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La poesia che “ripara” il mondo

Dio ripara la Terra con l’aiuto degli angeli, illustrazione del XIX secolo 

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I versi di grandi scrittori come il Nobel irlandese Seamus Heaney insegnano che le ferite di un presente “rotto” si sanano solo con la capacità di ricomporre i pezzi. E l’anima
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Ci sarà caduto qualcosa di mano: un oggetto, un soprammobile di ceramica, il cellulare. Un vetro rigato è segno e simbolo che il mondo non va più come prima. Quando qualcosa si rompe, si interrompe la vita. E ci dispiace. Raccogliamo i pezzi, come fosse un puzzle che però non invita al gioco, alla curiosità, ma solamente al rimpianto e al desiderio di capire se c’è qualcosa da fare, se c’è un rimedio, una riparazione. Riparare non è facile, richiede pazienza, decisione, speranza.

La convinzione che le cose si possano riparare è molto più forte di quella che le cose si possano “aggiustare”. Correre ai “ripari” fa capire che non si tratta solamente di un’operazione macchinosa, tecnica e provvisoria: riparare contiene il senso di una minaccia scampata, di un equilibrio ritrovato, che è l’unica “giustizia” praticabile. Nel cristianesimo la stessa resurrezione non è aggiustamento di una vita che si è rotta, ma la sua riparazione, dopo che la morte l’ha distrutta: Qui mortem nostram morien…

Ci sarà caduto qualcosa di mano: un oggetto, un soprammobile di ceramica, il cellulare. Un vetro rigato è segno e simbolo che il mondo non va più come prima. Quando qualcosa si rompe, si interrompe la vita. E ci dispiace. Raccogliamo i pezzi, come fosse un puzzle che però non invita al gioco, alla curiosità, ma solamente al rimpianto e al desiderio di capire se c’è qualcosa da fare, se c’è un rimedio, una riparazione. Riparare non è facile, richiede pazienza, decisione, speranza.

La convinzione che le cose si possano riparare è molto più forte di quella che le cose si possano “aggiustare”. Correre ai “ripari” fa capire che non si tratta solamente di un’operazione macchinosa, tecnica e provvisoria: riparare contiene il senso di una minaccia scampata, di un equilibrio ritrovato, che è l’unica “giustizia” praticabile. Nel cristianesimo la stessa resurrezione non è aggiustamento di una vita che si è rotta, ma la sua riparazione, dopo che la morte l’ha distrutta: Qui mortem nostram moriendo destruxit, et vitam resurgendo reparavit, canta il Prefazio pasquale.

Nato nel 1939 nella contea di Antrim, in Irlanda del Nord, morto a Dublino nel 2013, il grande poeta Seamus Heaney ha vinto il premio Nobel nel 1995. Con i suoi versi ha dato voce ai drammi, ma anche alla speranza, del popolo irlandese. Le sue opere in Italia sono state pubblicate da diversi editori e sono raccolte in un Meridiano Mondadori 

Quando oggi si parla di una guerra mondiale “a pezzi”, i pezzi non sono quelli di un puzzle, ma quelli di un mondo che si è rotto. Non solamente scheggiato, rigato, ma proprio rotto. È caduto in pezzi. Si può riparare, dunque, il mondo? Le risposte possono essere due: no o sì. La prima genera le impalcature del pensiero apocalittico, del fanatismo, del terrorismo kamikaze e del pessimismo radicale: il mondo si è rotto e non si può aggiustare, dunque diamogli un calcio e facciamolo volare a quel paese nel modo più veloce possibile. La seconda risposta, quella che crede nella riparazione, genera la diplomazia sartoriale che cuce, la pazienza, il pensiero che evoca e invoca una salvezza possibile. Il logos (la logica e il linguaggio, cioè) spezzato può generare silenzio muto, oppure grido, invocazione, mediazione che riflette sulla realtà storica per comprenderla e correre ai “ripari”.

