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Matt Haig: “Il successo è essere liberi”

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Lo scrittore ambienta a Ibiza il suo ultimo romanzo. Come quando da giovane viveva nell’isola tra droga e alcol
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BRIGHTON

Sa perché non siamo andati a Ibiza? Invece siamo qui, su una terrazza pur soleggiata del lungomare di Brighton, dove Matt Haig vive con la moglie Andrea e i due figli educati in casa e non a scuola perché «uno dei due è autistico, poi c’è stato di mezzo il Covid, e abbiamo deciso così». Dovremmo essere a Ibiza per ballare o bere fino alle 5 del mattino, come amano sfasciarsi gli inglesi. Anzi no: «Quello è solo lo 0,1 per cento di Ibiza che evidenziano i tabloid inglesi», spiega Matt Haig mentre beve uno smoothie di mango e verdure, «invece Ibiza è un luogo di misticismo, di crocevia culturali, dove Cormac McCarthy visse i suoi anni hippy, dove Bob Marley ballava fino all’alba al nightclub Glory, dove Freddy Mercury festeggiava i compleanni, dove i New Order hanno registrato il loro primo album. E dove anche io sono riuscito a completare il mio romanzo, 25 anni dopo». All’epoca, nel 1999, Matt Haig, nato a Sheffield, ha 24 anni. Ma si è perso. È depresso. Ruba nei negozi: «…

BRIGHTON

Sa perché non siamo andati a Ibiza? Invece siamo qui, su una terrazza pur soleggiata del lungomare di Brighton, dove Matt Haig vive con la moglie Andrea e i due figli educati in casa e non a scuola perché «uno dei due è autistico, poi c’è stato di mezzo il Covid, e abbiamo deciso così». Dovremmo essere a Ibiza per ballare o bere fino alle 5 del mattino, come amano sfasciarsi gli inglesi. Anzi no: «Quello è solo lo 0,1 per cento di Ibiza che evidenziano i tabloid inglesi», spiega Matt Haig mentre beve uno smoothie di mango e verdure, «invece Ibiza è un luogo di misticismo, di crocevia culturali, dove Cormac McCarthy visse i suoi anni hippy, dove Bob Marley ballava fino all’alba al nightclub Glory, dove Freddy Mercury festeggiava i compleanni, dove i New Order hanno registrato il loro primo album. E dove anche io sono riuscito a completare il mio romanzo, 25 anni dopo». All’epoca, nel 1999, Matt Haig, nato a Sheffield, ha 24 anni. Ma si è perso. È depresso. Ruba nei negozi: «Iniziai da ragazzino per non essere bullizzato a scuola». Si alcolizza e droga. Pensa anche al suicidio. Spesso contemplato, mai realizzato. Dallo strapiombo di questa esperienza personale, dieci anni fa l’autore del bestseller La biblioteca di mezzanotte (un milione di copie vendute), ha scritto Ragioni per continuare a vivere: un viscerale libro self-help che lo ha eletto ad autore salvifico, guru online contro il dolore dell’anima e filosofo metropolitano su Instagram dove ha quasi un milione di follower.

Ora però, Haig torna sull’isola spagnola della perdizione con un nuovo affascinante romanzo, La vita impossibile (edizioni E/O). In cui Grace Winters, insegnante di matematica in pensione, riceve in eredità da un’amica morta una casa decadente su un’isola del Mediterraneo, mentre i misteri avviluppano la sua trasferta. Come ci avvertì Borges, la realtà non è sempre probabile, o verosimile. E per immergersi in quell’impossibile verità, per ritrovare la scala della speranza tra surreali avventure e colorare la sua vita plumbea, Grace dovrà scendere a patti col suo passato.

Come ha sempre fatto lei, Haig.

«Già. E questo libro è una storia strana».

Perché?

«È molto personale. Ero un giovane stupido. Sbandato e drogato. Esaurimento nervoso, panico, agorafobia, depressione. Ho sfiorato il suicidio. Poi però sono andato in terapia».

E cosa è successo?

