A Natale gialli per tutti i gusti: dal “crime” sociale, intessuto di interrogativi profondi sul rapporto fra delitto e mondo contemporaneo, al più agile cosy crime, passando per il thriller metafisico e le narrazioni ibridate, senza tralasciare gli intramontabili “sempreverdi”. In questa piccola guida alle delizie assassine di fine anno è doveroso partire proprio dall’Italia.
E precisamente da Firenze, che fa da sfondo a due romanzi di recente uscita. Il primo è ambientato nel 1970. Il commissario Franco Bordelli è in pensione da un mese, ma l’istinto del cacciatore non conosce soste. E il vecchio sbirro e partigiano non ha nessuna intenzione di ritirarsi dalla battaglia contro le ingiustizie del mondo. L’eroe di Marco Vichi è alla dodicesima avventura di una serie che unisce trame b…
A Natale gialli per tutti i gusti: dal “crime” sociale, intessuto di interrogativi profondi sul rapporto fra delitto e mondo contemporaneo, al più agile cosy crime, passando per il thriller metafisico e le narrazioni ibridate, senza tralasciare gli intramontabili “sempreverdi”. In questa piccola guida alle delizie assassine di fine anno è doveroso partire proprio dall’Italia.
E precisamente da Firenze, che fa da sfondo a due romanzi di recente uscita. Il primo è ambientato nel 1970. Il commissario Franco Bordelli è in pensione da un mese, ma l’istinto del cacciatore non conosce soste. E il vecchio sbirro e partigiano non ha nessuna intenzione di ritirarsi dalla battaglia contro le ingiustizie del mondo. L’eroe di Marco Vichi è alla dodicesima avventura di una serie che unisce trame brillanti a intermezzi nei quali una singolare confraternita di vecchi “giusti” si racconta, fra un piatto di funghi e un bicchiere di rosso, le storie di una vita (Meglio di niente, Guanda). Ancora più indietro nel tempo, addirittura nel 1794, ci traghetta Marcello Simoni, grande tessitore di trame storiche, in un’indagine del precettore Vitale Federici e del suo ardimentoso discepolo Bernardo della Vipera, qui alle prese con un delitto al teatro, nella fattispecie lo storico teatro della Pergola. E trattandosi di teatro, la domanda di fondo è: quanto c’è di vero, e quanto la realtà stessa non è, invece, una finzione? (Il teatro dei delitti, Newton Compton). Dal profondo Sud degli Stati Uniti arriva invece Clete (Jimenez), ultimo romanzo di James Lee Burke. A ottantotto anni, Burke non ha ancora perso la voglia di stupire. In questo romanzo, per la prima volta, il protagonista non è lo sceriffo di New Iberia, Dave Robicheaux, ma il suo grande amico, compagno d’avventure e ex commilitone nei marines, Clete Purcell.
Una montagna di muscoli che si aggira nelle paludi della Louisiana, incrocia lo spirito di Giovanna d’Arco, picchia e spara senza scrupoli, con il suo cappello pork pie e in tasca la foto di una donna che tiene per mano una bambina. Sono una madre e la figlia che stanno per entrare in una camera a gas. Per Clete l’immagine di quella crudeltà umana che combatte da sempre. A farne le spese, i nazisti, gli schiavisti, gli stupratori e gli avidi sfruttatori che gli sbarrano la strada. Del resto, sulla sua macchina c’è scritto: “attenzione, cazzutissimo stronzo sinistroide pesantemente armato a bordo”. Torniamo in Europa. Francia del Sud. Marie e Michele, ex hippie, un po’ anarchici, molto rapinatori, si stanno godendo la meritata (si fa per dire) normalità, quando dal passato ricompare Simon, l’amico abbandonato nel momento del bisogno. E ne succedono di tutti i colori. La breve stagione (Alegre) ci fa riscoprire un grande del noir contemporaneo (anzi, come dicono dalle sue parti, del polar): Serge Quadruppani, instancabile ambasciatore della narrativa italiana con le sue impeccabili traduzioni, ma soprattutto scrittore autentico e coinvolgente. Dalla Germania arriva invece I delitti del Luxor di Harald Gilbers (Emons), ottavo episodio della saga del commissario Oppenheimer. Siamo a Berlino nel 1950. Un feroce serial killer del tipo “missionario” rapisce e uccide donne a suo dire “indegne”. Oppenheimer, testimone di un Paese inquieto, indaga in una città divisa che si sta riprendendo lentamente dal disastro hitleriano. Spostiamoci in Inghilterra, dove c’è sempre da pescare bene, per gli appassionati. Qui scopriamo che Jonathan Coe, autore sicuramente mainstream, ha ceduto al fascino del cosy crime con un delizioso romanzo dal titolo La prova della mia innocenza (Feltrinelli).
Gli elementi di questa narrazione che gioca abilmente sui registri alto/basso sono di indiscutibile fascino: scrittori scomparsi, morti misteriose, circoli pseudo-esoterici di studenti universitari. Il tutto scandito da una puntigliosa e mordace satira delle “delizie” del conservatorismo: se dovesse perire metà del genere umano, non sarebbe un gran danno. Basta che non sia la metà in cui mi trovo io. Parte dagli oscuri bassifondi della Londra vittoriana Sinister- La città delle ombre (Longanesi), apocrifo holmesiano firmato con ammirevole leggerezza e rispetto della tradizione da Gareth Rubin, già autore dell’acclamato Thurnglass.
Qui i due inquilini di Baker Sreet, Holmes e Watson, sono alle prese con una scia di eclatanti crimini dietro i quali si agita un complotto che potrebbe decretare la fine dell’Europa. Per venirne a capo, saranno persino costretti ad allearsi con il loro mortale nemico, il professor Moriarty.
Ultima tappa inglese: un classico perenne. Agatha Christie. Alla regina del crimine è dedicato il Meridiano Mondadori, Fiabe Gialle, con oltre millecinquecento pagine di capolavori consacrati e riscoperte, in un’edizione arricchita dal lussureggiante apparato critico curato da Antonio Moresco.
Infine, dalla Svezia con furore l’ultima prosecuzione del Millennium, di Stieg Larsson.
Ne Gli occhi della lince (Marsilio), un invecchiato Michael Blomqvist e una Lizbeth Salander piuttosto acciaccata, e insospettabilmente incline alla compassione, lottano con le unghie e con i denti contro l’arcicattivo Branco e i suoi spietati accoliti. Per salvare se stessi, ma anche ciò che resta dei Sami e delle loro renne, minacciati dal progresso. Merito di Karin Smirnoff avere ridato brillantezza a una saga che, a un quarto di secolo dal debutto, rischiava l’appannamento