La forza semplice della cronaca, di quel che è accaduto, del freddo e della neve di quel gennaio 1985, si impone subito in questo singolare libro di Arnaldo Greco e Massimo Palmieri pubblicato dal Mulino. Si intitola La nevicata del secolo e rispetta la promessa: racconta e rivive quei giorni di quasi quarant’anni fa, giorni sospesi e che tutti ricordano, non solo per una proiezione della memoria attraverso le fotografie, bensì per il freddo vissuto sulla propria pelle. Ma questo libro è molto di più: non lo vuole quasi dire, eppure è una quanto mai necessaria opera di accusa contro la dittatura della nostalgia, sentimento tanto popolare quanto insalubre in un Paese costantemente rivolto al passato.
La cronaca, dunque. Gli autori partono dai giornali, da quel che scrivevano prima e dopo la grande nevicata che arriva e blocca il Paese, chiude scuole e uffici, scatena gazzarre tra Roma e Milano, tra maggioranza e opposizione, ma soprattutto con il tempo diventa un ricordo a cui tornare con dolcezza. La neve sospende, obbliga alla quiete, più forte della fretta del quotidiano. Il tempo – nel libro il gioco è costante – è quello scarso della vita moderna, ma anche quello meteorologico, una volta affidato a figure catodiche come il colonnello Andrea Baroni e oggi prevedibile al minuto con app e sensori.
La neve arriva precisa a metà degli anni Ottanta e non può certo ergersi a simbolo del decennio in corso. Ma, dicono gli autori, in quella sospensione e nelle sue conseguenze, dai Moon Boot esibiti alla ricerca del “tempo libero” c’è un’epifania dell’Italia che cambia, o meglio vuole cambiare. Gli italiani provano a mettersi alle spalle il terrorismo e il troppo pensoso impegno politico, hanno vinto i mondiali nell’82. Soprattutto – e quanta distanza si sente oggi – sono ottimisti: «Contenti della situazione economica», «appagati dal lavoro», «fiduciosi». In quel Paese della neve si afferma un «individualismo protetto», che dà spazi al singolo senza rinunciare al generoso welfare pubblico. Uno dei problemi irrisolti della nostra identità fino ai giorni nostri: YouTube (You, ovvero tu, sei tu che conti) nasce nel 2005. E del resto «You are the media», come sostiene oggi Elon Musk. Negli anni Ottanta si guarda avanti, si guarda anche indietro in verità, ma con lenti nuove, sorvolando sul peso, il sangue, i conflitti sociali, e invece iniziando una portentosa operazione di idealizzazione dei “bei tempi andati”. La ricerca della leggerezza trova dignità di lettura già in quei giorni, è il cosiddetto “riflusso”, l’allontanamento dall’impegno politico e collettivo.
Se ne parla sui giornali, ne scrive Eugenio Scalfari su Repubblica già all’inizio del 1979. Lo sguardo incantato su quel che fu, «la postura emotiva nostalgica» prende forma in tutta la decade, trascinata dalla televisione, quella pubblica e quella nascente berlusconiana. A guardarlo da lontano lo schema è semplice: con la televisione diventa prevalente il modello pubblicitario; il popolo consumatore sembra non veder l’ora di farsi consigliare gli acquisti; la pubblicità ha bisogno di attenzione e il metodo più efficace è mostrare al nostro cervello qualcosa che abbiamo già visto. Greco e Palmieri teorizzano verso la fine del saggio che servano più o meno vent’anni di distacco per poter diventare nostalgici di qualcosa. E dunque il meccanismo sarà replicato all’infinito, con ricorrenze obbligate, anniversari del primo concerto, serie tv, magliette e gelati retrò. Funziona anche in politica, ovviamente.
Il dilemma della semplificazione nostalgica è che si ricorda solo quel che ci è piaciuto. Nessuno conserva o nemmeno scatta le foto di un momento triste. La memoria appiattisce. Finché questo schema si applica alla vita dei singoli, ce lo facciamo andare bene, ma quando diventa il modo di pensare della Nazione, come direbbe la premier, è un bel problema. Guardiamo indietro e non ci capiamo granché, guardiamo avanti con paura proprio perché non abbiamo fatto i conti con la modernità. Ci convinciamo delle bugie: si può forse dire che la nostalgia sta alla verità come un innamoramento sta all’amore. Sono due cose con punti comuni, ma diverse. Il libro è godibile, pieno di ritagli preziosi: una certa quota di nostalgia ci può stare, e risulta familiare il pensiero del primo Vacanze di Natale o rivedere lo spot della “Milano da bere” (per “gente che sa vivere”). Il dramma però rimane. Dedicare tutta questa attenzione al passato, perché è comodo per vendere o per prendere qualche voto, è una scelta precisa e una garanzia: non vedremo mai il futuro arrivare.