La verità è che il Natale è anche un genere letterario. C’è una matrice nobile del “racconto di Natale” – un’intuizione del signor Charles Dickens in un momento di crisi creativa. Cercò di superarla richiamando i fantasmi dei Natali passati, modellando un vecchio stizzoso che detesta la festosità altrui. Che altro? Bisogna saper guardare con struggimento alle tavole imbandite e illuminate da una finestra un po’ appannata, fa un gran freddo – quel freddo che fa saltellare e sbuffare vapore dalla bocca. Le fontane sono ghiacciate.
1. Charles Dickens, Canto di Natale
Dickens scrive Canto di Natale a trentun anni. È già uno scrittore famoso: le avventure e disavventure dei suoi personaggi tengono incollate migliaia di persone ai fascicoletti azzurri su cui si stampano le puntate del Circolo Pickwick. Ma nel tardo autunno del 1843 gli affari non vanno per il meglio, gli editori pagano tardi e male i diritti d’autore: "I miei…
La verità è che il Natale è anche un genere letterario. C’è una matrice nobile del “racconto di Natale” – un’intuizione del signor Charles Dickens in un momento di crisi creativa. Cercò di superarla richiamando i fantasmi dei Natali passati, modellando un vecchio stizzoso che detesta la festosità altrui. Che altro? Bisogna saper guardare con struggimento alle tavole imbandite e illuminate da una finestra un po’ appannata, fa un gran freddo – quel freddo che fa saltellare e sbuffare vapore dalla bocca. Le fontane sono ghiacciate.
1. Charles Dickens, Canto di Natale
Dickens scrive Canto di Natale a trentun anni. È già uno scrittore famoso: le avventure e disavventure dei suoi personaggi tengono incollate migliaia di persone ai fascicoletti azzurri su cui si stampano le puntate del Circolo Pickwick. Ma nel tardo autunno del 1843 gli affari non vanno per il meglio, gli editori pagano tardi e male i diritti d’autore: "I miei libri arricchiscono tutti quelli che hanno un rapporto con essi, tranne me”. Dickens deve mantenere con le sue storie la moglie, la cognata e quattro figli. Spinto dalla misteriosa forza dello sconforto, si mette a scrivere, con una disciplina militaresca. Si alza alle sette, fa un bagno prima di colazione, lavora fino alle tre, esce per prendere una boccata d’aria. Se piove, resta alla scrivania fino all’ora di cena. Si accorge, scrivendo, che gli viene da piangere. Lo giudica un buon segno.
2. Louise May Alcott, Piccole donne
L’incipit già basta a entrare in tema. “Natale senza regali non è Natale!”. È Jo che si lagna e introduce a quel mondo di gesti minimi e grandi speranze. Piccole donne, che l’autrice considera un libro “scritto su commissione e di gran carriera”, vende subito duemila copie. Lei viene a saperlo in ritardo: “Mi dedicherei più che volentieri a questo genere di narrazioni, ma sfortunatamente non pagano bene quanto la spazzatura”. Sarà smentita; e soprattutto smentirà chi le aveva profetizzato un avvenire infausto. A distanza di nove anni, restituisce un prestito di 40 dollari - “con tanti ringraziamenti” - a un editore che l’aveva invitata a lasciar perdere con la scrittura. Resta un’ottima lettura o rilettura di Natale. Anche un regalo perfetto per preadolescenti. Compresi i maschi.
3. J.R.R. Tolkien, Lettere da Babbo Natale
Ogni Natale, dal 1920 al 1943, l’autore del Signore degli anelli indossava le vesti (letterarie) di Babbo Natale. E spedisce puntuali e stupefacenti lettere ai bambini di casa. Grafia impeccabile, disegni, francobolli speciali. Il vecchio con la veste rossa e con la barba racconta di sé, del suo mondo, dei suoi aiutanti: l'Orso Bianco, gli Elfi della Neve, gli Gnomi Rossi. Babbo parla con modi gentili e premurosi, ma anche con lampi di gioco e di ironia. “Sono assai più vecchio del tuo bisnonno” dice nel Natale 1923. Racconta una fuga imprevista delle renne (“Correvano per tutta la regione spezzando redini e finimenti, e scagliando in aria i regali”). Riferisce i continui pasticci dell'Orso Bianco. Ogni tanto si affacciano i "goblin", creaturine malefiche che “sono per noi quello che sostanzialmente sono i ratti per voi”. La mano di Babbo Natale qualche volta trema, e le sue parole arrivano anche negli anni più cupi: “Sembra che il Natale stia per arrivare ancora una volta: sempre sostanzialmente uguale e sempre diverso”.
4. Truman Capote, Un Natale
È uno degli ultimi testi scritti dall’autore di Colazione da Tiffany. Parte dalla la sua infanzia di bambino “orfano” di genitori vivi. Uno dei due, il padre, si palesa all’improvviso: ricco e circondato da signore d’età, una specie di gigolò avvinazzato. Che ogni tanto stringe il figlio a sé: “Dammi un bacio. Ti prego. Ti prego. Dammi un bacio. Di’ al tuo papà che gli vuoi bene”. Ma lui non risponde, vorrebbe solo tornare da zia Sook, e portare con sé un aeroplano giocattolo visto in una vetrina di Canal Street a New Orleans. La sera della vigilia, dopo una festa, un rumore lo sveglia: e vede suo padre intento a sistemare una piramide di pacchi intorno all’albero. “Se quei regali erano destinati a me, era ovvio che non era stato il Signore a ordinarli né Babbo Natale a consegnarli”. È stupito. È rattristato. Ma l’unica vera preoccupazione riguarda la sua amica lontana: “Adesso dovrò essere io a dire la verità a Sook”. Il bambino è più dispiaciuto per lei che per sé stesso; e fa finta di niente con suo padre. Capote racconta in modo straziante la goffaggine della vita adulta, il crollo delle illusioni, le crepe nell’infanzia. Lo scintillio di ogni Natale che copre le nostre inadempienze e le miserie. Il disperato bisogno di essere amati. Quando torna da Sook e le confessa di avere scoperto che Babbo Natale non esiste, lei lo rassicura: “Ma certo che Babbo Natale esiste. Solo che non c’è nessuno che possa fare da solo tutto quello che deve fare lui… Per questo siamo tutti Babbo Natale. Io. Tu. Perfino tuo cugino Billy Bob”.