Un lucido interprete di questa corsa è stato Seamus Heaney. In alcune sue lezioni tenute a Oxford tra il 1989 e il 1994, il concetto di “riparazione” (redress) emerge in modo significativo: «L’immaginazione poetica si propone di riparare a tutto ciò che è stato errato e doloroso nelle condizioni presenti», scrive. È dunque capace di rispondere al dolore, alla perdita e alla disarmonia del mondo.

La sua visione deve essere compresa alla luce del contesto storico in cui egli visse e scrisse. Nato in Irlanda del Nord nel 1939, Heaney è cresciuto in un territorio segnato dalle divisioni religiose e politiche che sfociarono nei troubles, il conflitto che divise cattolici e protestanti dal 1969 fino agli anni ’90. Questa rottura permea le sue opere e la sua riflessione. In raccolte come North, Heaney esplora sia la violenza antica, rappresentata dai rituali nordici, sia le ferite contemporanee del conflitto nordirlandese. Qui, la poesia diventa un mezzo per comprendere e forse lenire le ferite della storia, trasformando l’orrore e il dolore in parole che possano offrire significato e catarsi. In The Tollund Man (contenuta in Wintering Out), Heaney descrive la scoperta di corpi dell’età del ferro nei territori della Danimarca, paragonandoli ai morti contemporanei della violenza settaria: «Un giorno andrò ad Aarhus / A vedere la sua testa bruna di torba, / I lievi baccelli delle sue palpebre, / Il suo cappuccio di pelle a punta». Questi versi evocano una continuità di sofferenza tra passato e presente, suggerendo che la poesia può esplorare il dolore comune della storia umana. Il premio Nobel ricorre spesso al mito e alla storia, riconfigurando la realtà, suggerendo che la poesia può offrirne una lettura alternativa e riparativa. Nella raccolta Station Island (1984), ad esempio, rielabora esperienze personali e collettive attraverso la lente del pellegrinaggio cristiano e del dialogo con i fantasmi del passato.

La riparazione non è mai negazione della storia o della realtà, non è un “aggiustamento” delle cose, né una anestesia, ma un modo per riconfigurare l’esperienza attraverso l’ispirazione e l’arte. Heaney ci induce a credere che la poesia possa offrire equilibrio, ordine e bellezza in un mondo segnato dal caos e dalla violenza. In The Cure at Troy (1990), una riscrittura del mito greco di Filottete di Sofocle, Heaney introduce una visione della riparazione che abbraccia la speranza e il cambiamento sociale. «La storia dice: non sperare / Da questa parte della tomba. / Ma poi, una volta nella vita, / L’attesa ondata di giustizia / può sollevarsi, / e la speranza e la storia far rima». È in questi versi che Heaney esprime la consapevolezza di come la sua ispirazione poetica possa dar voce alla riparazione, usando la sua «tozza penna» (squat pen) per far combaciare in rima le parole «storia» e «speranza». La poesia diventa così un atto etico, capace di riparare le divisioni attraverso la parola e la visione. E no, la sua non è una penna sottile e appuntita, ma una stilografica abbastanza spessa da poter essere tenuta nelle mani di un contadino, come se fosse una vanga.

Il richiamo alla giustizia e alla speranza, come in The Cure at Troy, può servire da monito per i leader politici e le nazioni: la storia ci insegna che il cambiamento è possibile solo se si immagina un futuro diverso. È singolare e illuminante il fatto che un leader mondiale del nostro tempo qual è papa Francesco attribuisca a coloro che nel mondo operano e lavorano per costruire la società il nome di “poeta”: sono «poeti sociali», come ripete spesso ai cosiddetti movimenti popolari. E allora è vero che «in questo tempo di crisi dell’ordine mondiale, di guerra e grandi polarizzazioni, di paradigmi rigidi, di gravi sfide a livello climatico ed economico abbiamo bisogno della genialità di un linguaggio nuovo, di storie e immagini potenti, di scrittori, poeti, artisti», scrive il Papa. Abbiamo bisogno, come scrive Heaney, di quel «sorso di acqua sorgiva di conoscenza trasformata» che è la poesia, salvezza dall’apocalisse e riparazione del mondo.

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