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“Diluvio” di Stephen Markley: “Benvenuti alla fine del mondo”

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Arriva anche in Italia il monumentale romanzo distopico dello scrittore britannico autore di “Ohio”. “Ti svegli e credi di essere in un futuro alla Orwell. Invece è oggi”
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Alluvioni, uragani, siccità, incendi incontrollabili, meteo estremo: sono i titoli delle prime pagine che abbiamo sotto gli occhi da anni e si ripetono sempre più spesso. Sono anche l’argomento di Diluvio, il nuovo romanzo di Stephen Markley, pubblicato in questi giorni in Italia da Einaudi Stile Libero dopo essere diventato un caso internazionale. Mille e trecento pagine, un libro di proporzioni e ambizioni titaniche, un grande affresco distopico che abbraccia decenni e continenti, giochi di potere e ricerca scientifica, paure e speranze. Un’apocalisse in cui c’è dentro tutto, costringendoci a guardare in faccia i pericoli che aleggiano sul nostro destino: non solo l’effetto serra, ma anche il populismo che erode la democrazia, l’intelligenza artificiale che sfugge al controllo umano, i social media che diventano un orwelliano Grande Fratello.

Alluvioni, uragani, siccità, incendi incontrollabili, meteo estremo: sono i titoli delle prime pagine che abbiamo sotto gli occhi da anni e si ripetono sempre più spesso. Sono anche l’argomento di Diluvio, il nuovo romanzo di Stephen Markley, pubblicato in questi giorni in Italia da Einaudi Stile Libero dopo essere diventato un caso internazionale. Mille e trecento pagine, un libro di proporzioni e ambizioni titaniche, un grande affresco distopico che abbraccia decenni e continenti, giochi di potere e ricerca scientifica, paure e speranze. Un’apocalisse in cui c’è dentro tutto, costringendoci a guardare in faccia i pericoli che aleggiano sul nostro destino: non solo l’effetto serra, ma anche il populismo che erode la democrazia, l’intelligenza artificiale che sfugge al controllo umano, i social media che diventano un orwelliano Grande Fratello.

«Ti svegli e credi di essere in un film catastrofico sul futuro, invece è il presente», dice uno dei suoi personaggi. «Profetico, terrorizzante, un classico contemporaneo», lo definisce Stephen King. Altre volte la fiction ha messo in scena la fine del mondo, mai però in maniera così plausibile: se il cambiamento climatico aveva bisogno di un romanzo per svegliare le coscienze, eccolo. L’autore sta scrivendo l’adattamento televisivo di Ohio, il suo esordio narrativo: si può scommettere che anche questo suo secondo libro, inserito dal New York Times fra i 100 più importanti dell’anno, finirà per ispirare il cinema o una serie tv.

Quando ha cominciato a pensare a “Diluvio”, Markley, e quanto tempo ci ha messo a scriverlo?

«Ho sempre avuto interesse per le questioni ecologiche e per i disastri ambientali. L’ispirazione originale è stato l’uragano Katrina che ha devastato New Orleans nel 2005. La prima immagine che ho avuto in testa risale al 2007: un padre e una figlia che parlano in un museo, nel distante futuro. Ho cominciato a scriverlo nel 2010 e ho finito nel 2023: è stato un lungo viaggio, nel corso del quale il fenomeno è continuato a crescere, insieme alla consapevolezza collettiva di che cosa fosse».

Stephen Markley, 41 anni, scrittore e giornalista, è nato in Ohio 

 

Nel libro descrive complesse questioni scientifiche, sia pure in modo del tutto comprensibile: aveva una preparazione professionale in questo campo?

«Me la sono fatta strada facendo. Prima di essere uno scrittore sono stato un giornalista, so come si fanno le ricerche: ho letto tutto quello che c’era da leggere sull’argomento, ho parlato con chiunque avesse risposte alle mie domande. Che erano poi le domande di tutti».

Il titolo evoca il diluvio universale: scrivendo pensava all’arca di Noè?

«Non tanto al racconto biblico, quanto alle grandi catastrofi ambientali della storia. Senza rivelare troppo, tuttavia, arrivati in fondo al romanzo, i lettori capiranno che il diluvio del titolo ha un significato diverso da quello dell’inizio».

Al centro della vicenda c’è una giovane ambientalista coraggiosa: fa venire in mentre Greta Thunberg.

