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Annie Ernaux: “La mia musa è Virginia Woolf”

Virginia Woolf (1882-1941)

 

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L’autrice premio Nobel 2022 svela il debito verso la scrittrice inglese: “In una storia letteraria dominata dagli uomini lei è un faro”
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Devo parlare di Virginia Woolf. Ho letto Una stanza tutta per sé solo dopo aver superato i quarant’anni, ma ho scoperto La signora Dalloway e Le onde quando ho deciso di scrivere o, meglio, di iniziare un romanzo. Lei come scrittrice, in una storia letteraria dominata dagli uomini, è un faro. Mi ha dato slancio e forza: se ce l’ha fatta lei, a scrivere, posso farcela anch’io!

Diamo un contesto: dopo aver sbagliato a scegliere il mio primo lavoro — come maestra — e dopo un soggiorno alla pari in Inghilterra, mi sono iscritta alla facoltà di Lettere con il desiderio di fare la professoressa e di scrivere. Durante il primo anno, che allora era molto selettivo e si chiamava propedeutico, rimasi sorpresa nello scoprirmi molto più brava in francese che in filosofia, così, una volta amme…

Devo parlare di Virginia Woolf. Ho letto Una stanza tutta per sé solo dopo aver superato i quarant’anni, ma ho scoperto La signora Dalloway e Le onde quando ho deciso di scrivere o, meglio, di iniziare un romanzo. Lei come scrittrice, in una storia letteraria dominata dagli uomini, è un faro. Mi ha dato slancio e forza: se ce l’ha fatta lei, a scrivere, posso farcela anch’io!

Diamo un contesto: dopo aver sbagliato a scegliere il mio primo lavoro — come maestra — e dopo un soggiorno alla pari in Inghilterra, mi sono iscritta alla facoltà di Lettere con il desiderio di fare la professoressa e di scrivere. Durante il primo anno, che allora era molto selettivo e si chiamava propedeutico, rimasi sorpresa nello scoprirmi molto più brava in francese che in filosofia, così, una volta ammessa alla licenza, scelsi di fare Lettere moderne, che prevedeva un esame, con tanto di “attestato”, di Letteratura straniera. È stato in quel corso che ho sentito parlare della Woolf, ma forse anche ne Le lettere francesi, la rivista letteraria di cui Aragon era direttore e che partecipava al dibattito sul Nouveau Roman.

Mi sono abbonata e, defilandomi dagli altri studenti concentrati sul programma, mi sono interessata alla letteratura nel suo farsi. Con questa prospettiva, ho scritto un romanzo dalla struttura complicata, centrato su di una ragazza che non si adatta a nessun luogo. Ho mescolato al presente, in prima persona, sogni, anticipazioni e flashback. Le Seuil, a cui l’avevo mandato per prima, seguita da Julliard lo rifiutarono. L’ho messo da parte, in una sorta d’archivio...

Oggi mi è difficile identificare, oltre alla Woolf, quali letture mi abbiano influenzata: Butor, Robbe-Grillet, Simon, Sollers, l’autore de Il parco e Una curiosa solitudine... La Duras l’ho letta molto più tardi, quando mi sono distaccata dalle preoccupazioni formali. L’amante non mi ha colpita. Una diga sul Pacifico per me è il libro più importante della Duras. L’ho letto solo dopo L’amante, più di vent’anni dopo la sua uscita: felice di averlo scoperto, ma pentita di averlo fatto così tardi (...).

Ho letto anche Germaine Greer, L’eunuco femmina, Kate Millett... Per quanto riguarda le femministe teoriche, Christine Delphy, ma più tardi. C’era una differenza, all’epoca, tra vivere a Parigi o in provincia. Anche se ad Annecy facevo parte del movimento “Scegliere” di Gisèle Halimi e poi del Mlac (Movimento per la libertà dell’aborto e della contraccezione, ndr), era a Parigi che si svolgevano le attività femministe e gli incontri. E Parigi era allora a sei ore di treno. Il mio arrivo a Cergy nel 1975 non cambiò molto la situazione, anzi di fatto ero isolata sia dagli studenti che dai colleghi, in quanto ero entrata nel Cnte (l’odierno Centro Nazionale di Insegnamento a Distanza) e tenevo i miei corsi, appunto, “a distanza”.

