Il pittore Francesco Clemente: “Conosco l’arte della fuga”
di Lara CrinòROMA. «Le va se ci sediamo nella tenda?». Il colloquio con Francesco Clemente, 72 anni, tra i pittori italiani più noti e quotati all’estero, comincia così, a gambe incrociate nella penombra di una delle sei Tents, le grandi tende dipinte, mai esposte in Italia, che trasformano il pianterreno del Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al prossimo 30 marzo, in un colorato accampamento. Ma anche nel palcoscenico di quell’Anima nomade, come recita il titolo della mostra a cura di Bartolomeo Pietromarchi, che è Francesco Clemente.
Ultimato l’allestimento della retrospettiva che apre al pubblico il 23 novembre, la più grande mai dedicatagli a Roma, Clemente appare perfettamente a suo agio. Nella sala finale, la sfilata di vessilli di Bandiere. La società dello spettacolo sembra incoronare il visitatore. Nelle sale laterali, i murales della serie Oceano di storie, dipinti di un rosso color sangue di bue che evoca antichi dipinti rupestri, racconta un’epica di diluvi e resurrezioni.
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ROMA. «Le va se ci sediamo nella tenda?». Il colloquio con Francesco Clemente, 72 anni, tra i pittori italiani più noti e quotati all’estero, comincia così, a gambe incrociate nella penombra di una delle sei Tents, le grandi tende dipinte, mai esposte in Italia, che trasformano il pianterreno del Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al prossimo 30 marzo, in un colorato accampamento. Ma anche nel palcoscenico di quell’Anima nomade, come recita il titolo della mostra a cura di Bartolomeo Pietromarchi, che è Francesco Clemente.
Ultimato l’allestimento della retrospettiva che apre al pubblico il 23 novembre, la più grande mai dedicatagli a Roma, Clemente appare perfettamente a suo agio. Nella sala finale, la sfilata di vessilli di Bandiere. La società dello spettacolo sembra incoronare il visitatore. Nelle sale laterali, i murales della serie Oceano di storie, dipinti di un rosso color sangue di bue che evoca antichi dipinti rupestri, racconta un’epica di diluvi e resurrezioni.
Ogni disegno e simbolo va a comporre l’autoritratto di questo giramondo cresciuto a Napoli nel dopoguerra, diventato adulto nella Roma della contestazione e della Transavanguardia, che vive in America ma ha trovato in India le sue coordinate filosofiche. Creando un alfabeto pittorico che narra la ricerca di un’arte della fuga del tutto personale, e insieme indica una strada alternativa: meno fame di progresso, meno schiavitù tecnologica, più vicinanza alle origini.
Per questo ritorno a Roma, dove si formò come artista, ha scelto il titolo “Anima nomade”.
«La mostra comprende sei grandi tende che sono dei contenitori di pittura. Il titolo originale del lavoro era Accampamento, poi il curatore Pietromarchi ha suggerito Anima nomade. Mi è piaciuto per via delle “m” in anima e nomade: la M è la lettera della vergine, e di Madre».
A proposito di nascite. La sua città-madre è Napoli, fabbrica continua di immaginario. Di che cosa l’ha nutrita?
«Sono cresciuto chiedendo le chiavi della Cappella Sansevero a una signorina che le teneva. Allora non era aperta al pubblico. Nella cappella c’è la scultura del Disinganno di Francesco Queirolo, un uomo imprigionato in una rete, e poi le famose ricostruzioni del sistema circolatorio. Mondo esteriore e interiore si specchiano uno nell’altro. Alla sua domanda ci sono tante risposte. La mia Napoli era una straordinaria fucina di noia: sono cresciuto annegato in una noia assolata, nella quale credo molto. Ho sempre detto ai figli, se non vi annoiate non avrete mai un’idea. Poi Napoli è un palinsesto di strati su strati. Ho fatto una mostra al Madre: sotto c’è un cimitero medievale, sotto ancora le antichità greche e romane. Ho chiesto: avete anche ceramiche islamiche? Mi hanno portato un cesto di meravigliosi cocci gialli e verdi. Non mancava niente».
Gli esordi con il disegno li ricorda?
