Negli ultimi anni si parla parecchio di gentilezza, sempre più spesso se ne invoca la pratica come uno degli antidoti possibili all’imbarbarimento della politica, del dibattito pubblico, dei costumi. In generale questo interesse sul tema è una buona cosa anche se non tutte le riflessioni, non tutti gli interventi, non tutti i libri che si occupano dell’argomento riescono a evitare i rischi della retorica woke e, in definitiva, i rischi del moralismo consolatorio. La gentilezza su cui da tempo cerco di riflettere non ha nulla di tranquillizzante o consolatorio. Essa è una tecnica, ma anche un’ideologia per la pratica e la gestione del conflitto. In sostanza è una sofisticata virtù marziale, un metodo di combattimento.
Scrive Eraclito: «Pólemos (l…
Negli ultimi anni si parla parecchio di gentilezza, sempre più spesso se ne invoca la pratica come uno degli antidoti possibili all’imbarbarimento della politica, del dibattito pubblico, dei costumi. In generale questo interesse sul tema è una buona cosa anche se non tutte le riflessioni, non tutti gli interventi, non tutti i libri che si occupano dell’argomento riescono a evitare i rischi della retorica woke e, in definitiva, i rischi del moralismo consolatorio. La gentilezza su cui da tempo cerco di riflettere non ha nulla di tranquillizzante o consolatorio. Essa è una tecnica, ma anche un’ideologia per la pratica e la gestione del conflitto. In sostanza è una sofisticata virtù marziale, un metodo di combattimento.
Scrive Eraclito: «Pólemos (la guerra, il conflitto, appunto ndr) di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re: e gli uni rivela dèi, gli altri umani, gli uni rende schiavi, gli altri liberi». Il conflitto è parte strutturale dell’essere, gli errori sono un elemento inevitabile dell’esperienza umana e questi dati ci costringono a scendere a patti con l’idea che il modo in cui vediamo le cose non è l’unico possibile. Esistono gli altri, esistono plurali visioni del mondo e in ognuna di esse vi sono elementi più o meno corretti, interpretazioni più o meno sbagliate. Anche nella nostra.
Date queste premesse va chiarito che la pratica della gentilezza non significa sottrarsi al conflitto. Al contrario, significa accettarlo, ricondurlo a regole, renderlo un mezzo di possibile progresso e non un evento di distruzione. In questa prospettiva, e per renderne più espliciti i termini, conviene chiarire cosa non sia la gentilezza, nell’accezione cui ci riferiamo. Perché, bene ricordarlo, si comprende davvero il valore di una parola o di un concetto andando alla ricerca degli opposti o saggiando i limiti, l’insufficienza dei significati ordinari o convenzionali.
Nel dizionario dei sinonimi e contrari, alla voce gentilezza troviamo, fra le altre, le seguenti parole: cortesia, grazia, garbo, buonagrazia, dolcezza, graziosità, leggiadria, soavità, compiacenza, benevolenza, finezza, raffinatezza, delicatezza, affabilità, cordialità, cavalleria, galanteria, educazione, buona creanza, urbanità, civiltà, compitezza, galateo, amabilità. Nessuna di queste definizioni contiene l’idea cui ci riferiamo, anche se molte fra esse alludono a parti del concetto. In particolare, la gentilezza non corrisponde alla buona educazione, al garbo, alle buone maniere. Tutte doti gradevoli e auspicabili che, tuttavia, non definiscono il senso profondo della gentilezza, il suo significato etico e anche – forse soprattutto - politico.
In realtà la gentilezza è il più potente strumento per disinnescare le semplificazioni che portano all’autoritarismo e alla violenza. I populismi e i fascismi vivono dell’elementare, micidiale logica che divide il mondo in amici e nemici; prosperano usando i meccanismi di creazione dei nemici e dunque dei capri espiatori. La gentilezza come metodo per il riconoscimento dell’avversario e la gestione non violenta dei conflitti – anche di quelli più accesi e virulenti – serve a disattivare quei meccanismi.
La gentilezza a cui ci riferiamo è però assai diversa dalla mitezza di cui parla Norberto Bobbio in un celebre saggio, laddove questa seconda virtù include un sostanziale rifiuto della lotta. Il mite rifiuta il conflitto con fastidio, per la vanità dei fini, per un senso profondo di distacco dai beni. Il mite di Bobbio «nella lotta per la vita è infatti l’eterno sconfitto». L’uomo civile non rifiuta il conflitto. Lo accetta, invece, come parte inevitabile e proficua della complessità e della convivenza. Lo accetta e lo pratica secondo un sistema di regole, in una dimensione non distruttiva, umana. La mitezza di Bobbio rischia di essere una dote inidonea a trasformare il mondo e a mettere in atto la giustizia (inteso il termine nel senso più ampio).
L’esercizio strategico della gentilezza è un pezzo dell’armamentario di virtù civili del quale fanno parte anche la pratica consapevole dell’errore (cioè la disponibilità ad ammetterlo, riuscendo così a cogliere le inattese opportunità che esso spalanca, nella vita individuale come in quella collettiva) e la capacità di vedere il mondo dal punto di vista dell’altro, anche di chi la pensa molto diversamente da noi. La capacità di sottrarsi al bisogno di formulare giudizi radicali e immediati, accettando la complessità, l’ambiguità e l’imperfezione.
Un’impostazione, questa, che assomiglia molto a quella proposta dal poeta inglese John Keats con la nozione di “capacità negativa”, cioè la dote fondamentale dell’uomo in grado di conseguire risultati autentici, di risolvere davvero i problemi. Keats chiamò “negativa” questa capacità per contrapporla all’atteggiamento positivo di chi affronta i problemi alla ricerca di soluzioni immediate, nel tentativo di piegare la realtà al proprio bisogno di certezze: «Intendo dire la Capacità Negativa e cioè quando un uomo è capace di essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione […] perché incapace di rimanere appagato di una quasi-conoscenza». Per Keats, accettando l’incertezza, il caso, il disordine, l’ignoranza, l’errore, il dubbio è possibile osservare più in profondità, cogliere le sfumature e i dettagli, porre nuove domande, anche paradossali, e allargare i confini della conoscenza e della consapevolezza.
Una strategia per diventare esseri umani migliori.