Ho iniziato a scrivere La donna gelata nell’autunno del 1978, spinta dalla mia esperienza, dalla mia memoria, senza riferimenti teorici, per compiere un’anamnesi volta a rispondere all’interrogativo di come fossi diventata la donna che ero. Sono consapevole che la costruzione della mia identità di donna sia radicata in un modello genitoriale atipico. Il mio, di padre, segue la moglie, un vulcano che, dal matrimonio in poi, decide tutto e, in particolare, il loro percorso sociale, da operai a piccoli commercianti. Lui è sempre d’accordo.

Da bambina, vedevo le donne superiori agli uomini, ma allo stesso tempo sottomesse e maltrattate dagli uomini, tranne che nella coppia dei miei genitori. Intorno a noi, nel quartiere e nella famiglia di mia madre, gli uomini bevevano — l’alcolismo colpiva il mondo operaio —, facevano tardi al bar, dove a volte mogli e figli andavano a cercarli. Invece le donne si occupavano delle cose serie, facevano da mangiare, educavano i bambini e tenevano i cordoni della borsa.

Gli uomini mettevano a repentaglio quest’ordine. Sono cresciuta con questa convinzione. Ma anche con altri modelli, come ad esempio la famiglia borghese di Brigitte, l’eroina dei romanzi di formazione di una scrittrice cattolica, Berthe Bernage, che ebbero molto successo fino agli anni ’60. Oggigiorno non saprei dire cosa ne pensassi allora, oltre all’aver percepito come il mondo di Brigitte, ragazza, sposa, madre di famiglia, fosse distante mille miglia da me. Non sono sicura di averlo mai desiderato, mentre a farmi sognare era Rossella O’Hara, in Via col vento, romanzo acquistato da mia madre e che io lessi dopo di lei, quando avevo nove anni.

Quando iniziai La donna gelata, un pensiero mi si insinuò in testa, per poi ossessionarmi sempre di più, spuntando nella vita di tutti i giorni e spronandomi a scrivere: «Ho un lavoro, ma sono sempre io a fare la spesa, a cucinare, a fare il bucato, a portare i bambini in giro o dal dottore. Non vado mai al cinema da sola, non vado mai in vacanza senza mio marito o i miei figli...». Cosa era successo perché la vita che avevo immaginato e desiderato a vent’anni diventasse questa qui? La risposta, lapidaria, la conoscevo: ero precipitata in un matrimonio borghese con uno dei più classici rappresentanti del patriarcato ereditario. Scrivevo per riprendere in mano la mia vita, per cambiare, anche se in modo confuso. La separazione da mio marito è avvenuta circa un anno dopo la pubblicazione del libro. (...)

Non possiamo parlare di femminismo universale e non possiamo dissociare la lotta femminista dalla lotta sociale. Per me, l’intersezionalità è un dato di fatto: le donne non subiscono il predominio maschile o vivono la loro condizione allo stesso modo, ma a seconda della classe sociale e se questa sia o no razzializzata. Ho fondato questa mia convinzione sull’esperienza, vissuta e analizzata: cosa avevano in comune le mie zie, operaie, con le donne della borghesia che nei libri mi erano presentate come un modello, cosa accomunava mia madre e mia suocera?

Mi ricordo una frase di mia madre a proposito di mia suocera: «Si vede che non è stata cresciuta come noi». Un “noi” che non significava tanto “me e te” quanto l’appartenenza a un altro ambiente sociale. E oggi penso di dovere al mio background di prevaricazioni sociali l’aver subito e accettato la sottomissione sessista all’interno della mia relazione di coppia.

(Traduzione a cura di Oligo editore)

Questi passaggi firmati Annie Ernaux sono tratti da “Una conversazione” (Oligo, pagg. 196, euro 18 euro), dialogo tra la Nobel e la sociologa Rose-Marie Lagrave

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