le regioni più colpite è impensabile, e quindi l’unica risposta alle migrazioni che ciò provoca è l’isteria sulla sicurezza dei confini. Trump l’ha capito, e l’immigrazione che lo aveva portato al potere nel 2016 potrebbe rifarlo nel 2024».

Jonathan avverte che «bisogna certamente preoccuparsi quando un candidato annuncia intenzioni dittatoriali, e il nostro sistema giudiziario federale è sempre stato vulnerabile allo sfruttamento per fini politici. Una domanda da porsi è quanto corrotta si rivelerebbe la Corte Suprema, se Trump espandesse in modo aggressivo i poteri del presidente. E se Trump non durasse a lungo, vista l’età, Vance procederebbe con la realizzazione delle sue politiche più minacciose?».

Per tutti questi motivi Franzen teme la vittoria di Donald, ma ancora di più quella di Harris: «La retorica di Trump è piena di violenza, e sebbene lo scopo sia principalmente quello di intrattenere il proprio pubblico, i suoi sostenitori più accesi sono in larga parte uomini pieni di rabbia che possiedono molte armi. Se lui riuscisse a convincerli ancora che un’altra elezione è stata rubata, e quindi il governo federale in carica è illegittimo, potremmo trovarci di fronte a un periodo prolungato di resistenza civile armata». Se non un colpo di stato modello 6 gennaio, certamente un’instabilità violenta «che potrebbe durare l’intero arco del mandato di Harris alla presidenza».

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