«È uno degli aspetti, non l’unico, in cui il mio libro anticipa o predice il futuro. Quando ho cominciato a scriverlo, Greta era una bambina piccola, non ancora un’attivista. Se lo leggesse oggi, forse potrebbe riconoscersi nella protagonista».

Il suo romanzo è anche un j’accuse nei confronti dei leader di governo: la politica ci ha traditi perché è prigioniera del breve termine, della prossima elezione, del potere da conquistare oggi, senza pensare al domani dei nostri figli?

«Sicuramente la politica ci ha traditi. Sono consapevole che non è facile smantellare il sistema da cui il mondo ha ricavato energia dall’industrializzazione a oggi. Ma non c’è altro mezzo. L’unica cosa che possiamo fare è continuare a premere sui governi affinché la decarbonizzazione dell’economia avvenga nel più breve tempo possibile. Le forze reazionarie possono rallentare questo processo, ma non dobbiamo arrenderci».

A proposito di forze del genere, cosa pensa della rielezione di Donald Trump?

«Il risultato delle elezioni non mi ha sorpreso ma mi ha egualmente scioccato: può sembrare una contraddizione, ma non lo è, un po’ me lo aspettavo, lo temevo, ma quando è arrivato è stato lo stesso uno shock. Quello che è successo viene previsto quasi alla lettera dal mio romanzo: un populista di estrema destra che riceve il mandato per estrarre petrolio, bruciare gas, distruggere il pianeta. Trump rallenterà la tendenza globale verso un’energia sostenibile. Nemmeno lui però può fermarla».

Nel romanzo parla anche dei cosiddetti ecoterroristi: crede che le proteste contro il cambiamento climatico ottengano a volte l’opposto dell’effetto desiderato, irritando la maggior parte della popolazione?

«Anche questo è uno scenario che descrivo nel libro. Il movimento ambientalista deve diventare di massa. La maggioranza deve convincersi che è la scelta giusta. Creare inconvenienti alle persone che vanno al lavoro, bloccando una strada, o tirando vernice su un dipinto per attirare attenzione, rischia di indurre la gente a pensare: non voglio fare parte di un movimento così. Mi tengo l’auto a benzina».

Ma le proteste di Greenpeace di trent’anni fa contro il petrolio, il nucleare o le baleniere erano necessarie?

«Certamente sì, perché sono servite a dare l’allarme. E perché non colpivano l’uomo medio nelle sue attività quotidiane».

Ritiene che il cambiamento climatico sia il maggior pericolo per l’umanità?

«Ce ne sono anche altri, di cui tratto nel romanzo. Ma il cambiamento climatico per me è la maggiore minaccia, insieme a quella della guerra nucleare. Due rischi strettamente collegati, perché il cambiamento climatico rende il mondo più caotico e sempre più Paesi cercano di avere armi nucleari per sentirsi protetti di fronte al caos».

C’è chi risponde alla minaccia climatica proponendo un ritorno al mondo bucolico del passato più remoto…

«Una soluzione che non mi convince. Per due ragioni. Primo, al mondo siamo troppi, non possiamo sfamare l’umanità rinunciando all’industria e tornando all’agricoltura primordiale. Secondo, il progresso tecnologico ha portato enormi benefici per la nostra specie, dalla medicina alla scienza, a cui non possiamo rinunciare».

A dispetto dell’apocalittico diluvio prospettato dal titolo, il suo libro contiene un messaggio di speranza: basato su cosa, senza rivelare come finisce la vicenda?

«Sulla convinzione che, se facciamo tutte le cose giuste al momento giusto, possiamo decarbonizzare l’economia mondiale e mantenere il nostro stile di vita. Le risorse esistono. Sole e vento sono le migliori e meno costose fonti di energia. Le batterie sono sempre più economiche ed efficienti. Abbiamo la tecnologia per portare a termine questa grande trasformazione, il problema è avere anche la volontà politica per accelerarla. Risultati come la vittoria di Trump sono un duro colpo, rallenteranno il processo. Ma neanche Trump potrà bloccarlo. È l’unica strada per salvare il nostro meraviglioso pianeta».

Il libro

Diluvio di Stephen Markley (Einaudi, traduzione di Manuela Francescon e Cristiana Mennella, pagg. 1304, euro 26)

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