In questo anno che celebra il secolo dalla morte di Franz Kafka, esce un tardivo fiore che ci apre al modo in cui lo scrittore ha alimentato l’arte parallela dell’immagine. Si tratta dei racconti scelti e illustrati da Leo Maillet (Franz Kafka. Un incrocio, traduzione di Gabriella de’ Grandi, postfazione di Barbara Paltenghi Malacrida e una nota introduttiva di Giorgio Agamben, Edizioni Casagrande). La scoperta di Kafka da parte di Maillet fu tardiva e casuale. È lui stesso a raccontarlo nel suo diario. Ebreo di origine, nato nel 1902 a Francoforte, lascia la Germania nel 1935. Giunge in Francia dove trascorre cinque anni a Parigi; poi in Provenza dove sarà arrestato dalla Gestapo e condotto nei campi di raccolta degli ebrei a Aix-en-Provence. Una fuga avventurosa da un treno gli risparmia Auschwitz. Cambia il suo nome da Leopold Mayer in Leo Maillet. Ripara in Svizzera, dove riprenderà il suo lavoro di pittore e incisore.
In questo anno che celebra il secolo dalla morte di Franz Kafka, esce un tardivo fiore che ci apre al modo in cui lo scrittore ha alimentato l’arte parallela dell’immagine. Si tratta dei racconti scelti e illustrati da Leo Maillet (Franz Kafka. Un incrocio, traduzione di Gabriella de’ Grandi, postfazione di Barbara Paltenghi Malacrida e una nota introduttiva di Giorgio Agamben, Edizioni Casagrande). La scoperta di Kafka da parte di Maillet fu tardiva e casuale. È lui stesso a raccontarlo nel suo diario. Ebreo di origine, nato nel 1902 a Francoforte, lascia la Germania nel 1935. Giunge in Francia dove trascorre cinque anni a Parigi; poi in Provenza dove sarà arrestato dalla Gestapo e condotto nei campi di raccolta degli ebrei a Aix-en-Provence. Una fuga avventurosa da un treno gli risparmia Auschwitz. Cambia il suo nome da Leopold Mayer in Leo Maillet. Ripara in Svizzera, dove riprenderà il suo lavoro di pittore e incisore.
A Basilea, mentre sta cercando delle lastre di rame, scorge sugli scaffali di un banco alcuni racconti di Kafka. È il 1944. Non sa nulla di questo scrittore ma resta affascinato dal primo racconto che legge. È la storia di un animale ibrido, metà agnello metà gatto. Quello che ad altri lettori sembrerebbe astruso e incomprensibile, ai suoi occhi appare di un’evidenza assoluta. Ritrova in Kafka il tratto espressionista che deforma la realtà per meglio comprenderla. Ha inizio così una serie di incisioni capricciose, ondivaghe, beffarde che illustrano 13 racconti.
Sono come degli iconotesti dove la parola e il segno condividono lo stesso spazio. Si percepisce in Maillet un’oscura emozione. Quello che però in Kafka è attesa messianica - un’attesa senza salvezza - in Maillet diventa attesa di sopravvivenza. È come se il disegno e l’incisione fossero la tavola a cui si aggrapperà il naufrago.
Generalmente un artista, capace di spingere all’estremo il proprio gesto, sa cosa rischia ma non sa dove si formerà il punto vero di rottura. Kafka è un’eccezione. I suoi racconti germinano proprio a partire da una rottura che sorprende e spiazza. Ogni metamorfosi è in lui provocata da un trauma senza spiegazione: Gregor Samsa non sa perché un bel giorno si sveglia insetto, Joseph K. ignora perché una mattina, senza che avesse fatto nulla di male, viene arrestato. L’inesplicabile più che l’equivoco regola i rapporti siano essi familiari, giudiziari o banalmente sociali.
Tanto il corpo trasformato di Gregor quanto quello del digiunatore o dell’uomo che diviene ponte o l’ibrido gatto-agnello (il primo dei racconti qui presente) esprimono una insospettata comicità che nasce dal conflitto irrisolvibile tra la normalità e il mostruoso. Solo quest’ultimo può spiegare l’esistenza del primo, solo ciò che è fuori dalla Legge, ossia eccezione, può in un certo senso fondare la Legge. Credo si individui qui uno dei punti alti della lettura che Giorgio Agamben ha dato nel tempo di Kafka: «Forse si può illustrare – illuminare! – Kafka solo se si rinuncia tanto a ogni pretesa realistica che alla tentazione del simbolismo», scrive. Le parabole kafkiane rinviano semplicemente a se stesse.
Qualunque confronto con lo scrittore non può che essere una frustrante attesa davanti al “castello”. C’è un racconto, poche righe in realtà, nel quale Kafka ribalta il ruolo di Sancho Panza rispetto a Don Chisciotte. Il servo che si fa padrone. Cosa c’è di più comico? Come in una commedia dell’arte si sogna e si ride contro la Legge. Contro il trauma che la Legge – nella sua inspiegabile applicazione – produce. La vera posta in gioco non è propriamente la Legge, ma ciò che la Legge introduce cioè il Potere. La cui sostanza agli occhi di Kafka è quanto di più enigmatico, imperscrutabile e arbitrario per il malcapitato che si trovasse ad affrontarlo. Cosa c’è di più folle e osceno di un comando inesplicabile e di un dominio senza effettiva autorità? Il fatto che Kafka non abbia programmi politici da offrire induce a pensare che la sola arma sia per lui l’irrisione, una comicità senza ulteriori aggettivi.