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La Grande Brera apre ma manca il personale

 Palazzo Citterio 

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Dopo 52 anni apre Palazzo Citterio. L’inaugurazione a Milano
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MILANO - «Questa raccolta d’arte del nostro tempo, affidata allo Stato per il godimento di tutti, è dedicata agli artisti e agli amatori di ieri, di oggi e di domani». Scriveva così, nel 1976, Maria Jesi nell’atto di donazione di una preziosa collezione che negli anni aveva realizzato con il marito Emilio, riunendo capolavori di Modigliani, Boccioni, Carrà, Picasso, De Pisis, Morandi e Sironi.

C’è voluto mezzo secolo per vederla esposta in via definitiva, completa (sono 76 opere), affiancata all’altrettanto strepitosa collezione di Lamberto Vitali in un allestimento firmato da Mario Cucinella che richiama «l’atmosfera domenicale di una casa nobiliare» dove dalle finestre penetra la luce naturale del giorno, illuminando dolcemente paesaggi, ritratti e na…

MILANO - «Questa raccolta d’arte del nostro tempo, affidata allo Stato per il godimento di tutti, è dedicata agli artisti e agli amatori di ieri, di oggi e di domani». Scriveva così, nel 1976, Maria Jesi nell’atto di donazione di una preziosa collezione che negli anni aveva realizzato con il marito Emilio, riunendo capolavori di Modigliani, Boccioni, Carrà, Picasso, De Pisis, Morandi e Sironi.

C’è voluto mezzo secolo per vederla esposta in via definitiva, completa (sono 76 opere), affiancata all’altrettanto strepitosa collezione di Lamberto Vitali in un allestimento firmato da Mario Cucinella che richiama «l’atmosfera domenicale di una casa nobiliare» dove dalle finestre penetra la luce naturale del giorno, illuminando dolcemente paesaggi, ritratti e nature morte che hanno segnato la storia dell’arte.

Siamo a Palazzo Citterio, la grande incompiuta che ha tormentato Milano per 52 anni e dopo il taglio del nastro di oggi con il ministro della Cultura Alessandro Giuli, domani finalmente apre al pubblico, anche se in forma ridotta: nonostante le pressioni dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, che un anno fa decise di fissare l’inaugurazione il 7 dicembre 2024, in concomitanza con la prima della Scala e la festa del santo patrono, il personale necessario per garantire l’apertura non è arrivato.

Potendo fare affidamento solo su 23 custodi della società esterna Ales – ne servirebbero 50 –, il direttore Angelo Crespi è costretto a partire «in via sperimentale», con un orario ridotto dalle 14 alle 19, quattro giorni a settimana, dal giovedì alla domenica. «Almeno fino a maggio quando saranno terminati i lavori del giardino e il collegamento della Pinacoteca con Citterio attraverso l’Orto Botanico. Nel frattempo il ministero dovrebbe aver indetto il concorso pubblico nazionale per assumere oltre mille custodi».

La storia comincia nel 1972 quando lo Stato acquista per un miliardo e 150 milioni di vecchie lire il settecentesco Palazzo Fürstenberg, oggi chiamato Citterio, per ampliare lo spazio espositivo della Pinacoteca di Brera.

L’allora sovrintendente Franco Russoli, immaginando un museo aperto, che si confrontasse con la realtà e diventasse un centro di sperimentazione per l’arte contemporanea, coniò il felice slogan “Grande Brera”. La strada per arrivarci è stata lunga ed estenuante, costellata di ostacoli, progetti interrotti, false partenze ed errori, tanto che fino a qualche anno fa nessuno in città credeva più nella possibilità di realizzare quel sogno.

Poi, nel 2012, vengono stanziati 23 milioni di euro e nel 2015 cominciano i lavori di ristrutturazione. Il palazzo viene consegnato nel 2018, ma l’allora direttore James Bradburne lo ritiene non idoneo a ospitare un museo. Si ripiomba nello stallo, fino all’accelerata finale che nella fretta porta a un’inaugurazione zoppa, con qualche dettaglio da sistemare e alcune scelte poco ortodosse: il biglietto integrato non è pronto, i gruppi e le scolaresche per ora non sono ammessi, il giardino è da terminare e tutti i dipinti sono ingabbiati in teche climatizzate per ovviare ai problemi di instabilità delle sale.

In compenso il percorso espositivo è completo ed emozionante. Si comincia con i pittori divisionisti di fine Ottocento, la potente Fiumana di Giuseppe Pellizza da Volpedo, chiusa da anni nei depositi, Giovanni Boldini e Gaetano Previati.

Si procede con la collezione Jesi, con l’Autoritratto di Umberto Boccioni visibile per la prima volta fronte retro – il pittore cominciò a dipingere la tela in verticale, poi ci ripensò ruotandola in orizzontale – e la raccolta Vitali, che conta pezzi archeologici mai visti prima. Il secondo piano e la sala ipogea progettata da Stirling sono dedicate alle mostre temporanee: in programma fino a primavera la storia del Palazzo Brera dal ’500 a oggi e la scultura di Mario Ceroli.

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