«Ho imparato ad affrontare il passato. Ma soprattutto, non su consiglio dello psichiatria, ho deciso di tornare a Ibiza. In bassa stagione. In aprile. Con le nuvole. Era tutto diverso. Stavo guarendo. Perché non stavo più scappando. La vita impossibile ne è la prova»

Ma perché questo titolo?

«Mi è sempre piaciuta la parola impossibile. Quando sei depresso pensi di non riuscire mai ad uscirne, specialmente quando hai visto da molto vicino la morte. Perciò questo libro è fantastico e surreale: quando abbandoni un tunnel del genere e guarisci, ti senti come su un altro pianeta. E ti sembra tutto impossibile».

“Ragioni per continuare a vivere” l’aveva già fatta guarire?

«No, ero solo a metà strada, a differenza di adesso. Perché non mi ero ancora reso conto di soffrire di autismo e di disturbo da deficit di attenzione/iperattività. Ne farò una versione aggiornata per l’anniversario dei dieci anni. Ciononostante, anche se non è la mia migliore, forse è l’opera di cui sono più orgoglioso. Perché ha aiutato molte altre persone nella mia stessa condizione. Mentre oggi il problema della salute mentale è ancora un tabù: ha visto la morte del cantante degli One Direction, Liam Payne? Ora tutti a dire che era depresso, che soffriva. Ma quando qualche giorno prima la sua ex l’aveva pesantemente accusato online, tutti a trollarlo. Nessuno lo ha difeso».

Quando ha capito di essere un grande scrittore?

«Non so se lo sono. Iniziai preda dell’agorafobia. Ma la scrittura mi ha dato un po’ di fiducia. Poi, oltre vent’anni fa, scrivevo delle newsletter per l’agenzia di pubbliche relazioni di mia moglie Andrea. Diventarono virali e mi convinsero a scrivere il mio primo libro, How Come You Don’t Have An E-Strategy. Poi scrissi il primo romanzo Il patto dei Labrador, altri due, ma il quarto me lo rifiutarono e dovetti cambiare editore. Ma fu un bene».

Perché?

«Perché in quel momento cercavo di essere un intellettuale con il sopracciglio alzato. Non funzionò. Allora mi sono detto: perché non essere semplicemente me stesso?»

È stata la sua salvezza?

«Sì. Ho avuto molto più successo quando non ho cercato di essere popolare. E non avrei mai pensato di arrivare al mio venticinquesimo libro. Anche se ho paura di dire “sono felice” perché non è mai uno stato permanente. L’importante è crearti il tuo spazio, dove come scrittore ti senti a tuo agio».

E qual è dunque il vero successo?

«Essere liberi. Ed essere se stessi, sempre, soprattutto in un mondo come quello di oggi sempre più fasullo e di plastica. Siamo tutti degli ipocriti. Ma almeno cerco di essere onesto sulle mie ipocrisie, anche online. Perché so che esserlo può fare del bene anche agli altri. I pregiudizi della religione sono stati soppiantati da quelli di Internet. Stiamo entrando in un territorio molto pericoloso: quello dove si comincia a sopprimere preventivamente tutto, soprattutto ogni sentimento genuino. Tutto viene nascosto. Oramai siamo al mercato nero delle emozioni. Io combatto contro tutto questo».

Difatti “La vita impossibile” e altre sue opere riescono in un’impresa rara: intrecciare rimorso, riscatto e speranza in modo sublime.

«Già. Dobbiamo essere cauti sul passato, perché può travolgerci. Io stesso sono una persona talvolta eccessivamente nostalgica, con troppi rimorsi. Ma la sfida per stare bene con se stessi è: niente lutti o rimorsi su un passato talvolta mitologico, e nessuna paura del futuro. Invece, basta vivere il presente. Godersi la vita, certo, ma non solo. Noi umani siamo la cosa più unica dell’universo. Invece ci bombardiamo di inutili e artificiali differenze. Mentre potremmo tutti ballare a Ibiza».

Il libro

La vita impossibile di Matt Haig (edizioni E/O, traduzione di Silvia Castoldi, pagg. 416, euro 18,50)

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