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Marta Aidala: “Forza Paolo andiamo a camminare sulle nostre montagne”

Lo scrittore Paolo Cognetti

 

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La scrittrice torinese, rivelazione dell’anno con il romanzo “La strangera”, spiega che Cognetti l’ha ispirata: “Fondamentale, anche da lettrice”
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L’hanno definita “Cognetti donna”. E per lei, racconta, che all’autore de Le otto montagne deve moltissimo, è stato «un immenso onore». Marta Aidala, 28 anni, torinese, è stata l’esordiente rivelazione dell’anno con il suo romanzo La strangera, la storia di una ragazza arrabbiata, Bea, che un giorno molla la città per cominciare una nuova vita in montagna. Aidala risponde al telefono da Liverpool dove trascorrerà le vacanze e mentre parla di Paolo Cognetti, che in un’intervista a Repubblica ha raccontato il suo ricovero in tso per una sindrome bipolare, osserva dalle finestre le vette del Galles sperando di poter, un giorno, camminare con lui tra le cime. «Cognetti è stato fondamentale per me, da lettrice e da scrittrice. Quello che voglio dirgli è che in queste ore gli sono vicina con tutto il mio affetto. Forza Paolo».

Marta Aidala, 28 anni, torinese, è stata l’esordiente rivelazione dell’an…

L’hanno definita “Cognetti donna”. E per lei, racconta, che all’autore de Le otto montagne deve moltissimo, è stato «un immenso onore». Marta Aidala, 28 anni, torinese, è stata l’esordiente rivelazione dell’anno con il suo romanzo La strangera, la storia di una ragazza arrabbiata, Bea, che un giorno molla la città per cominciare una nuova vita in montagna. Aidala risponde al telefono da Liverpool dove trascorrerà le vacanze e mentre parla di Paolo Cognetti, che in un’intervista a Repubblica ha raccontato il suo ricovero in tso per una sindrome bipolare, osserva dalle finestre le vette del Galles sperando di poter, un giorno, camminare con lui tra le cime. «Cognetti è stato fondamentale per me, da lettrice e da scrittrice. Quello che voglio dirgli è che in queste ore gli sono vicina con tutto il mio affetto. Forza Paolo».

Marta Aidala, 28 anni, torinese, è stata l’esordiente rivelazione dell’anno con il suo romanzo La strangera: è stata definita  “Cognetti donna”
 

 

Aidala, cosa ha pensato leggendo l’intervista?

«Non lo conosco di persona. Ma certamente ho pensato al ruolo che ha avuto nella mia formazione. Ho cominciato a leggerlo molto prima de Le otto montagne, che è stato per me determinante. Il primo libro che me lo ha fatto conoscere è stato Sofia si veste sempre di nero. Ne sono rimasta folgorata e da quel momento ho cominciato a comprare tutto quello che aveva scritto. Quando lo definiscono un grande autore di montagna mi infastidisco un po’: è un grande autore, punto. Scrive la vita».

Paolo Cognetti, scrittore milanese, 46 anni, ha deciso di raccontare a Repubblica, in un’intervista a Giampaolo Visetti, la sua malattia psichiatrica che lo ha portato al ricovero di due settimane in regime di tso all’ospedale Fatebenefratelli di Milano 

 

“Le otto montagne” esce nel 2016.

«Avevo vent’anni, da tre avevo conosciuto la montagna. Io sono nata a Torino ma i miei genitori sono siciliani: ho scoperto da grande che il mondo non era una pianura che sfociava nel mare. Quando è uscito il romanzo che gli è valso lo Strega, ero alla ricerca di romanzi sui monti. Gli devo moltissimo anche come scrittrice».

L’hanno definita “Cognetti donna”.

«Abbiamo età diverse e raccontiamo storie differenti, ma entrambi abbiamo guardato, vissuto e calpestato le montagne».

Cognetti ha detto di aver deciso di condividere la sua malattia perché il disagio psichico non deve essere più uno stigma del quale vergognarsi.

«Sono parole importanti. La mia generazione, ma ancora di più quella dei ragazzi che oggi vanno al liceo, ha molta meno paura di affrontare il tema della salute mentale. Siamo arrabbiati perché veniamo sfruttati, sottopagati, perché dobbiamo rinunciare ai nostri sogni. Siamo in ansia: per il pianeta che muore, per il futuro, per una società che non tutela le donne, le persone non binarie. La rabbia e la paura possono essere lancinanti».

Lo scrittore ha raccontato di aver patito il successo. Lei come ha affrontato l’improvvisa notorietà?

Le ha fatto paura?

«Sono stata per mesi in giro, ho dovuto fare i conti anche con i commenti negativi. Ci sono critiche che distruggono. Io ho cercato di lasciarmele alle spalle, ma non è stato facile. Poi ho provato a scindermi dal romanzo: La strangera è una cosa e io sono un’altra. Ho patito il fatto di poter camminare meno, in montagna ma anche in città. Camminare è la mia cura: ne ho bisogno per stare con i miei pensieri. Dobbiamo sempre ricordarci di ritagliare uno spazio per noi».

Cognetti ha raccontato che la montagna che lo aveva accolto, dopo che ne ha scritto, lo ha respinto: è diventato lo strangero.

«La vita mi ha un po’ allontanato dalla montagna che ho frequentato tanto. Non sono più tornata da quando ho scritto il romanzo. Non so cosa pensino di me e del libro. Certo, anche io ho portato il mio sguardo da cittadina, uno sguardo diverso. È quello che fanno gli scrittori».

Se potesse fare qualcosa per aiutare Paolo Cognetti, cosa farebbe?

«Lo porterei a camminare con me fino alla cima».

Dove?

«A Punta dell’Aquila, sopra Giaveno in Piemonte».

Perché proprio lì?

«Intanto perché la prima volta che ci sono andata non ho incontrato nessuno. Non è una montagna particolarmente alta, ha tratti più ripidi e alcuni più dolci, ma domina tre valli: Susa, Sangona e Chisone. Lo porterei lì perché è un po’ selvaggia, un po’ da scoprire, meno battuta. C’è un rifugio abbandonato ed è bello pensare che ci si potrebbe fare qualcosa. L’ultima volta che ci sono andata, sono salita in mezzo alle nuvole e alla nebbia. Poi, in cima, le nuvole erano sotto di me e intorno le vette erano illuminate dal sole. L’immagine di serenità che gli voglio regalare».

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