«Sì, iniziai per un’esperienza sgradevole. Mia madre pensava fossi un bambino prodigio. Quando avevo 12 anni fece pubblicare le mie poesie e piazzò personalmente il libro nella vetrina della libreria Guida, di fronte alla mia scuola. Da quel momento ho detto non scriverò più, mi metto a dipingere. Molti anni dopo, quando i miei genitori vennero a New York e videro il mio studio, mi dissero: “Ti devi ricordare Francesco che sei rimasto seduto su un gradino a Campo de’ Fiori per dieci anni”. Li ho ammirati molto. In effetti per dieci anni nessuno sapeva che cosa stessi facendo».
Com’è arrivato su quel gradino romano, a Campo de’ Fiori?
«A Napoli c’erano le barricate davanti a scuola, erano gli anni della contestazione. Roma era piena di esuli politici, intellettuali. Oggi ci disperiamo, ma anche allora mezzo mondo era governato da dittature. Il primo che conobbi era un cineasta, il brasiliano Glauber Rocha. Poi incontrai Boetti, che mi presentò Sperone, e iniziai a fare mostre».
Erano tempi molto ideologici, in che modo li ha vissuti?
«Io sono un pittore; le idee sono quello che devo buttare a mare se voglio realizzare un’opera. C’è un momento in cui si mettono di traverso nella via verso la conoscenza. Mi interessa la riconciliazione degli opposti, la consapevolezza che il mondo è perfetto. La mania di modificare tutto che si è impossessata dell’umanità è una follia».
È cercando questa unità che è andato in India giovanissimo?
«Appartengo a una generazione di ragazzi che andava a morire senza nessun motivo, direi citando il Gattopardo. Ho capito che si trattava di un’enorme trappola, e sono scappato dai miei amici che erano invischiati in tutte quelle battaglie teleguidate. Sono un sostenitore della fuga. Ci fu per me un’esperienza di mortalità; intendo esperienza con l’assunzione di sostanze psichedeliche, non una riflessione intellettuale. Ho visto la maschera del mio io liquefarsi e lasciare posto a qualcosa di più grande. E in India, poi, ho scoperto che c’era un’intera civiltà millenaria fondata su tale consapevolezza».
Qual è il passaggio da questa visione del mondo alla pittura?
«Un’idea fluida dell’identità porta a un’idea fluida della pittura. Un quadro deve venire fuori dal cosiddetto nulla. La sfida è raccontare storie che si legano a esperienze emotive nelle quali ognuno si può riconoscere. Opere che restano formalmente aperte».
Rispetto ai suoi contemporanei sente di avere qualche affinità?
«Se uno diventa un pittore entra nella famiglia dei pittori, che è immensa. Ho amato Joseph Beuys, che era il portatore del sapere dell’antroposofia; Cy Twombly, che qui a Roma sapeva guardare l’antichità, che per noi è una cappa incomprensibile, come una cosa viva. E poi Alighiero Boetti, che mi ha insegnato a pensare da artista».
Tra le sue tende ricamate e dipinte, ricoperte di ritratti, autoritratti, quadrati magici, ce n’è una che si chiama la “Tenda del diavolo”. Chi è il diavolo per lei?
«Lavoro per contaminazione e sincretismo, con l’iconografia, anche religiosa, con i tarocchi. Le tende sono un riassunto di tutto. Nella Tenda del diavolo c’è un signore ispirato a una divinità del candomblé: un dandy col monocolo e la pancia gonfia, che contiene il mondo. Non si sa se sia comico o sinistro, ma rappresenta il potere. Perché l’opposto dell’amore è il potere, come ci ha insegnato Jung. Dal potere forse oggi è ancora più difficile scappare, perché si presenta con il volto della tecnologia, quindi come neutrale. Ma la tecnologia non è mai neutrale».
Un’altra tenda è dedicata agli angeli. Fermiamoci qui.
«Swedenborg scrisse che il paradiso non era affatto un luogo astratto, immateriale, esangue, ma il posto in cui i desideri umani si compivano. Che poi è la stessa idea che aveva William Blake con i suoi angeli. Nella tradizione induista si dice che è meglio morire seguendo la propria natura che vivere cercando di simulare la natura di un altro».